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Barnes & Noble, un declino inarrestabile?

Barnes & Noble

Barnes & Noble di Christine K, su Flickr

Due notizie, del medesimo tenore negativo, accomunano due colossi (peraltro tra di loro legati da una strana quanto per ora infruttuosa alleanza) alle prese con un difficile riposizionamento nei rispettivi mercati: sto parlando di Barnes & Noble, che ha comunicato ai mercati conti, relativi all’ultimo trimestre, peggiori rispetto alle già non rosee attese e di Microsoft, la quale da parte sua si appresta a cambiare capo; Steve Ballmer è infatti pronto a cedere il timone non appena sarà trovato un adeguato sostituto.
E’ interessante osservare come entrambe le aziende tentino, attraverso i rispettivi uffici stampa, di stemperare la criticità del momento: B&N chiarisce (in verità non del tutto) che, a parziale rettifica di quanto a suo tempo annunciato, non verrà meno il suo impegno nella produzione di hardware (ovvero tablet ed ereader della famiglia Nook) mentre Microsoft precisa che spetterà al nuovo CEO proseguire il difficile percorso intrapreso che sta, di fatto, portando ad uno stravolgimento del business.
Purtroppo bisogna prendere atto che in questi ultimi anni di affannosa rincorsa le due aziende in questione hanno commesso grossolani errori strategici, ad iniziare dalla mancata ricerca di sinergie proprio in fatto di tavolette: è infatti un autentico controsenso che ciascuna produca un suo tablet (se consideriamo che anche Nokia, altra alleata di Microsoft, a breve dovrebbe entrare in questo segmento di mercato non è fuori luogo parlare di autentica dissipazione del capitale societario!) per accaparrarsi quote insignificanti di mercato!
Evidentemente B&N doveva concentrarsi sui soli ereader e Microsoft, dal canto suo, astenersi dal realizzare il suo Surface, affidandosi eventualmente a Nokia come OEM e mettendo a disposizione anche di Barnes & Noble il frutto di questa collaborazione.
Purtroppo si è deciso di rincorrere in ordine sparso la concorrenza (Amazon, Google, Apple) avventurandosi peraltro in terreni dove, per differenti ma precisi motivi, era praticamente impossibile tenere il passo. Apple, sfruttando l’appeal del suo brand, è infatti finora riuscita (stiamo a vedere se rimarrà così anche i futuro, ma prodotti come l’iPad Mini suggeriscono che qualcosa stia cambiando…) a farsi pagare profumatamente i propri gingilli tecnologici, assicurandosi ampi margini di guadagno. A questi ultimi hanno saputo e potuto rinunciare sia Amazon, che non avendo punti vendita fisici ha di conseguenza meno costi (e per contro ha costanti entrate garantite dall’affitto delle sue infrastrutture cloud), sia Google, la quale può contare sui cospicui introiti pubblicitari derivanti dalle ricerche effettuate attraverso il suo motore di ricerca. Insomma, queste ultime due aziende possono permettersi, nello specifico settore editoriale / dei contenuti (nel quale i tablet rappresenta una sorta di cavallo di Troia), margini risicati, cosa che per contro non può assolutamente fare B&N, appesantita dall’enorme catena di punti vendita, né tantomeno Microsoft, spiazzata dal declino del tradizionale modello di vendita dei propri sistemi operativi e software, i quali perdono progressivamente terreno nel nuovo mondo della navigazione / produttività in mobilità (che avviene su SO iOS ed Android).
Anzi, il gap è probabilmente destinato ad ampliarsi: difatti mentre B&N e Microsoft inseguono (ma anche Nokia e Blackberry, quest’ultima secondo rumor di nuovo a serio rischio di acquisizione, si trovano nella medesima situazione!) la concorrenza continua ad allungare il passo. Amazon, per garantire l’accesso e di conseguenza la possibilità di acquisto dei suoi contenuti (oltre che per ampliare la platea dei clienti), ha allo studio una rete wireless via satellite e medesimi obiettivi li stanno perseguendo Google, nello specifico attraverso avveniristici palloni aerostatici, e Facebook.
Il problema di fondo risiede dunque, al netto di eventuali luccicanti flagship store (utili soprattutto per rafforzare il marchio e fidelizzare i clienti), nella zavorra rappresentata da una originaria strutturazione aziendale di tipo brick & mortar; liberarsi di questa zavorra è operazione difficile e dolorosa ma nondimeno necessaria in quanto, aspetto di non secondaria importanza, impatta probabilmente in modo negativo nella cultura aziendale complessiva.
Insomma, il compito di Barnes & Noble, ed in generale della pattuglia delle inseguitrici, si presenta più difficile che mai ed impone un mutamento strutturale e non solo di facciata.

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Dove va l’ereader?


