Il potenziale inespresso di archivi e biblioteche (e la necessità di una maggior visibilità)

Dutch Institute for Picture & Sound (Hilversum, the Netherlands)

Dutch Institute for Picture & Sound (Hilversum, the Netherlands) by Frans Sellies, on Flickr

In un articolo apparso su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa vengono riportati i risultati di un interessante studio condotto dal CESTIT dell’Università di Bergamo nel quale si evidenziano gli ottimi risultati, in termini di vendite e di visibilità, ottenuti dalle sempre più numerose aziende vitivinicole che legano la propria immagine ed il proprio “prodotto” all’arte ed, in generale, alla cultura.

Si tratta, argomenta l’estensore dell’articolo, di un legame di vecchia data che si è declinato nel tempo secondo varie modalità: dalle performance artistiche nel vigneto alle cantine progettate dalle archistar, dal contributo di artisti e designer nell’elaborazione delle etichette delle bottiglie (ed in generale del packaging) alla creazione di collezioni d’arte stabili, fino al caso limite del finanziamento di interventi di restauro di opere antiche e/o beni culturali (a riguardo viene portato l’esempio del restauro del tempio di Selinunte).
Il ritorno di tali “politiche”, come anticipato, è lusinghiero: le aziende che hanno investito in un packaging e/o etichetta “artistica” percepiscono un aumento delle vendite del 40%, con una visibilità del marchio che sale in parallelo del 60%; quest’ultimo valore arriva al 92% in caso di investimenti in produzioni culturali e/o arti figurative ed addirittura al 100% qualora ci si sia impegnati nel restauro di beni culturali.
Trova dunque piena conferma l’assunto che l’arte, ma si può a buon diritto affermare la cultura tout court, possiede un notevole appeal, tale da renderla, qualora utilizzata con sapienza, efficacissimo strumento di marketing.

Vi starete a questo punto domandando qual è il nesso, in tutto questo discorso, con archivi e biblioteche; in effetti un collegamento diretto NON ESISTE, ed è proprio questa fragorosa assenza che dovrebbe indurci a porci qualche domanda sul perché queste particolari tipologie di beni culturali, benché dotate di enormi potenzialità, non riescano a suscitare un appeal non dico analogo, ma nemmeno paragonabile rispetto a quello riscosso, giusto per riprendere il contenuto dell’articolo che ha ispirato questo post, dalle arti figurative. Com’è possibile, giusto per dirne una, che il mondo dell’enologia/vitivinicoltura non cerchi “un aggancio” con gli archivi e le biblioteche nonostante questi ultimi, nel corso dell’Expò di Milano (come si ricorderà dedicato al tema dell’alimentazione), abbiano concretamente dimostrato di saper proporre interessanti itinerari “enogastronomici” tra le carte da essi conservate?

La risposta a tale domanda ovviamente non è univoca ma sono personalmente convinto, a costo di apparire riduttivo, che un elemento che gioca fortemente a discapito di archivi e biblioteche sia quello delle loro sedi.
Posto infatti che un’autentica e strutturata “politica edilizia” in Italia non c’è mai stata (fatto salvo il periodo fascista/razionalista per gli archivi e qualcosa negli anni Settanta dello scorso secolo per le biblioteche, in contemporanea con la creazione delle Regioni), questi istituti hanno sede nella rimanente, stragrande maggioranza dei casi all’interno di palazzi storici, spesso e volentieri di epoca medievale o al più moderna (un tour virtuale con Google Earth è sufficiente per farsi un’idea). Intendiamoci, non sto qui facendo l’equazione palazzo storico = antico = vecchio = brutto, in quanto non la condivido; sto semplicemente sostenendo che queste tipologie di sedi, per quanto ricche di fascino e trasudanti di storia, anche a voler sorvolare sugli oggettivi limiti funzionali (inevitabili, data l’epoca di progettazione, e del resto difficilmente superabili mediante restauro, dati i vincoli esistenti), sono nella maggior parte dei casi troppo solenni ed austere e, conseguentemente, non invogliano i cittadini ad entrare e men che meno a legare ad esse la propria immagine.

I sempre più frequenti casi di fondi archivistici che finiscono non, come sarebbe naturale e logico pensare, presso archivi bensì, per esplicita volontà dei loro produttori, presso fondazioni o musei, stanno lì a testimoniare questa scarsa “attrattività”. L’ulteriore constatazione che tali fondazioni e musei sono ospitati in edifici moderni ed avveniristici (ultimo episodio in ordine cronologico a far mugugnare gli archivisti è stato la donazione al MAXXI di Roma del proprio archivio da parte dell’architetto Paolo Portoghesi), a mio avviso conferma l’ipotesi sopra formulata.
Tra l’altro va precisato che non sono contrario a priori a questa “contaminazione” tra tipologie di beni culturali: il fatto che libri, quadri, archivi, sculture, installazioni digitali, etc. trovino sempre più spesso “ricovero” nel medesimo luogo fisico non è uno scandalo se a ciascuna tipologia viene riservato il corretto trattamento scientifico (fermo restando poi che in letteratura stiamo assistendo all’estensione del dialogo dal coordinamento MAB “a tre” – e che vede la partecipazione di musei, archivi e biblioteche – a quello allargato LAMMS, ovvero coinvolgente Libraries, Archives, Museums, Monuments & Sites!). Ciò non rappresenta uno scandalo tanto più in considerazione del fatto che non si tratta di una prima assoluta: storicamente infatti qualcosa di analogo, in Italia, è avvenuto nei decenni successivi all’Unità, allorquando documenti, libri e “memorabilia” legati a protagonisti del Risorgimento vennero raccolti e tenuti assieme a dispetto delle varie leggi, varate in quegli stessi anni, che ne disponevano l’assegnazione, a seconda dei casi, rispettivamente ad archivi, biblioteche e musei.

