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Il potenziale inespresso di archivi e biblioteche (e la necessità di una maggior visibilità)

Dutch Institute for Picture & Sound (Hilversum, the Netherlands)

Dutch Institute for Picture & Sound (Hilversum, the Netherlands) by Frans Sellies, on Flickr

In un articolo apparso su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa vengono riportati i risultati di un interessante studio condotto dal CESTIT dell’Università di Bergamo nel quale si evidenziano gli ottimi risultati, in termini di vendite e di visibilità, ottenuti dalle sempre più numerose aziende vitivinicole che legano la propria immagine ed il proprio “prodotto” all’arte ed, in generale, alla cultura.

Si tratta, argomenta l’estensore dell’articolo, di un legame di vecchia data che si è declinato nel tempo secondo varie modalità: dalle performance artistiche nel vigneto alle cantine progettate dalle archistar, dal contributo di artisti e designer nell’elaborazione delle etichette delle bottiglie (ed in generale del packaging) alla creazione di collezioni d’arte stabili, fino al caso limite del finanziamento di interventi di restauro di opere antiche e/o beni culturali (a riguardo viene portato l’esempio del restauro del tempio di Selinunte).
Il ritorno di tali “politiche”, come anticipato, è lusinghiero: le aziende che hanno investito in un packaging e/o etichetta “artistica” percepiscono un aumento delle vendite del 40%, con una visibilità del marchio che sale in parallelo del 60%; quest’ultimo valore arriva al 92% in caso di investimenti in produzioni culturali e/o arti figurative ed addirittura al 100% qualora ci si sia impegnati nel restauro di beni culturali.
Trova dunque piena conferma l’assunto che l’arte, ma si può a buon diritto affermare la cultura tout court, possiede un notevole appeal, tale da renderla, qualora utilizzata con sapienza, efficacissimo strumento di marketing.

Vi starete a questo punto domandando qual è il nesso, in tutto questo discorso, con archivi e biblioteche; in effetti un collegamento diretto NON ESISTE, ed è proprio questa fragorosa assenza che dovrebbe indurci a porci qualche domanda sul perché queste particolari tipologie di beni culturali, benché dotate di enormi potenzialità, non riescano a suscitare un appeal non dico analogo, ma nemmeno paragonabile rispetto a quello riscosso, giusto per riprendere il contenuto dell’articolo che ha ispirato questo post, dalle arti figurative. Com’è possibile, giusto per dirne una, che il mondo dell’enologia/vitivinicoltura non cerchi “un aggancio” con gli archivi e le biblioteche nonostante questi ultimi, nel corso dell’Expò di Milano (come si ricorderà dedicato al tema dell’alimentazione), abbiano concretamente dimostrato di saper proporre interessanti itinerari “enogastronomici” tra le carte da essi conservate?

La risposta a tale domanda ovviamente non è univoca ma sono personalmente convinto, a costo di apparire riduttivo, che un elemento che gioca fortemente a discapito di archivi e biblioteche sia quello delle loro sedi.
Posto infatti che un’autentica e strutturata “politica edilizia” in Italia non c’è mai stata (fatto salvo il periodo fascista/razionalista per gli archivi e qualcosa negli anni Settanta dello scorso secolo per le biblioteche, in contemporanea con la creazione delle Regioni), questi istituti hanno sede nella rimanente, stragrande maggioranza dei casi all’interno di palazzi storici, spesso e volentieri di epoca medievale o al più moderna (un tour virtuale con Google Earth è sufficiente per farsi un’idea). Intendiamoci, non sto qui facendo l’equazione palazzo storico = antico = vecchio = brutto, in quanto non la condivido; sto semplicemente sostenendo che queste tipologie di sedi, per quanto ricche di fascino e trasudanti di storia, anche a voler sorvolare sugli oggettivi limiti funzionali (inevitabili, data l’epoca di progettazione, e del resto difficilmente superabili mediante restauro, dati i vincoli esistenti), sono nella maggior parte dei casi troppo solenni ed austere e, conseguentemente, non invogliano i cittadini ad entrare e men che meno a legare ad esse la propria immagine.