Kobo HQ

Kobo HQ di CC Chapman, su Flickr

Nel corso della London Book Fair del 2013 Kobo, azienda nippo-canadese, un po’ a sorpresa ha annunciato il lancio in edizione limitata di un nuovo lettore per libri digitali, significativamente chiamato Kobo Aura HD.
Anche alla luce delle caratteristiche tecniche di questo nuovo device l’occasione è giusta per avventurarci in una analisi di quelle che possono essere le prospettive future degli ereader.
Ma partiamo dal Kobo Aura: quale dovrebbe essere il quid che induce i lettori ad acquistarlo, tenendo anche presente che costa 169,99 dollari e che, dunque, con poche decine di dollari in meno si compra il comunque valido Kobo Glo (giusto per restare in casa) e con alcune decine in più si acquista un tablet?
Già quell’ “HD” nel nome dovrebbe far intuire come si sia puntato tutto sullo schermo e la connessa migliore esperienza di lettura: il nuovo AURA HD infatti può vantare un display touch con illuminazione frontale da 6.8″ e tecnologia eInk Pearl con una densità di 265 dpi ed una risoluzione di 1440 x 1080 che lo rende (specifiche alla mano) l’ereader in commercio con lo schermo più grande e più definito.
Ulteriori migliorie, stando sempre ad un’analisi sulla carta, sono poi avvenute in quanto 1) a potenza del processore (20% in più) ergo a velocità di risposta ai comandi (il tutto a parità di gigahertz ovvero uno, come quello del Kobo Glo; verosimilmente le accresciute prestazioni sono state ottenute cambiando processore, anche se nessun dettaglio viene fornito al riguardo) ed a 2) capacità di storage, raddoppiate da 2 a 4 Gigabyte con possibilità di arrivare sino a 32. Pure la tenuta della batteria è aumentata: a parità di utilizzo si passa dal mese abbondante del Glo ai due dell’Aura.
Altri aspetti elencati come pregi sono a mio avviso altamente soggettivi: mi riferisco in particolare alla presunta migliore maneggevolezza e portabilità del nuovo device (che peraltro trovo esteticamente molto bello). Di sicuro esso è più grande, più spesso e più pesante in confronto al Kobo Glo (precisamente 175.7 x 128.3 x 11.7 mm per 240 g VS 114 x 157 x 10 mm per 185 g) così come rispetto al Kindle Paperwhite (che misura 169 x 117 x 91 mm per 213 g), motivo per cui, anche ammettendo che l’ergonomia ed i materiali consentano una presa salda, trovo questa affermazione quanto meno opinabile!
Ma veniamo al nocciolo della questione: la comparsa di un dispositivo come il Kobo Aura HD quale impatto può avere sulla sorte del mercato degli ebook ereader? Ricordo infatti che nel 2012 le vendite di lettori per libri digitali sono crollate di una percentuale che, a seconda delle società di ricerca, va dal 28 al 36% e che le prospettive, alla luce di altri sondaggi (come quello del PEW Institute che descrive come molti leggano oramai abitualmente su tablet), sono tutt’altro che rosee.
La risposta che mi do è negativa per i seguenti semplici motivi: 1) puntare sull’aumento delle capacità di storage non ha molto senso quando la tendenza è di stipare le proprie risorse digitali sulla cloud; anche per garantire un continuo accesso alla nuvola 2) più utile sarebbe stato aggiungere la connettività 3G (la 4G / LTE oggettivamente sarebbe sprecata), la quale avrebbe nel contempo assicurato una mobilità senza vincoli! 3) Nessun passo in avanti è stato fatto verso un’interfaccia che contempli la presenza di icone: non si tratta, si badi, di scimmiottare i tablet ma di sfruttare meglio i propri ebook reader (come spero di aver dimostrato in questo mio post di qualche tempo fa). Infine, 4), lo schermo HD frontlit segnerà pure un ulteriore step della tecnologia eink ma è un dato di fatto che dopo il Nook Color di Barnes & Noble non sono stati fatti apprezzabili passi in avanti verso quello che deve essere il vero obiettivo, ovvero un ereader a colori… e a prezzo abbordabile! L’assenza di colore è tanto più incomprensibile nel momento in cui Mike Serbinis, CEO di Kobo, afferma in un’intervista a Techcrunch che lo schermo da 6,8 serve a facilitare la lettura di magazine e fumetti, attualmente letti quasi esclusivamente su tablet attraverso applicazioni sviluppate ad hoc. Posto che nemmeno quest’ultima è la soluzione ideale, se quelli di Kobo pensano che i lettori preferiranno leggere in bianco e nero materiali quali quelli citati, che notoriamente rendono il massimo con i colori, sono proprio fuori strada!
Purtroppo ho l’impressione che, al di là delle (errate) strategie aziendali, i problemi siano ben più gravi: in altre parole temo che i margini di sviluppo della tecnologia eink non siano elevati, motivo per cui è altamente probabile che la contrazione nelle vendite di ereader, prevista da un po’ tutte le società di analisi, troveranno nei prossimi anni puntuale riscontro.
Del resto non è lo stesso Serbinis, nel momento in cui dichiara che il nuovo Kobo AURA HD è pensato come un “regalo” per quei lettori forti che “consumano” annualmente centinaia di libri, ad ammettere implicitamente che ci si rivolge ad un target minoritario e che in futuro, salvo convergenze (al momento non ricercate) con i tablet, agli ebook reader spetterà un ruolo di nicchia?