In sostanza dunque non critico il fenomeno in sé ma la sua unidirezionalità, la quale va tutta a discapito degli archivi ed, in subordine, delle biblioteche; in aggiunta a ciò mi “indispettisce” la motivazione di natura sostanzialmente “estetica” addotta per snobbare queste due tipologie di istituti. Sono peraltro del parere (ahimé!) che si tratti di una tendenza difficilmente invertibile giacché, nel caso di archivi e biblioteche, una mera operazione di restyling non è sufficiente: per quanto si tratti di un’azione da compiere a prescindere (in tal caso sono da prendere come riferimento non solo i modelli nordici, quali ad esempio il nuovissimo Astrup Fearnley Museet di Oslo od il Baltic Centre of Contemporary Art di Newcastle, ma anche il latino Reina Sofia di Madrid), i vincoli di natura logistica e “funzionale” ai quali soggiacciono archivi e biblioteche (penso in particolare alla necessità di disporre di enormi depositi e di adeguati spazi per movimentare i pezzi) a mio modo di vedere sono tali da rendere oggettivamente impari la sfida con gli altri istituti presenti nel settore dei beni culturali.
Giusto per intenderci, ritengo che nel prossimo futuro sarà sempre più frequente incappare in musei “potenziati” da snelli archivi e da centri di documentazione / biblioteche tematici piuttosto che in archivi, con la loro massa sterminata di documenti, ulteriormente “appesantiti” da corpose biblioteche e collezioni di varia natura.

Se dunque gli elementi di fondo sembrano giocare a sfavore di archivi e biblioteche, non mancano neppure i motivi di ottimismo. Questi ultimi si fondano soprattutto sulla constatazione di come, a fronte di contenitori che (per usare un eufemismo) spesso e volentieri “lasciano a desiderare”, il contenuto sia di prima qualità. Giusto a titolo esemplificativo sono da evidenziare i seguenti aspetti che, parzialmente riprendendo l’articolo giornalistico dal quale abbiamo preso spunto, rappresentano altrettanti punti di forza insiti nel materiale presente all’interno di archivi e biblioteche:

  • la capacità di ricostruire / ripercorrere / narrare la storia del territorio;

  • la capacità di ricostruire / ripercorrere / narrare la storia dei i marchi (e delle aziende e delle persone che ci stanno dietro);

  • la capacità, in generale, di raccontar storie / (hi)storytelling;

  • la presenza, specie negli archivi e nelle biblioteche del Novecento, di materiali audio / video / multimediali particolarmente adatti ad una loro rielaborazione e riutilizzo in chiave creativa.

  • In conclusione bisogna dunque riconoscere che il potenziale c’è anche se, nel contempo, bisogna ammettere che fintantoché non “piaciamo” alla gente (o meglio, fino a quando non riusciamo a farci piacere), è inutile sperare che a qualcuno importerà del nostro destino! Finiremo dunque tutti nel dimenticatoio, con sempre meno stanziamenti di fondi pubblici ed ancor meno donazioni di privati.
    Entreremo, in altri termini, in una spirale negativa che condurrà alla progressiva ghettizzazione di archivi e biblioteche, secondo un trend per larghi tratti già intuibile nel caso degli archivi: è infatti sempre più frequente che, per motivazioni economiche (leggasi costo dei locali), questi ultimi – specie quelli di deposito – finiscano in grigi “capannoni” edificati in località periferiche, difficilmente accessibili tanto dall’utenza interna quanto da quella interna e spesso privi di quella serie di servizi imprescindibili per assicurare un minimo di fruibilità. In questo senso va sottolineato con forza come il passaggio al digitale costituisce un duplice pericolo: la realizzazione dei data center, nei quali si accumulano gli archivi e le biblioteche digitali, da un lato rendono inutili, agli occhi degli utenti, le sedi fisiche, dall’altro spingono per una loro espulsione dai centri cittadini. Inutile dire che, allontanati dalla vista dei cittadini, privati di un qualsivoglia elemento di attrattività “estetica”, per gli archivi e per le biblioteche il futuro si farebbe più incerto che mai. Un ulteriore motivo per impegnarsi a fondo affinché gli archivi e le biblioteche abbiano, anche dal punto di vista “edilizio”, la necessaria visibilità.

Ispirati dagli Archivi

Da socio ANAI quale sono, non posso che contribuire a diffondere l’iniziativa Ispirati dagli Archivi, una settimana di iniziative per ricordare l’importanza degli archivi e della corretta gestione della documentazione:

Ispirati dagli Archivi.