Pietro Bembo, gli umanisti e l’ebook

De Aetna

De Aetna

A tutti coloro che, come il sottoscritto, sono affascinati dal passaggio, dei quali siamo tutti testimoni, dal libro analogico a quello digitale, consiglio vivamente una visita alla mostra Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento, in corso a Padova presso il palazzo del Monte di Pietà (termina il 19 maggio).
Infatti, in particolare nelle prime tre sale, si possono concretamente percepire quei profondi cambiamenti appresi anni orsono nei vari corsi di paleografia, di storia del libro e dell’editoria, etc.: così, attraverso le eleganti ed agili pagine del De Aetna, scritto da Bembo stesso, assistiamo all’invenzione di un nuovo carattere (incisore Francesco Griffo) caratterizzato da pulizia e chiarezza (grazie alla presenza della punteggiatura) nonché all’affermazione di un nuovo rapporto tra riga e riga (merito dell’ariosa interlinea) e tra testo e pagina, con la centralità del primo e la conseguente scomparsa dei commenti (il che significa lasciarsi alle spalle tutte le incrostazioni della scolastica); il tutto confezionato da Aldo Manuzio, primo vero editore nel senso moderno e a noi familiare del termine, nel nuovo formato del libro tascabile in dodicesimo od in sedicesimo con testo in carattere corsivo.
Il De Aetna fungerà da modello per il nuovo “classico tascabile”, formato responsabile, nei decenni successivi, di poderosi cambiamenti nelle modalità di fruizione (un libro da viaggio da poter leggere in silenzio e non più ad alta voce) e che diverrà, per le élite culturali e politiche dell’epoca, un must da possedere e sfoggiare; già perché, per Bembo e gli umanisti della sua cerchia, il tutto rientra in un preciso progetto culturale teso a ridare splendore all’Italia delle corti attraverso la riscoperta degli antichi, trasfondendone i gusti ed i valori all’intera società, come appare evidente, per restare in ambito librario, da altri due volumi esposti alla mostra e strettamente connessi all’opera di Bembo: il primo è l’Orlando Furioso, che Ariosto volle revisionato personalmente dal nobile veneziano in linea con le teorie da questi esposte nelle Prose della Volgar Lingua e nel cui proemio non a caso si dichiara la volontà di cantar “i cavalieri, le armi, gli amori”, il secondo è Il libro del Cortegiano di Baldassar Castiglione, ambientato nella Urbino dei Montefeltro e che vede tra i suoi protagonisti proprio il Bembo, il quale effettivamente visse tra il 1506 ed il 1511 nella “città a forma di palazzo”.
Questo veloce excursus nel momento stesso in cui illumina, ancorché in modo non esaustivo, i molteplici collegamenti che legano indissolubilmente Pietro Bembo e la sua cerchia alla nascita di un libro e di un’editoria “moderni” che rompono con il libro a stampa ancora in fasce (nel senso letterale di “in culla”; incunabula), ci induce a delineare analogie ed a porci domande sui fenomeni dei quali siamo oggi testimoni, vale a dire l’epocale passaggio al libro ed all’editoria digitali.
Le analogie sono evidenti: come non accostare il De Aetna alle linee essenziali e minimaliste che caratterizzano gli odierni supporti di lettura, ereader e tablet?
Come non pensare, a proposito di tablet, alla figura di Steve Jobs, per altri aspetti sicuramente sopravvalutata ma che indubbiamente ha sempre tentato di posizionare la sua azienda all’intersezione tra tecnologia (e che altro era sul finire del XV secolo la stampa a caratteri mobili se non la tecnologia più avanzata?) e discipline umanistiche, spingendola alla maniacale ricerca di bellezza, semplicità e facilità d’uso e di lettura anche in virtù, aspetto spesso dimenticato, di nozioni acquisite durante la frequenza di alcuni corsi di calligrafia e tipografia ai tempi del Reed College, conoscenze che anni dopo egli applicò concretamente nella scelta dei font migliori?
Come non pensare poi al concetto di trasportabilità insito nel libro tascabile? I moderni device non promettono, tra le tante cose, di avere sempre con sé un’intera biblioteca?
Inoltre, analogamente a 500 anni fa, ereader e tablet sottintendono una nuova modalità di lettura, che resta interiore e silenziosa ma che nel contempo, grazie alle / a causa delle potenzialità della Rete e delle nuove tecnologie, può farsi partecipata e/o condivisa ma nel contempo diviene meno intensiva. Parallelamente anche la scrittura può divenire un processo collettivo “a più mani”, il che implica un’affievolirsi della responsabilità autoriale (da autore a co-autore) e dei relativi diritti.
Tutto ciò ci induce ad alcune conclusioni per certi aspetti preoccupanti: se cinque secoli orsono la stabilità tipografica garantì da un lato la possibilità per la Cultura occidentale di poter crescere e svilupparsi attorno ad idee indelebilmente impresse dai torchi sulla carta e dall’altro agli autori di veder progressivamente riconosciuti i propri diritti su quelle opere, oggigiorno l’instabilità tipografica ci fornisce testi che da un lato hanno il pregio di poter essere emendati, corretti ed aggiornati praticamente in ogni momento e di fornire immediati rimandi alle fonti, dall’altra rendono più difficile quella stratificazione delle idee indispensabile per avviare riflessioni e dibattiti approfonditi.
Né vanno sottaciuti i possibili (e ribadisco possibili) aspetti negativi presenti in un modello di scrittura condivisa caratterizzata giuridicamente da licenze copyleft, creative commons o quant’altro associate a pubblicazioni prodotte ricorrendo al self publishing: al di là del possibile (ma non automatico!) scadimento qualitativo della produzione editoriale, si rischia il tracollo definitivo delle case editrici tradizionali per finire nelle braccia dei nuovi colossi dell’editoria digitale i quali, si badi, non vanno visti come l’incarnazione del Male ma vanno comunque limitati nel loro strapotere. E non tanto perché gli oligopoli sono da guardare a prescindere con diffidenza ma piuttosto perché manca nella loro azione, a differenza di 500 anni fa, un qualche progetto culturale. E questo è il vero grande problema.

Ebook, è il momento di osare

DOK Delft

DOK Delft (di Gerard Stolk – vers la Chandeleur -, su Flickr)

I dati non sono ancora completi ma oramai non ci sono molti dubbi residui: le ultime festività, che secondo molti dovevano consacrare l’ebook ed in generale l’editoria digitale, sono state avare di soddisfazioni (qui un’accurata sintesi dell’orgia di numeri ai quali siamo stati esposti nelle ultime settimane).
Credere semplicisticamente che questo risultato deludente sia stato influenzato dalla crisi / stagnazione economica che ha contribuito a congelare i consumi non aiuta a comprendere bene lo stato delle cose. Ad esempio lo shopping 2011-12 è andato proporzionalmente meglio nonostante i cataloghi meno forniti! La causa principale di questo mezzo flop va dunque a mio parere ricercata altrove: per la precisione va preso atto che la tecnologia e-ink che caratterizza gli ereader agli occhi dei potenziali acquirenti ha (oramai a parità di prezzo!) un evidente minor appeal rispetto ai tablet, che non a caso non hanno accennato di rallentare la loro corsa (fatta eccezione per quelli di fascia alta prodotti dalla Apple). La prima classe di dispositivi (gli ereader) è appannaggio dei soli cosiddetti “lettori forti” che sono anche i principali “consumatori” di ebook mentre i lettori deboli optano piuttosto per dispositivi più versatili ed “universali” come le tavolette, usate anche per leggere seppur nel corso di “sessioni di lettura” mediamente di minor durata.
Detta in soldoni il rallentamento nelle vendite di lettori per libri digitali potrebbe dunque semplicemente indicare che è stata saturata la peraltro non vastissima platea dei lettori forti (verosimilmente tra i primi ad essere incuriositi dalla novità rappresentata dall’ebook) e che ora viene la parte difficile, ovvero riuscire a convertire al Verbo della lettura digitale chi gran lettore non è!
Ciò a mio avviso non è un’utopia ma senz’altro possibile a patto che tutti gli altri attori osino (e talvolta concedano) qualcosina:
1) partiamo dai produttori di device: gli ereader si stanno sviluppando troppo lentamente (motivo per cui il tasso di sostituzione non è elevato; non fosse per la recente introduzione dell’illuminazione frontale un dispositivo “vecchio” di un paio di anni non è molto inferiore ad uno ora sugli scaffali, laddove i tablet hanno fatto passi da gigante). E’ necessario dunque spingere sulla ricerca al fine di introdurre sul mercato quanto meno ereader con display a colori (su larga scala) e basati su sistema operativo che consente di godersi un minimo di applicazioni multimediali!
2) gli editori da parte loro dovrebbero studiare politiche di prezzo (e di marketing) più aggressive e nel contempo più creative: negli Stati Uniti, per fare un esempio, Humble Bundle nell’ultima tornata è riuscita a raccoglier 10 milioni di dollari vendendo, a prezzi stabiliti dall’acquirente, pacchetti di videogiochi, libri, film… tutti rigorosamente DRM free! Sono certo che in un momento di tagli ai bilanci delle famiglie l’iniziativa sarebbe gradita ed il successo senz’altro replicabile anche di qua dell’Atlantico.
3) le biblioteche dovrebbero premere sull’acceleratore del digitale: sono consapevole che ciò implica onerosi investimenti e che le relative tecnologie sono soggette a veloce obsolescenza ma sono convinto che, se si trova il giusto punto di equilibrio, il sistema sia sostenibile (posto che le biblioteche sono sempre in perdita!). D’altro canto se, come ricorda l’ennesima ricerca del Pew Research Center, il 53% degli utenti statunitensi sopra i 16 anni apprezzerebbe un incremento nell’offerta di ebook, qualcosa bisogna pur fare!
4) gli Stati poi dovrebbero a loro volta fare il massimo per agevolare questo settore strategico: tassazione favorevole sui libri digitali e relativi lettori, investimenti per l’appunto nelle biblioteche (e se i soldi non ci sono favorendo il mecenatismo e/o le sponsorizzazioni!), promozione della lettura e via di questo passo.
Se questa terapia d’urto dovesse venire veramente attuata sono certo che l’intero ecosistema che ruota attorno al libro digitale spiccherebbe, stavolta definitivamente, il volo.