Ispirati dagli Archivi

Continua sul sito della manifestazione per leggere l’intero manifesto…

Instagram in biblioteca

Biblioteca Centro de Arte Reina Sofia (Madrid)

Biblioteca Centro de Arte Reina Sofia (Madrid)

Dell’utilizzo dei social network in archivi e biblioteche si parla e si scrive in lungo ed in largo: Facebook e Twitter, in particolare, sono tra gli strumenti che gli esperti indicano come i più efficaci, il primo (solo per enunciare i principali pregi) in virtù della enorme base di utenti e della possibilità di pubblicizzare e promuovere eventi inserendo foto, video, etc. a corredo, il secondo soprattutto per l’immediatezza e la rapidità d’uso derivante dai 140 caratteri massimi ma anche per la potenza dell’hashtag cancelletto (#) come aggregatore tematico.
Sulla scorta di queste considerazioni non stupisce che negli ultimi anni numerosi archivi e biblioteche abbiano attivato account istituzionali di questi ultimi due servizi mentre altri, che richiedono maggiore impegno e maggiori competenze tecniche (penso a Youtube) oppure che meglio si adattano a specifiche tipologie di istituti (penso di nuovo a Youtube per archivi contemporanei con importanti fondi audiovisivi o a Flickr per quegli archivi e quelle biblioteche che conservano ricche raccolte fotografiche), sono rimasti decisamente meno diffusi.
In questo panorama abbastanza nitido, in verità se vogliamo per certi versi quasi scontato, ritengo che un’anomalia ingiustificata sia rappresentata dallo scarso utilizzo di Instagram, il social network nato nel 2010 come app per dispositivi iOS (quindi in ambiente mobile, aspetto non secondario, e solo successivamente divenuta utilità da desktop PC!) e caratterizzato dalla possibilità di scattare foto con la fotocamera presente sul device in uso, applicandovi poi filtri in alta definizione e, aspetto non meno importante, di taggarle, di condividerle con amici e di commentarle.
Instagram, forte della sua base di 400 milioni di utenti attivi, oramai ha scalzato Twitter (fermo a quota 320) nelle preferenze di molti utenti: posto che i dati in circolazione vanno maneggiati con cautela (non bisogna infatti confondere utenti attivi con utenti registrati!), bisogna ammettere che i numeri sono netti, al punto che secondo molti il 2016 sarà l’anno di Instagram, il quale gode di un’appeal senza pari tra le giovani generazioni, stanche di Facebook.
Ma quali sono i punti di forza di Instagram, tali da averne hanno decretato il successo? Precisato che si tratta ovviamente anche di un fenomeno di moda (numerosissime sono le celebrità presenti in Isntagram con propri profili, seguiti da milioni di fan; n.d.r), è necessario riconoscerne le indubbie qualità che a mio avviso sono le seguenti: 1) punta sulle fotografie, ed in tempi di società dell’immagine non c’è miglior via per assicurarsi il successo 2) da Facebook riprende funzionalità quali i “Like” ed i commenti (con tanto di faccine in stile Whatsapp) 3) da Twitter copia il meccanismo dell’hashtag, a riguardo del quale va precisato come attualmente non vengano forniti trend topics elaborati sulla base delle parole chiave più utilizzate in un dato momento come fa Twitter; all’utente, man mano che li scrive, vengono semplicemente suggeriti tag “standardizzati” che risultano ugualmente fondamentali per creare quella trama di collegamenti tra le proprie foto e quelle postate da altri utenti ed etichettate con gli stessi termini 4) da Foursquare recupera il principio della georeferenziazione: in base al luogo in cui ci troviamo (= dove si trova il nostro smartphone), Instagram ci propone una serie di foto scattate nelle prossimità.
In sostanza Instagram ha fatto proprie quelle che sono le principali caratteristiche degli altri social network, fondendole sapientemente in un’unica app che, venendo a noi, sono convinto potrebbe dare molte “soddisfazioni” qualora utilizzata in ambito bibliotecario.
Del resto il nesso tra biblioteche e mondo dell’immagine/foto è forte non solo perché esse incentrano principalmente la propria attività su un oggetto, il libro, che è fruibile (perlomeno nella nostra epoca) in primis mediante la vista; lo è anche perché il libro stesso ha una valenza estetica (nella copertina, nelle miniature, nelle illustrazioni) tale da far apparire quasi spontaneo “fotografarlo”.
Non sto chiaramente scoprendo nulla: basta infatti scorrere i tweet di una qualsiasi biblioteca per rendersi conto che molti bibliotecari già lo fanno, a volte inconsapevolmente altre con lo scopo pratico di far conoscere le nuove accessioni. Il punto è che su Twitter esse si confondono in un mare di teneri gattini e cuccioli vari (purtroppo accade ancora!), di locandine di eventi, di avvisi, di adesioni a campagne di mobilitazione varie, etc.
In altri termini la fotografia, in Twitter, perde il proprio valore aggiunto; per contro su Instagram vi è la possibilità di inserirla in discorso / flusso narrativo dotato di un certo valore estetico (non me ne vogliano i fotografi di professione, ma effettivamente su Instagram ci sentiamo un po’ tutti artisti!) e soprattutto dotato di una coerenza interna e con la “social media strategy” definita dall’ente, senza peraltro che ciò (e qui sta il bello) precluda ulteriori, non previsti, percorsi.
Ad esempio, se clicchiamo sull’immagine della biblioteca del Centro de Arte Reina Sofia di Madrid pubblicata in questo post, ecco che finiamo sulla stessa foto caricata nel mio profilo Instagram; qui possiamo cliccare ulteriormente sull’hashtag #library e veder comparire alcune foto che ritraggono le più belle biblioteche al mondo oppure sull’hashtag #reinasofia, al quale sono associate foto scattate dagli altri utenti nelle quali ricorre sì il medesimo tag ma che hanno un soggetto completamente diverso dal mio. Ecco dunque che, partendo dalla foto di una biblioteca, scopro che al Reina Sofia è esposto il celebre Guernica di Pablo Picasso ma anche, attraverso un’altra foto, pure che è in corso una mostra temporanea su Constant Nieuwenhuys, personaggio poliedrico ed autore del libro New Babylon.
Appare evidente come Instagram, in pochi passaggi, sia stato in grado di farci compiere un viaggio tra diverse arti e discipline, fornendoci peraltro ulteriori spunti di lettura!
Le potenzialità dello strumento dunque ci sono tutte, resta da capire come sfruttarle al meglio; la palla, a questo punto, passa ai social media strategist, figure delle quali le biblioteche devono a mio avviso dotarsi (qualora ciò non fosse possibile, è necessario che i bibliotecari apprendano i rudimenti della materia), ed ai quali spetta il compito di inserire Instagram nella più vasta strategia comunicativa della biblioteca / dell’Ente, affiancando e non sostituendo gli altri social media.
A riguardo, pur non essendo un esperto, mi permetto di fornire alcuni semplici, finali, suggerimenti operativi: A) fatti salvi casi specifici, è auspicabile che le foto pubblicate su Instagram vengano condivise automaticamente anche sugli altri social network nei quali si è presenti; B) nel momento in cui dobbiamo decidere su cosa basare il nostro discorso narrativo, prenderei in considerazione i seguenti tre: 1) i libri (= le raccolte), 2) le sedi e 3) le persone (utenti / bibliotecari), ovvero i tre elementi che incidentalmente sono a fondamento della biblioteconomia e che, con le loro interconnessioni quotidiane, reali e virtuali, ne assicurano la vitalità.

L’insostenibile leggerezza del cloud

ADrive

ADrive

Nel mio libro di cinque anni fa sul ruolo e sulle potenzialità del cloud computing in archivi e biblioteche, affrontavo gli impieghi di questo paradigma tecnologico – oggi conosciuto pure dai bambini – non solo nell’ambito di questi due istituti ma, in modo sperimentale (così come, piccolo inciso, sperimentale voleva essere il ricorso al self publishing…), pure nel contesto degli archivi digitali di persona.
In modo molto pratico e concreto, al fine di stabilire se gli spazi di memoria messi a disposizione sulla nuvola possedevano i requisiti previsti dalla teoria per essere riconosciuti o meno come archivi, descrivevo il funzionamento della versione free di tre servizi, vale a dire Memopal, ADrive e Dropbox (Google doveva ancora lanciare il suo Drive, giusto per capire quanto i tempi fossero pionieristici…).
L’e-mail arrivatami qualche giorno fa da ADrive, servizio che nel frattempo ho continuato seppur sporadicamente ad usare, e con la quale mi si avvisa che nell’ottica del continuo miglioramento e potenziamento del servizio la versione Basic a partire dall’1 gennaio 2016 scomparirà (proponendomi nel contempo di abbonarmi alla versione Premium a prezzo vantaggioso), mi ha spinto a controllare come sono messi i summenzionati servizi a distanza di un lustro (nota: per chi volesse rileggersi quanto scritto a suo tempo nel libro, di riferimento è il par. 3.4).

Diciamo innanzitutto, e non è poi una cosa così scontata considerata l’elevata mortalità delle aziende hi-tech, che tutti e tre i servizi sono vivi e vegeti, nel senso che non sono stati chiusi né oggetto di operazioni di merge & acquisition; anzi essi, in linea con il settore, godono di ottima salute ed in particolare Dropbox ne è uno dei leader indiscussi.
Ma veniamo al sodo! Memopal continua ad offrire, nella versione gratuita, 3 GB di spazio di memorizzazione sulla nuvola; pure a scorrere le specifiche di sicurezza non molto è cambiato: utilizzo dei protocolli HTTP / HTTPS ed SSL, RAID 5 e tecnologia MGFS (Memopal Geographical File Systems), scelta in capo all’utente dei file da caricare, possibilità di sincronizzazione multidevice (a prescindere dal sistema operativo), etc. La novità è data dalla posizione di “preminenza” data alle foto; così infatti recita il sito: “nella nostra web app tutte le foto sono organizzate in un album, indipendentemente dalla loro posizione nelle tue cartelle”.
Passiamo ora ad ADrive: come ampiamente ricordato, la versione Basic da 50 GB sta andando in pensione e le farà posto quella Premium da 100 GB (che però possono crescere fino a 20 TB ed oltre); l’interfaccia grafica è stata migliorata e sono state rilasciate app per dispositivi mobili iOS ed Android. Per il resto, oggi come cinque anni fa, si fa leva sulla possibilità di editare sulla nuvola (anche condividendo il lavoro) e di caricare file di grandi dimensioni (il limite è passato da 2 a 16 GB!).
Veniamo infine a Dropbox: lo spazio a disposizione nella versione gratuita di base è tuttora fermo a 2 GB, viene posta particolare enfasi sulle misure di sicurezza adottate (crittografia dei dati archiviati con AES a 256 bit e protezione di quelli in transito con tecnologia SSL/TLS, concepita per creare un tunnel sicuro protetto da crittografia AES a 128 bit o superiore) ma non si specifica la localizzazione dei data center nei quali materialmente finiscono i dati. A proposito di questi ultimi, anzi, si afferma esplicitamente che l’azienda si riserva di spedirli in qualsiasi parte del mondo ma nel rispetto, beninteso, della normativa cd. “Safe Harbour”. Da sottolineare che, diversamente a cinque anni fa, non ho trovato alcun riferimento al fatto che Dropbox si avvalga dei server di Amazon ma alcuni passaggi presenti nella pagina poc’anzi citata mi fanno ritenere che ora Dropbox tenga tutto presso di sé.
Da rimarcare invece come l’azienda californiana, in modo encomiabile, non solo abbia tenuto in vita app per sistemi operativi che contano quote di mercato oramai irrisorie (come Blackberry) ma ne abbia realizzato di ulteriori per Kindle Fire di Amazon (che, come noto monta una versione altamente customizzata di Android) e per il mondo Microsoft (Windows Phone e tablet con Windows). Per finire va sottolineato come pure Dropbox, un po’ come Memopal, abbia tentato di valorizzare le foto salvate al suo interno dai suoi utenti: nello specifico era stata lanciata, con una sorta di spin-off, l’app Carousel, la quale presentava in modo cronologico tutte le foto caricate. Purtroppo l’avventura non deve essere andata esattamente come sperato se, proprio pochi giorni fa, ne è stata annunciata la chiusura per il 31 marzo 2016.