Perché Android è (e non potrebbe essere altrimenti) il miglior sistema operativo per gli ereader

La notizia dell’avvio della produzione di Pengpod, tablet basato sul sistema operativo (SO) di nicchia ma completamente open source Linux, ha ricevuto notevole attenzione anche da parte della stampa non specialistica, a dimostrazione di come l’argomento sia particolarmente sentito: in effetti quando parliamo di tavolette (specialmente se stiamo pensando di acquistarne una e dunque ne va di mezzo il nostro portafoglio!) il tipo di sistema operativo è un fattore tenuto in estrema considerazione non soltanto per gli ovvi risvolti “prestazionali” ma anche per motivazioni che potremmo definire “ideologiche”: scegliere per un sistema chiuso e proprietario quale iOS di Apple appare oggigiorno una scelta per certi versi “conformista” e di tendenza mentre a rappresentare l’alternativa “libera e aperta” è per contro Android (che non a caso si basa su kernel Linux); il recente arrivo di Windows Otto, che al momento appare più che altro il disperato tentativo di Microsoft di contare qualcosa nell’universo mobile, può essere accolto favorevolmente esclusivamente per il fatto che tenta di spezzare il duopolio che si è di fatto realizzato ma nulla più (l’azienda di Seattle è rimasta infatti fedele alla sia filosofia di creare un ambiente rigorosamente chiuso e proprietario).
Completamente diversa la musica se parliamo di ereader: in questo caso l’attenzione viene posta su altre caratteristiche tecniche quali il peso, la durata della batteria, la memoria interna e soprattutto (per evidenti motivi) lo schermo. Poco o nulla viene detto del sistema operativo, al punto che nelle specifiche tecniche rilasciate dai produttori dei vari dispositivi talvolta manca qualsiasi informazione a riguardo!
Tale silenzio è a mio avviso anomalo considerando che il tipo di SO montato rappresenta, per chi pretende di fare qualcosina di più con il proprio lettore di libri digitali, un fattore fondamentale e questo per molteplici evidenti motivi: se il sistema operativo è aperto e non proprietario (o comunque il codice è a disposizione della comunità di sviluppatori che possono rielaborarlo con un sufficiente grado di libertà) allora è possibile fare quello che in gergo (preso in prestito dalla telefonia cellulare) si dice “moddare”, ovvero, una volta ottenuti i permessi di root (= di amministratore; questa operazione, si badi, invalida la garanzia del dispositivo!), installare una variante personalizzata del sistema operativo.
Dal momento che Apple non ha prodotto alcun ereader (né mai probabilmente lo farà) tutte le considerazioni fatte di qui in avanti riguarderanno esclusivamente il sistema operativo Android che al contrario è presente su diversi lettori attualmente in circolazione ma non su quello maggiormente diffuso, ovvero il Kindle di Amazon: senza pretese di completezza Android lo troviamo imbarcato sul Nook di Barnes & Noble (come si evince dal video qui sopra), sul Kyobo ereader, sul Sony PRS-T1 e sul Trekstor Liro Color (purtroppo il Kobo Touch / Glo ed il Cybook Odissey HD Frontlight si basano su Linux che, come già ricordato, sta alla base di Android).
Ma quali sarebbero, in concreto, i vantaggi di scegliere un ereader Android e di procedere poi alla sua “elaborazione” installando le varie applicazioni (non è comunque garantito, si badi, che tutte girino correttamente)? Elenco di seguito alcuni punti:
1) gestione delle prestazioni: esistono applicazioni che promettono (in genere riuscendoci) di migliorare le prestazioni del dispositivo di norma agendo sulla frequenza di lavoro del processore. Quest’ultima può essere: a) aumentata (overclocking) con il vantaggio di un dispositivo maggiormente “reattivo” ma con consumi maggiori della batteria ed una maggior usura del processore b) abbassata, aumentando la durata della batteria. Dal momento che la battery life non è un problema degli ereader e che i processori installati sono mediamente più che adeguati (800 – 1000 MHz), personalmente non ritengo sia il caso agire su questo aspetto a meno che, per l’appunto, non si installi una quantità / tipologia di applicazioni tale da rendere necessario un aumento delle prestazioni. Insomma, è un po’ la storia del gatto che si morde la coda: installo applicazioni perché il processore altrimenti è virtualmente inutilizzato, esagero con queste ultime, processore e batterie vanno in affanno, mi trovo costretto a gestire quest’ultimo aspetto. In definitiva l’ideale è riuscire a trovare il giusto equilibrio tra i vari aspetti in campo.
2) accedere agevolmente alla propria biblioteca sulla nuvola: sempre più persone salvano le proprie risorse digitali (ebook inclusi) su servizi quali Dropbox, SkyDrive, Drive, etc. Se vi vogliamo accedere con il nostro ereader (ovviamente il modello deve avere un qualche tipo di connettività!) abbiamo due opzioni: a) accedere al servizio attraverso il web browser installato nel dispositivo, operazione abbastanza farraginosa, oppure b) avere sul desktop del proprio device una bella icona attraverso la quale “volare” direttamente sulla propria nuvola e di qui scaricare i propri libri (con Dropbox, giusto per fare un esempio, si tratta di usare le opzioni Sharelink + Download) sul dispositivo. A mio avviso la seconda opzione è la migliore non solo perché più immediata ma soprattutto perché da un senso allo schermo touch: se quest’ultimo finisce per essere usato per girare le pagine, cliccare una tantum sulle copertine dei libri e scrivere qualche nota allora tanto valeva tenersi i vecchi comandi analogici!
3) una migliore navigazione tra gli ebook store, base imprescindibile per assicurarsi una vera libertà di scelta e di acquisto: anche in questo caso le applicazioni fanno la differenza perché un conto è visitare le librerie online attraverso i tradizionali browser, un conto attraverso le apposite applicazioni (in alternativa la speranza è che lo store abbia predisposto una bella versione mobile per agevolare la navigazione)!
4) una migliore lettura delle pagine web, installando applicazioni come Readability, che adatta le varie pagine di nostro interesse ottimizzandole per essere lette su dispositivi mobili, o ancora meglio dotEPUB, che addirittura le trasforma in file in formato ePub! Perché va bene leggere libri, ma non bisogna dimenticare che le pagine web restano una fonte inestimabile di cose da leggere e sarebbe bello che il nostro ereader fosse in grado di rendere questa esperienza di lettura la più vasta e piacevole possibile!
5) Last but not least rootare il proprio dispositivo Android dà la possibilità di installare quelle “utilità” oramai ritenute standard e che rendono completo il nostro dispositivo: un programma per la posta (potrebbe essere GMail), la calcolatrice, una app per le previsioni meteo, data ed ora e via discorrendo.
Tirando le somme smanettando con il nostro ereader riusciamo a fargli fare cose egregie, addirittura impensabili nella sua configurazione “ufficiale”! E’ questo il motivo per cui sono convinto che Android sia, ora come ora, il miglior sistema operativo possibile; certo, se si “rootta e modda” entro i primi due anni dall’acquisto decade la garanzia, ma credo che il gioco valga la candela.