Benché Dropbox si affretti a precisare che le foto non adranno perse ma semplicemente rientreranno all’interno dell’app “originaria”, la quale verrà nel frattempo potenziata con funzionalità ad hoc per le foto, è inutile dire che questa notizia, unita a quella di ADrive, non contribuisca a far sorgere la necessaria fiducia per i servizi di cloud storage. Se dal punto di vista tecnologico questi servizi paiono essere complssivamente affidabili (non si sono infatti sin qui verificate clamorose falle nella sicurezza come capitato in molti settori contigui), le perplessità permangono per ciò che concerne la “cornice legale” e la durata nel tempo del servizio: come si è visto esso è intimamente legato – com’è peraltro normale che sia, trattandosi di aziende private – a logiche di mercato e nel momento in cui la profittabilità viene meno oppure la versione gratuita diviene non più sostenibile (oppure ha semplicemente assolto alla sua funzione “promozionale” per attirare nuovi utenti), semplicemente la si chiude senza tanti giri di parole.
Tutti fattori che, facendo un’analisi costi/benefici, a mio avviso dovrebbero indurre una buona fetta degli utenti ad optare per soluzioni di personal cloud che, benché abbiano un costo, forniscono ben altre garanzie.

Alleanze per il cloud di domani: fine dei giochi per archivi e biblioteche?

Docker_(container_engine)_logo

Ho ripetutamente sostenuto, in questo blog e non solo, circa l’opportunità che archivi e biblioteche si facessero promotori della costruzione di data center pubblici (nel senso di stretto proprietà pubblica, non di public cloud!) analoghi a quelli che i colossi dell’informatica vanno costruendo oramai da un lustro in giro per il globo e che sono destinati ad ospitare gli archivi digitali del futuro (prossimo).
Purtroppo questo mio desiderata è, a giudicare dall’evoluzione dello scenario tecnologico, ben lungi dall’avverarsi; anzi, a guardare le scelte strategiche prese nel frattempo dai player globali, il timore che oramai si sia fuori dai giochi è più forte che mai.
Giusto per dirne una, allo stesso cloud computing, locuzione all’interno della quale si è buttato un po’ di tutto, è sempre meno collegata l’idea di fornire un mero “spazio” all’interno di un server (aspetto che lo ha reso di primario interesse per le implicazioni archivistiche).

Al contrario, si sta scendendo sempre più di livello e, ad esempio con Docker si perseguono obiettivi di “snellimento” degli ambienti sui quali girano le varie applicazioni che, in prospettiva, potrebbero mandare in pensione le classiche virtual machine (VM).

Si badi, niente che riguarda direttamente gli archivi (anche se mi viene da pensare che un ambiente più snello qual è quello container potrebbe render più agevole lo sviluppo di programmi di tipo EaaS; emulation as a service), ma resta il fatto che ancora una volta gli archivi sono ad inseguire l’evoluzione tecnologica, la quale, tanto per cambiare, continua ad essere guidata dai soliti colossi. Per restare in tema di container basta guardare a quanto fatto di recente da Google, che ha “ceduto” il controllo di Kubernetes, la sua piattaforma open-source che offre gli strumenti di comando per quei sviluppatori che utilizzano, per l’appunto, i container, stipulando nel contempo una sorta di pax (ma con i contorni di una vera e propria alleanza) con tutti i colossi parimenti interessati a questa evoluzione: Amazon, Microsoft, Rackspace, Red Hat, etc.

Inutile dire che le carte che si possono giocare gli archivi e le biblioteche, in questo contesto, sono davvero minime al punto che, probabilmente, è bene prendere atto di tutto ciò e cambiare strategia: se non si può essere attivi in prima persona, sarebbe almeno opportuno riuscire ad agire a livello “politico” ottenendo che gli archivi sulla nuvola, ed i meccanismi che li governano, siano “scientificamente” adeguati e gestiti in modo deontologicamente corretto.

Sulla trascendenza della memoria digitale (e sulla necessità di instillarvi un po’ di immanenza)

Cimitero militare di Magura Małastowska

Cimitero militare di Magura Małastowska [original foto credits: Wuhazet – Henryk Żychowski (Own work) – GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/3.0), via Wikimedia Commons]

E’ molto tempo, ormai, che non cerco più la Storia nei libri e nei monumenti. La memoria è nei ciottoli di un fiume, nel bosco di Pollicino, nel folto del regno vegetale, nel gusto dei mirtilli color del sangue

E’ questo uno dei passaggi a mio avviso più densi ed intriganti dell’ultimo libro di Paolo Rumiz, “Come cavalli che dormono in piedi” (Feltrinelli, 2014); un libro che nelle intenzioni iniziali dell’autore doveva essere incentrato sulla figura del nonno, combattente nel corso della Prima Guerra Mondiale nelle fila dell’esercito austro-ungarico sul dimenticato fronte galiziano, ma che finisce per trasformarsi in un viaggio per l’intera Europa Orientale alla ricerca degli “altri” soldati italiani: triestini, trentini, istriani e dalmati che – da sudditi dell’Imperatore quali erano – combattono la guerra per Francesco Giuseppe cadendo a migliaia.