eReader verso il declino?

eBook Readers Galore di libraryman, su Flickr

eBook Readers Galore di libraryman, su Flickr

La questione ritorna periodicamente alla ribalta ed è stata più volte affrontata anche in questo blog (tra i numerosi post si veda almeno questo): gli ereader sono destinati a sparire di fronte all’avanzata inarrestabile dei tablet?
Infatti benché i primi, anche prendendo come data ufficiale di nascita il 19 novembre 2007 (giorno in cui venne presentato al pubblico il Kindle di prima generazione; in verità il device della casa di Seattle non è il primo ereader in assoluto, risalendo i primi dispositivi di questa categoria a circa un decennio prima, n.d.r.), abbiano preceduto i secondi di oltre due anni (Steve Jobs infatti lanciò l’iPad di prima generazione il 27 gennaio 2010; anche in questo caso non si trattava della prima tavoletta in assoluto a vedere la luce, ma fu la prima ad imporsi – in termini geografici e di vendite – globalmente), da subito si iniziò a discettare della possibilità che queste due classi di dispositivi potessero o meno coesistere.
A riguardo le posizioni furono sin dall’inizio variegate: a fianco di coloro che decretavano la vittoria a breve dei tablet stavano coloro che non mancavano di sottolineare le peculiarità, tali da garantire loro la sopravvivenza, degli ereader; vi erano infine coloro (e tra questi va inserito il sottoscritto) che vedevano in prospettiva una convergenza tra queste due tipologie di dispositivi.
Queste tre “scuole di pensiero” sono a grandi linee quelle tuttora prevalenti ed è interessante rilevare come, a distanza di tre anni, ciascuna potrebbe affermare di avere avuto sinora ragione:
1) la prima ha dalla sua i crudi numeri: i tablet sono, secondo tutti i dati di vendita, l’unico segmento del mercato PC a crescere nonostante la crisi con volumi di vendita impressionanti (le varie Gartner, IDC, Canalys, etc. su questo punto concordano)
2) la seconda ha dalla sua la qualità: nonostante gli sviluppi degli schermi LCD quelli con inchiostro digitale rimangano imbattibili in quanto a facilità di lettura e minor affaticamento degli occhi
3) la terza, infine, ha dalla sua alcuni fatti incontrovertibili: la convergenza infatti si è materializzata, oltre che per il form factor, dal lato delle tavolette con la ricerca di schermi più performanti in termini di resa dell’immagine (luminosità, nitidezza dell’immagine, visione ad angoli elevati, eliminazione di riflessi, etc.) e di consumi di energia, dal lato degli ereader con l’aggiunta di funzionalità quali lo schermo touch, la connettività (Wi-Fi o 3G), la comparsa del colore e la possibilità (ad onor del vero ancora più teorica che pratica) di vedere brevi filmati.
Poco sopra ho appositamente usato il grassetto per evidenziare quel “sinora” in quanto un recentissimo articolo dell’agenzia Reuters a firma di Jeremy Wagstaff (articolo ampiamente ripreso in Italia da Wired) sembrerebbe celebrare il funerale degli ebook reader. In effetti, stando a Wagstaff, la situazione appare a dir poco complicata e tutte le stime di mercato (confortate dal tracollo di vendite di eInk Holding nell’ultimo bimestre 2011) pessime. I fattori che spingono a formulare queste previsioni nere sono presto detti: con una forchetta di appena 70 euro nel prezzo tra gli ereader di punta (ovvero i 129 euro del Kindle Paperwhite o del Kobo Glo) e rispettabilissime tavolette entry level quali il Kindle Fire HD od il Nexus 7 di Google (che si trovano a 199 euro) è evidente che la maggior parte dei consumatori, a meno che non si tratti di grandi lettori, si orienterà verso quest’ultima classe! Un ulteriore aspetto che induce a cattivi presagi è poi quello delle “potenzialità”: a detta di numerosi analisti intervistati la tecnologia e-ink si sviluppa più lentamente rispetto a quella LCD e ciò avviene nonostante gli ingenti investimenti effettuati (la crisi in realtà riguarda anche Qualcomm che starebbe cercando di “piazzare” in licenza la sua ottima tecnologia Mirasol…).
A mio avviso è purtroppo indubbio che gli ereader non stiano “crescendo” come dovrebbero: i colori restano una caratteristica di pochi dispositivi (tra l’altro va rilevato che Barnes & Noble, per ora, ha puntato sul Nook Glowlight con illuminazione frontale e non su una versione migliorata del Color!) e peraltro restano assai “sbiaditi”, la connettività nella maggior parte dei casi avviene via Wifi, non esiste (ad eccezione del Kyobo, che si basa su una versione personalizzata di Android) un sistema operativo di riferimento con il suo ricco sistema di applicazioni tale da conferire maggiore appeal alla categoria, il refresh delle pagine lascia ancora a desiderare e lo stesso schermo touch non è sensibile al tocco quanto lo è il corrispettivo sulle tavolette. Insomma, gli unici vantaggi indiscutibili rimangono la maggiore facilità di lettura / minor affaticamento dell’occhio (aspetto questo assolutamente decisivo) e l’invidiabile autonomia delle batterie.
Quale dunque il futuro? Ha ragione Wagstaff? Personalmente rimango della mia opinione che si vada verso la convergenza (al termine della quale sarà arduo per ovvi motivi stabilire se avremo tra le mani più un tablet od un ereader) e questo perché il tracollo dei lettori di libri digitali non potrà essere così repentino: 1) i benefici effetti delle economie di scala si faranno sentire anche per questi ultimi (già ora se uno si accontenta con 50 euro si porta a casa un ereader anzianotto quanto si vuole ma comunque capace di fare il suo dovere) ed i prezzi caleranno di conseguenza, rendendoli più appetibili 2) se è vero che in ambito educational tutti (corpo docente, istituzioni scolastiche, etc.) sembrano preferire le tavolette per le indubbie maggiori proprietà “multimediali” / interattive, non andrebbero nemmeno sottaciuti i ben noti svantaggi (difficoltà di concentrazione, affaticamento vista, fragilità schermi, etc.) 3) dal punto di vista editoriale non è ancora stata raggiunta una vera standardizzazione sul formato da adottare e forse, a causa della continua evoluzione tecnologica, mai ci si arriverà (l’unica costante sarà la Rete come “ambiente operativo”), motivo per cui device alternativi troveranno sempre una nicchia di sopravvivenza.
Insomma, non la farei così scontata come il report Reuters lascia intravedere: sicuramente un importante banco di prova sarà il Natale 2012, al quale peraltro i produttori di ereader si presentano ben armati (oltre ai vari lettori con illuminazione frontale sono incuriosito dai risultati che riuscirà ad ottenere l’interessante Kobo Mini): se le vendite saranno soddisfacenti allora si potranno mettere in cantiere ulteriori modelli per il prossimo biennio (rinviando la “morte” dell’ereader) mentre in caso contrario è prevedibile l’uscita di molti operatori.
Una volta mancati i necessari capitali molti progetti resteranno sulla carta mentre altri (mi riferisco a quelli di quegli operatori che finora hanno tenuto il piede in due scarpe, leggasi tablet ed ereader) verranno verosimilmente accorpati. E allora sì che sarà veramente convergenza!