Italiani, sostiene Rumiz, volutamente dimenticati – in quanto scomodi – dai burocrati della memoria che nel primo dopoguerra, non solo in Italia – ma qui da noi con modalità particolarmente evidenti -, si fecero promotori della realizzazione di freddi ed impersonali sacrari nei quali i caduti, dei quali sovente non vengono indicati né il luogo né la data della morte, vengono in certo senso “tolti dalla Storia” e resi eterni con il risultato, a detta dell’autore, di impedire ai caduti il meritato riposo, ricongiungendosi alla Terra, ma al contrario di obbligarli ad una perenne mobilitazione (si pensi al “PRESENTE” sistematicamente ripetuto sui gradoni di Redipuglia) con il rischio che, anche quando ispirati dai migliori propositi, tutto si esaurisca in un mare di sterile retorica.

Si tratta di un giudizio indubbiamente severo ma in linea con una concezione sostanzialmente immanente della Storia ed, in ultima analisi, della memoria stessa, come ben traspare da questo ulteriore passaggio del libro di Rumiz:

La memoria è un lavoro da contadini, non da scrittori. La si coltiva come si coltiva la terra. La si rivolta, la si concima. E’ una campagna che dà frutti boni de rosigar coi denti, un sostrato nel quale il gesto di piantare non a caso somiglia al gesto di seppellire […]. Quando, per annunciarmi la morte di suo padre contadino, un’amica mi ha scritto che lui era andato “a zappare in cielo”, mi sono ribellato: ma che cielo e cielo, ho risposto, lui era nella terra e basta, sprofondato nelle braccia di sua madre, felice nelle zolle negre che aveva amato e curato per una vita

Si tratta a mio vedere di uno snodo fondamentale del libro al punto che, per quanto vada sicuramente riconosciuto a “Come cavalli che dormono in piedi” il merito di avere portato alla luce una pagina praticamente sconosciuta della nostra Storia così come di aver mosso una critica tanto severa quanto giustificata circa le modalità complessive con le quali, nell’Italia fascista prima ma pure in quella repubblicana poi, si è tenuta viva da un lato la memoria dei caduti (nello specifico attraverso l’erezione e la costruzione di monumenti, cippi, lapidi, ossari, sacrari, cimiteri, etc.) e dall’altro quella, correlata, dei fatti storici che li videro protagonisti, sono assolutamente convinto che il suo più importante “lascito” consista proprio nella particolare concezione della Storia / della memoria che vi viene proposta e, di riflesso, nel profilo e nel ruolo dello storico che quest’ultima sottende nonché delle fonti, spesso decisamente sui generis, da utilizzare.

Infatti, dal punto di vista della produzione storiografica, il libro di Rumiz (che, va ribadito, nel momento in cui devia dalle intenzioni iniziali non pretende più di possedere i crismi della scientificità), si inserisce a pieno titolo in quella più vasta corrente di ricerca che, abbandonando la classica impostazione incentrata sull’histoire de battaille, preferisce indagare su argomenti minori o comunque finora lasciati in secondo piano da parte della storiografia ufficiale (e per lungo tempo pure da quella accademica): è il caso, giusto per fare alcuni esempi, dell’operato dei tribunali militari (con la spinosa questione della riabilitazione dei decimati), dei cosiddetti “scemi di guerra”, dell’uso sciagurato delle armi chimiche e via di questo passo.
Ciò premesso, l’estrema originalità (dell’impostazione) di Rumiz affiora nella sua pienezza – come anticipato – quando passiamo ad analizzare il ruolo dello “storico” e la particolare tipologia di “fonti” che quest’ultimo dovrebbe adoperare nel suo “mestiere”; se, come visto sopra, la memoria è questione da contadini, similmente quando si ha a che fare con la Storia (che con la memoria è intimamente connessa) bisogna possedere una sorta di “fiuto”, di istinto naturale per saper riconoscere e comprendere nella loro pienezza gli accadimenti, vale a dire inserendoli all’interno della complessa catena di cause ed effetto che li ha provocati e le loro ripercussioni (e Rumiz dimostra di averne da vendere allorquando, ripercorrendo i campi di battaglia in Serbia oppure in Ucraina, individua le linee di frattura tra popoli e nazioni, oggi come ieri foriere di conflitti!).
Ecco quindi che il viaggio dell’autore si trasforma in un “andar per boschi” nel corso del quale, tra un cimitero di guerra e l’altro, mangiare mirtilli, rossi come il sangue di quei soldati che, impregnandone il terreno, ne fornisce ora sostentamento, diventa un modo per entrare in contatto diretto con loro e di dare un significato profondo al loro sacrificio.
Questa immagine, oltre ad essere emblematica di quella concezione immanentistica della Storia e della memoria cui ho più volte fatto riferimento, ci aiuta ad individuare un’altra peculiarità del metodo d’indagine dell’autore: la ricerca di un dialogo (nella fattispecie con i morti), atteggiamento che trova un riscontro nella tipologia di fonti storiche utilizzate, le quali sono il più possibile “vive”. In particolare l’autore fa ricorso alle fonti orali, necessariamente di “seconda generazione” (essendo i testimoni diretti di quei fatti lontani un secolo oramai tutti morti), ed anche quando si affida a fonti scritte predilige materiali quali diari, canzoni, lettere, etc. che siano capaci di trasmettergli sentimenti, emozioni, impressioni…