Ebook in biblioteca: facciamo il punto (e alcune riflessioni)

Digital Bookmobile and eBooks di Long Beach Public Library

Digital Bookmobile and eBooks di Long Beach Public Library, su Flickr


IL DIGITAL LENDING OLTREOCEANO

La notizia è di quelle che lascia quantomeno interdetti: negli Stati Uniti, nonostante tutti gli sforzi e gli investimenti profusi in questi ultimi mesi ed anni, il prestito di ebook da parte delle biblioteche non cresce in linea con le aspettative: secondo una ricerca del PEW Research Center per quanto ormai quasi tre quarti delle biblioteche statunitensi preveda questo servizio, appena il 12% dei lettori di libri digitali oltre i 16 anni ha effettuato almeno un prestito! Tra i fattori “frenanti” evidenziati dallo studio alcuni sono, in prospettiva, risolvibili: la mancata disponibilità a catalogo di alcuni titoli oppure la presenza di liste d’attesa che scoraggiano dal prestito sono tutti aspetti che con il tempo scompariranno; se aggiungiamo poi che talvolta non si ricorre al digital lending semplicemente perché si ignora l’esistenza del servizio è lecito attendersi che con un’adeguata campagna di comunicazione i risultati possano essere maggiormente in linea con le attese… e con gli sforzi profusi!
Altri fattori contrari al prestito dell’ebook sono, invece, di natura più “strutturale” e potrebbero per questo rappresentare davvero un ostacolo difficilmente sormontabile; in particolare mi riferisco al “ritratto tipo” del lettore di libri digitali così come si ricava da un’altra ricerca (condotta peraltro sempre dal PEW Research Center e della quale avevo già dato conto anche perché in essa vi si intuivano, in nuce, le difficoltà delle biblioteche): maschio, “giovane” (meno di 50 anni), di istruzione e reddito medio-alti, amante della tecnologia e (probabilmente proprio per questa amplia disponibilità) propenso più all’acquisto che al prestito.

IL PRESTITO DI EBOOK IN ITALIA

Se questa è la situazione oltreoceano, come vanno le cose nelle biblioteche italiane? Per inquadrare meglio la natura dei problemi (e fare le debite proporzioni e distinzioni con gli Stati Uniti) è opportuno fornire preliminarmente alcuni numeri. Secondo i più recenti dati, diffusi dall’AIE ad Editech 2012, in Italia (salvo precisazioni il raffronto è del 2011 sul 2010) la lettura di ebook riguarda il 2,9 % della popolazione sopra i 14 anni (per il 61,5 % maschi), in crescita del 59,2%. Trend positivo anche per quanto riguarda la quota detenuta dall’ebook nel complesso del venduto: + 55,3% pari ad una quota dell’1,1%, complice anche un’offerta più che triplicata (da 7.559 titoli di dicembre 2010 a 31.416 di maggio 2012). Sebbene siamo ancora distanti dagli Stati Uniti, dove la quota di mercato è del 6,2% (e del 13,6% per il settore fiction) e soprattutto dove i lettori digitali rappresentano il 17% del totale, si tratta di numeri da leggere con favore; in particolare fanno ben sperare gli iperbolici tassi di crescita (in valore) dei device di lettura, i quali non potranno non far da traino alla lettura stessa: + 718,8% per gli ereader e + 124,8% per i tablet!
Purtroppo non disponiamo di dati altrettanto copiosi per delineare il prestito dell’ebook in biblioteca, motivo per cui si rende necessario fare un collage delle varie esperienze finora condotte: l’unico dato rappresentativo a livello nazionale è quello fornito da Giovanni Peresson all’ultimo Salone del Libro di Torino e riguarda le 2.300 biblioteche che hanno sottoscritto il servizio proposto da Media Library Online (MLOL), la quale mette a disposizione un catalogo di circa 300mila titoli, recuperati sia attingendo a progetti “aperti” (Gutemberg ad esempio) sia attraverso accordi stipulati con le principali case editrici nazionali.
Quella di avvalersi dei servizi di aziende “intermediarie” come MLOL, le quali si assumono il non facile compito di trovare accordi con gli editori e di realizzare la piattaforma di prestito (negli Stati Uniti un ruolo analogo è svolto, tra gli altri, da Overdrive), non è però l’unica strada percorsa:
1) la rete Reanet, con capofila la biblioteca Fucini di Empoli, ha dal 2010 avviato un progetto, significativamente denominato Una biblioteca in tasca, il quale prevede la costituzione di un proprio repository nel quale immagazzinare gli ebook acquistati così come, al fine di ampliare il “posseduto”, quelli frutto di digitalizzazioni o di altri progetti in corso in ambito nazionale (come Biblioteca Digitale Italiana)
2) la Biblioteca Civica di Cologno Monzese rappresenta oramai un altro classico case study: qui i bibliotecari si sono sobbarcati l’onere di contrattare le migliori condizioni di prestito direttamente con le case editrici (principale motivo del contendere ovviamente il famigerato DRM); gli ebook faticosamente ottenuti vengono poi precaricati sull’ereader ed attraverso quest’ultimo giungono all’utente. Si tratta di una procedura francamente farraginosa, ma così viene descritta nella pagina del progetto né dalla stessa si evince se vi sia stata nel frattempo un’evoluzione nella modalità di erogazione del servizio, in special modo per venire incontro ai sempre più numerosi possessori di un qualsiasi dispositivo di lettura.
Quest’ultima osservazione mi permette di farne una ulteriore: tutti i progetti citati, sperimentali o meno che siano, prevedono il prestito, oltre al libro, dell’apposito ereader. Si tratta sicuramente di una scelta meritoria dal momento che consente a molti utenti di “rompere il ghiaccio” con l’universo digitale ma che ha presentato e presenta alcune controindicazioni: i device hanno un costo relativamente importante, sono soggetti a rottura e soprattutto ad obsolescenza (nessuno di quelli usati nel corso dei primi progetti, tanto per fare un esempio, era touch!). Inoltre tale politica dirotta cospicue risorse che sarebbe meglio se fossero investite in infrastrutture e contenuti. In ogni caso il citato exploit nelle vendite di device di lettura dovrebbe far passare in secondo piano questa prassi, anche se automaticamente imporrà alle biblioteche di prendere decisioni di rilevanza strategica.

COME L’EBOOK (E L’UTENTE) DELINEANO LA BIBLIOTECA DEL FUTURO …

Siamo ad un passaggio cruciale: può sembrare quasi banale ricordarlo ma a seconda di come si intende gestire il passaggio all’ebook, ed in generale al digitale, si viene a delineare la biblioteca del prossimo futuro. Dunque, premettendo che quando si ha che fare con il futuro si entra nel regno del probabile, è altresì innegabile che alcune tendenze di fondo sono evidenti sicché si possono ipotizzare alcuni scenari prossimo venturi.
Non si sottrae all’ingrato compito il “solito” Pew Research Center, il quale attribuisce alle biblioteche di fine decennio il ruolo di aiutare l’utente a districarsi dalle sfide lanciate dalle “3V” dell’informazione: esse dovranno “sfoltirne” il volume (in termini quantitativi), distinguendone nel contempo la valenza (in termini qualitativi), sempre ammesso che si riusca a catturarla, tale è la velocità alla quale essa fluisce! Ne risulta un bibliotecarius novus che deve da un lato fungere da sentinella, valutatore, filtro e certificatore dell’informazione e dall’altro porsi come aggregatore, organizzatore e facilitatore nell’uso della biblioteca (e delle sue risorse!), quest’ultima vista come un nodo informativo a disposizione della community (fisica e virtuale).
Sicuramente le 3V rappresentano tre caratteristiche dell’informazione che mettono in difficoltà l’utente e pertanto l’impostazione di fondo della ricerca, nel momento in cui tenta di far sì che il bibliotecario del futuro sia in grado di affrontare le sfide poste dal modificato sistema informativo, risulta corretta; mi pare però che ci si dimentichi che assieme all’universo informativo cambia l’utente medesimo, il suo modus operandi e le sue aspettative circa i servizi che la biblioteca deve offrirgli e che questo aspetto sia altrettanto, o persino di più, importante.
Un paio di esempi chiariranno meglio i termini della questione, almeno per come la intendo io:
1) la gran parte degli studi sull’ereading hanno evidenziato come con l’ebook si legga a salti e si acquisti in modo compulsivo; nell’era del download indiscriminato ed immediato l’utente potrà tollerare la presenza di liste d’attesa per avere una qualsivoglia risorsa digitale? In tutta sincerità non credo proprio: egli cercherà su Internet (e non negli OPAC / SOPAC!) finché non troverà un’altra biblioteca / servizio in grado di dargli subito quanto desiderato
2) discorso analogo per la sezione emeroteca: è verosimile che un utente attenda il suo turno per leggersi il quotidiano o la rivista preferita? Non penso, specie quando con app come Google Current, Flipboard o Ultima Kiosk (per citarne solo due) può sfogliare sul proprio tablet un’intera edicola! Aggiungiamo che in Rete si possono recuperare pure le annate passate e appare chiaro come, dipendesse dall’utente (al quale ben poco gli importa della conservazione nel lungo periodo, della quale in questa sede evito del tutto di parlare perché finirei fuori dal seminato), la sezione emeroteca avrebbe i giorni contati…
3) il fatto è che l’utente si aspetta servizi ossequiosi del celebre motto di Google “anywhere, anytime and on any device“: egli vuole poter leggere ed informarsi su smartphone, tablet od ereader finché è in metropolitana, su desktop PC finché è in ufficio, su tablet od ereader di nuovo prima di addormentarsi e via di seguito! Poiché il passaggio da un dispositivo all’altro deve avvenire senza complicazioni tecnologiche (non devono esistere “blocchi” che impediscono l’utilizzo su uno o più device, non deve esserci bisogno di convertire tra i vari formati, la sincronizzazione deve avvenire in automatico => si prende in mano il tablet in poltrona e si riprende la lettura lì da dove la si era lasciata ore prima con lo smartphone in treno) è evidente che soluzioni come quelle proposte attualmente in Italia non possono che essere transitorie e destinate a lasciare il campo una volta che sarà terminata l’attuale fase sperimentale.