Un aspetto che fa riflettere è che Rumiz, in tutta questa complessa operazione di riscoperta e di rievocazione, non cita praticamente mai gli archivi (ai nostri occhi “luoghi della memoria” per antonomasia) né tantomeno le biblioteche; i materiali ai quali egli fa ricorso, quand’anche rientranti tra le fonti scritte, non li reperisce infatti in questi istituti bensì spesso gli vengono consegnati spontanemanete da lettori, amici, etc. che, dopo averli conservati per decenni in cantina, in soffitta, nei sottoscala, desiderano che queste storie e questa Storia vedano finalmente la luce.
La constatazione di questo fenomeno testimonia una grave crisi di credibilità, perlomeno in quelle terre di confine, del complesso sistema di istituti approntati per preservare e trasmettere la memoria: i triestini, i trentini, etc. trovano più spontaneo affidarsi ad un giornalista, giacché negli archivi, nelle biblioteche e nei musei semplicemente quei fatti non esistono.
Rumiz, ad esempio, lamenta che dei caduti triestini non si conosca esattamente né numero né nomi: gli archivi italiani non li hanno considerati perché quei soldati avevano combattuto dalla parte sbagliata, quelli austriaci – complice l’implosione dell’Impero a seguito della sconfitta – nemmeno.

Preso dunque atto che delle lacune ci sono e che esse purtroppo talvolta sono imputabili a scelte tanto deliberate quanto censurabili, bisogna anche ammettere che qualcosa nel complesso si è mosso e che, del desiderio da parte dei cittadini di far riaffiorare le vicende famigliari, stanno beneficiando un po’ tutti, archivi, biblioteche e musei compresi.
Riprova ne sia il proliferare, non a caso proprio in occasione del centenario dello scoppio della I Guerra Mondiale, di iniziative che fanno leva sul coinvolgimento dei cittadini, i quali vengono invitati a condividere il materiale da essi custodito nella realizzazione di mostre e/o portali web nei quali detti materiali, digitalizzati, vengono messi a disposizione dell’intera collettività (tra i tanti, il progetto più noto e più ambizioso è senz’ombra di dubbio Europeana 1914-18, nel quale confluiscono tanto storie ufficiali quanto private).
Purtroppo, questo così come altri progetti analoghi, per quanto ispirati da nobili intenti e realizzati adottando i più recenti standard descrittivi e le migliori tecnologie, si dimostrano per molti versi inadeguati. Come giudicare ad esempio il fatto che, posti di fronte ad Europeana, polacchi, rumeni, sloveni, croati ed in generale tutti i popoli dell’Europa Orientale (tranne gli ungheresi), assocerebbero ai materiali lì pubblicati il ricordo di un evento positivo, avendo essi raggiunto con il disfacimento dell’Austria – Ungheria l’agognata indipendenza? Analogamente come non ammettere che un tedesco vi vedrebbe il simbolo della sconfitta e l’inizio di un incubo che sarebbe terminato solo nel 1945 mentre un francese il più fulgido esempio di vittoria e di rivincita nazionale?

Credo, in altri termini, che i numerosi progetti di recupero della nostra Storia, la maggior parte dei quali prevede oramai almeno la presenza di un'”appendice” digitale, abbiano un limite che risiede paradossalmente proprio nella loro perfezione tecnica; una foto di un soldato o il frammento di una lettera a casa, pubblicata in Internet con la miglior risoluzione possibile e corredata di tutti i dati e metadati desiderabili, sicuramente ci trasmetterà una bella mole di informazioni ma difficilmente riuscirà a trasmetterci quell’insieme di sensazioni che Rumiz è riuscito a cogliere e rievocare in manieria mirabile solo “andando per cimiteri e campi di battaglia”.
La memoria digitale, in ultima analisi, pur ricca di pregi e vantaggi, paga in questo specifico ambito un limite tanto noto quanto intrinseco alla sua natura: è “fredda” e, per riprendere la terminologia adoperata per descrivere il libro di Rumiz, è “trascendente” laddove sarebbe necessario, affinché possa essere veramente “umana” e condivisa / condivisibile, che essa si facesse un po’ più immanente.

Internet ed instabilità tipografica

Does the Internet make you smarter?

Does the Internet make you smarter? (Illustration for the Wall Street Journal) by Charis Tsevis, on Flickr

In un lunghissimo articolo apparso qualche settimana fa sul The New Yorker a firma di Jill Lepore vengono toccati moltissimi di quei temi da anni al centro del dibattito della comunità archivistica: dall’opportunità di “archiviare Internet” dandogli la necessaria profondità storica al ruolo svolto in questa direzione da organizzazioni non governative come Internet Archive con la sua Wayback Machine (il cui funzionamento però, fa notare l’autrice, ha ben poco di archivistico essendo le varie “istantanee” del web salvate da quest’ultima organizzate semplicemente per URL e per data!) passando per il crescente impegno profuso in questo settore da parte di istituzioni pubbliche (come la British Library o la National Library of Sweden, le quali portano avanti una tradizione tutta europea che affonda le sue radici nell’istituto del deposito legale) per finire con le implicazione derivanti dal fenomeno dei link rot, vale a dire di quei collegamenti ipertestuali non funzionanti che impediscono ai documenti presenti sul web di ricoprire una funzione all’interno del sistema di note e riferimenti analoga a quella ricoperta dai corrispettivi cartacei.
Proprio circa quest’ultimo punto, sul quale peraltro già avevo scritto qualcosa oramai qualche anno fa, vale la pena di sviluppare un paio di ulteriori riflessioni; partiamo dalle parole dell’autrice, la quale a riguardo scrive:

The footnote, a landmark in the history of civilization, took centuries to invent and to spread. It has taken mere years nearly to destroy. A footnote used to say, “Here is how I know this and where I found it”. A footnote that’s a link says, “Here is what I used to know and where I once found it, but chances are it’s not there anymore”

La teoria che soggiace ad una simile impostazione è quella, oramai classica, di Elisabeth Eisenstein e della “stabilità tipografica”: secondo questa autrice l’invenzione della stampa a caratteri mobili non fu un fatto meramente tecnologico ma ebbe profonde ricadute industriali e sociali al punto da segnare lo sviluppo successivo dell’Occidente, contribuendo ad assicurarne nel lungo periodo il predominio globale; in particolare la stampa in tirature sempre più elevate unitamente alla “standardizzazione” dell’oggetto libro, con l’affermazione di aree ben definite ed individuabili (frontespizio, colophon e soprattutto apparato critico / notazionale), da una parte rese possibile una migliore e più efficace circolazione delle idee (non più soggette a quelle storpiature imputabili ad errori più o meno involontari da parte del copista) dall’altra, grazie alla possibilità data dalla presenza di precisi riferimenti bibliografici e documentali di verificare ed eventualmente confutare o correggere le diverse tesi dibattute, pose le basi per lo sviluppo della scienza e della cultura occidentali.
Come ricorda Jill Lepore nel passaggio poc’anzi citato, tale secolare sistema è stato brutalmente messo in crisi all’avvento del digitale: com’è stato possibile ciò? quali le cause?
Personalmente ritengo che additare come colpevoli i soli link rot sia semplicistico; questi ultimi sono a mio modo di vedere parte di un problema ben più complesso che anzi li trascende: è la società contemporanea nel suo complesso, bulimica di informazioni sempre aggiornate, che ci porta a “bruciarle” dopo pochi minuti, che ci spinge ad avere prodotti editoriali digitali redatti in più versioni nel tempo (versioning) e capaci di aggiornarsi spesso e volentieri senza che venga mantenuta traccia della versione precedente (il che, piccolo inciso, porta al tramonto del concetto di edizione), che richiede che gli innumerevoli articoli e post pubblicati vengano tumultuosamente “updated” ed altrettanto repentinamente spostati oppure messi offline una volta che perdono di attualità, senza che vi sia il tempo necessario per una stratificazione delle idee.

In questo senso Internet ed il Web costituiscono, nell’accezione massmediatica e filologica del termine, il palinsesto perfetto: tutto è spostabile, tutto è cancellabile, tutto è (digitalmente) “sovrascrivibile”. Questo richiamo alla prassi medievale di raschiare e cancellare i codici, pergamenacei e non, rappresenta peraltro simbolicamente il tramonto dell’epoca di “stabilità” delineata dalla Eisenstein ed il ritorno, per contro, ad una che, parafrasando, possiamo definire di “instabilità tipografica”. Dando ciò per assodato, la domanda da porsi è a questo punto la seguente: i rischi paventati da Jill Lepore sono concreti?

La risposta, con tutta evidenza, non può che essere affermativa: come già ricordato è il metodo scientifico stesso che prevede, tra gli altri, il requisito della verificabilità e quest’ultima non può prescindere, a sua volta, dalla presenza di una fitta rete di rimandi e riferimenti. Venendo questi meno, la ricerca non può dirsi tale anche se ciò non significa automaticamente che non vi saranno alcuni benefici. Ad esempio lo “sganciamento” da auctoritas citate più o meno acriticamente potrebbe portare a percorrere nuove vie; parallelamente la mole crescente di dati prodotti (big data), per di più spesso e volentieri disponibili liberamente ed in formati aperti (open data), pertanto con la possibilità di trattarli ed incrociarli / collegarli (LOD) per mezzo di elaboratori, apre il campo a nuove frontiere nelle ricerche (in ambito storico perché non pensare, ad esempio, ad una nuova storia quantitativa?).

In definitiva quel che avremo non sarà altro che, com’è forse giusto che sia, una ricerca rispecchiante la società (digitale) che l’ha prodotta; in quest’ottica è doveroso che le istituzioni deputate alla conservazione, archivi e biblioteche, aumentino i propri sforzi.
Sicuramente un primo ambito d’intervento dev’essere, sulla falsariga di quanto fatto da Internet Archive e da molte biblioteche centrali, quello teso a dare profondità storica ad Internet “archiviandolo” ma anche contribuendo alla diffusione di persistent URL. Ma un secondo, ed in prospettiva persino più importante, terreno d’azione sarà inevitabilmente quello della gestione e conservazione dei big data, fenomeno che a mio avviso caratterizzerà gli anni a venire: è pertanto impensabile che gli archivi e le biblioteche non giochino un ruolo cruciale nel “mantenimento” tout-court dei vari dataset che, più dei singoli documenti, saranno alla base delle ricerche dei prossimi anni e dai quali dipenderà, c’è da scommettere, il progresso scientifico dei prossimi decenni.

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