… E LE POSSIBILI RISPOSTE

Rebus sic stantibus le biblioteche devono a mio avviso porsi le seguenti domande: 1) se l’utente cambia, come dobbiamo cambiare noi per rispondere alle sue aspettative? E soprattutto, 2) quale ruolo possiamo ritagliarci nel nuovo mondo digitale? Procediamo con ordine.
1) La risposta alla prima domanda è presto detta: se le aspettative e le abitudini di lettura dell’utente sono quelle innanzi descritte non ci sono che due alternative: o a) ci si dota di una adeguata infrastruttura tecnologica e della relativa piattaforma di prestito (soluzione da me privilegiata) oppure b) se ne “noleggia” una avvalendosi di servizi come il citato MLOL o ancora meglio Overdrive (per inciso l’annuncio da parte di quest’ultima azienda che entro la fine dell’anno sarà disponibile un ereader web-based che supporta i formati ePub e Pdf e che in linea teorica abbatte in un colpo solo tutti i problemi di sincronizzazione, portabilità, gestione dei diritti, etc.: il lettore legge libri che si trovano “sulla nuvola” e l’unica caratteristica imprescindibile è che i vari device abbiano una qualche modalità di connessione alla Rete). Entrambe le soluzioni presentano pro e contro: nel primo caso (a) i contro sono quelli di acquisto, manutenzione e gestione dell’hardware oltre a quelli, ovvi, di selezione, raccolta, gestione, etc. delle collezioni digitali (che sono il motivo per cui ci si dota di tale infrastruttura!) nonché quelli dell’interfaccia utente attraverso la quale avvengono le operazioni gestionali, di ricerca, prestito, etc.; il principale pro è che (a meno che non si contratti con Amazon o Apple) si mantiene il pieno possesso delle risorse digitali. Nel secondo caso (b) il maggiore aspetto positivo è che a fronte del pagamento per il servizio la biblioteca è sgravata da tutte le incombenze tecnologiche citate, dalle trattative con gli editori, etc. Di negativo c’è però che da un lato non si possiede alcuna risorsa e pertanto se il fornitore incappa in problemi (tecnici, ma anche finanziari) l’erogazione del servizio si interrompe! Inoltre si è praticamente alla mercé delle condizioni imposte da quest’ultimo in termini di prezzi, modalità di prestito, etc.
2) Il secondo punto è solo apparentemente scollegato al primo: infatti l’apparition del nuovo lettore / utente (e delle nuove modalità di lettura) sancirà la fine della “relazione speciale” che la biblioteca ha da sempre tentato di instaurare. Questa istituzione dovrà pertanto ripensare sé stessa: come giustamente sottolineato dalla ricerca del PEW Research Center essa dovrà essere un nodo della Rete e nel contempo essere capace di relazionarsi con la community, obiettivi questi a mio avviso raggiungibili solo a patto di investire, per l’appunto, in tecnologia. Anche per le biblioteche dunque, così come per gli archivi, un vero futuro è possibile solo se si possiede una adeguata infrastruttura. E qui torniamo all’annosa questione dei soldi necessari: ovviamente duplicazioni di strutture sono inaccettabili, tanto più che tra virtualizzazione, cloud computing, etc. esistono eccome modi per razionalizzare il sistema. Ad esempio, poiché la legge sul deposito legale riguarda, tra gli altri, pure gli ebook non sarebbe una malvagia idea che nel momento in cui si creano le indispensabili repository oltre all’aspetto conservativo si prevedesse pure quello della fruizione: Internet Archive è molto dissimile come concetto? Quanti data center credete che abbia? Uno (più probabilmente un sito secondario di ripristino), e riesce ad archiviare l’intero web più video, libri, etc. nonché a reggere il peso di ben 500 richieste al secondo!
Questo solo per mettere in chiaro che tecnicamente è possibile gestire a livello centrale l’intera produzione libraria italiana; poi ovviamente si possono ipotizzare architetture federate in linea con la tradizione italiana e via dicendo, l’importante è che di queste cose si discuta e soprattutto che si faccia concretamente qualcosa!

CONCLUSIONI

Più il fenomeno ebook prenderà piede, più le biblioteche saranno chiamate ad un profondo rinnovamento; considerate le caratteristiche peculiari del nuovo lettore digitale, il libro (ed il suo prestito) non ricoprirà più come in passato un ruolo centrale, ma sarà bensì uno dei tanti servizi offerti. Starà infatti a ciascuna biblioteca individuare il proprio “posizionamento”: centro culturale con WiFi / download area, ibrido tra centro informazioni e centro di documentazione su modello degli Idea Center, Internet Café letterario… le possibili declinazioni sono infinite e dipendono in definitiva dalle esigenze locali, dalla comunità di riferimento, dai soldi a disposizione e da innumerevoli altri fattori.
L’importante è che il passaggio all’ebook, ed al digitale in generale, non venga vissuto dalle biblioteche (ed ancor più dai bibliotecari) in modo passivo e tantomeno come una minaccia: accanto alla inevitabile ridefinizione della propria mission esso lascia intravedere grosse opportunità! Come non pensare, con tutte le sperimentazioni che si fanno in tema di e-learning, che esso possa costituire un’occasione di rilancio per le biblioteche scolastiche? Come non pensare, in ambito accademico / universitario, ad una ulteriore specializzazione in fatto di pubblicazione di e-journal?
Insomma, le possibilità ci sono, basta saperle cogliere!

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