I sempre più frequenti casi di fondi archivistici che finiscono non, come sarebbe naturale e logico pensare, presso archivi bensì, per esplicita volontà dei loro produttori, presso fondazioni o musei, stanno lì a testimoniare questa scarsa “attrattività”. L’ulteriore constatazione che tali fondazioni e musei sono ospitati in edifici moderni ed avveniristici (ultimo episodio in ordine cronologico a far mugugnare gli archivisti è stato la donazione al MAXXI di Roma del proprio archivio da parte dell’architetto Paolo Portoghesi), a mio avviso conferma l’ipotesi sopra formulata.
Tra l’altro va precisato che non sono contrario a priori a questa “contaminazione” tra tipologie di beni culturali: il fatto che libri, quadri, archivi, sculture, installazioni digitali, etc. trovino sempre più spesso “ricovero” nel medesimo luogo fisico non è uno scandalo se a ciascuna tipologia viene riservato il corretto trattamento scientifico (fermo restando poi che in letteratura stiamo assistendo all’estensione del dialogo dal coordinamento MAB “a tre” – e che vede la partecipazione di musei, archivi e biblioteche – a quello allargato LAMMS, ovvero coinvolgente Libraries, Archives, Museums, Monuments & Sites!). Ciò non rappresenta uno scandalo tanto più in considerazione del fatto che non si tratta di una prima assoluta: storicamente infatti qualcosa di analogo, in Italia, è avvenuto nei decenni successivi all’Unità, allorquando documenti, libri e “memorabilia” legati a protagonisti del Risorgimento vennero raccolti e tenuti assieme a dispetto delle varie leggi, varate in quegli stessi anni, che ne disponevano l’assegnazione, a seconda dei casi, rispettivamente ad archivi, biblioteche e musei.

In sostanza dunque non critico il fenomeno in sé ma la sua unidirezionalità, la quale va tutta a discapito degli archivi ed, in subordine, delle biblioteche; in aggiunta a ciò mi “indispettisce” la motivazione di natura sostanzialmente “estetica” addotta per snobbare queste due tipologie di istituti. Sono peraltro del parere (ahimé!) che si tratti di una tendenza difficilmente invertibile giacché, nel caso di archivi e biblioteche, una mera operazione di restyling non è sufficiente: per quanto si tratti di un’azione da compiere a prescindere (in tal caso sono da prendere come riferimento non solo i modelli nordici, quali ad esempio il nuovissimo Astrup Fearnley Museet di Oslo od il Baltic Centre of Contemporary Art di Newcastle, ma anche il latino Reina Sofia di Madrid), i vincoli di natura logistica e “funzionale” ai quali soggiacciono archivi e biblioteche (penso in particolare alla necessità di disporre di enormi depositi e di adeguati spazi per movimentare i pezzi) a mio modo di vedere sono tali da rendere oggettivamente impari la sfida con gli altri istituti presenti nel settore dei beni culturali.
Giusto per intenderci, ritengo che nel prossimo futuro sarà sempre più frequente incappare in musei “potenziati” da snelli archivi e da centri di documentazione / biblioteche tematici piuttosto che in archivi, con la loro massa sterminata di documenti, ulteriormente “appesantiti” da corpose biblioteche e collezioni di varia natura.

Se dunque gli elementi di fondo sembrano giocare a sfavore di archivi e biblioteche, non mancano neppure i motivi di ottimismo. Questi ultimi si fondano soprattutto sulla constatazione di come, a fronte di contenitori che (per usare un eufemismo) spesso e volentieri “lasciano a desiderare”, il contenuto sia di prima qualità. Giusto a titolo esemplificativo sono da evidenziare i seguenti aspetti che, parzialmente riprendendo l’articolo giornalistico dal quale abbiamo preso spunto, rappresentano altrettanti punti di forza insiti nel materiale presente all’interno di archivi e biblioteche:

  • la capacità di ricostruire / ripercorrere / narrare la storia del territorio;

  • la capacità di ricostruire / ripercorrere / narrare la storia dei i marchi (e delle aziende e delle persone che ci stanno dietro);

  • la capacità, in generale, di raccontar storie / (hi)storytelling;

  • la presenza, specie negli archivi e nelle biblioteche del Novecento, di materiali audio / video / multimediali particolarmente adatti ad una loro rielaborazione e riutilizzo in chiave creativa.

  • In conclusione bisogna dunque riconoscere che il potenziale c’è anche se, nel contempo, bisogna ammettere che fintantoché non “piaciamo” alla gente (o meglio, fino a quando non riusciamo a farci piacere), è inutile sperare che a qualcuno importerà del nostro destino! Finiremo dunque tutti nel dimenticatoio, con sempre meno stanziamenti di fondi pubblici ed ancor meno donazioni di privati.
    Entreremo, in altri termini, in una spirale negativa che condurrà alla progressiva ghettizzazione di archivi e biblioteche, secondo un trend per larghi tratti già intuibile nel caso degli archivi: è infatti sempre più frequente che, per motivazioni economiche (leggasi costo dei locali), questi ultimi – specie quelli di deposito – finiscano in grigi “capannoni” edificati in località periferiche, difficilmente accessibili tanto dall’utenza interna quanto da quella interna e spesso privi di quella serie di servizi imprescindibili per assicurare un minimo di fruibilità. In questo senso va sottolineato con forza come il passaggio al digitale costituisce un duplice pericolo: la realizzazione dei data center, nei quali si accumulano gli archivi e le biblioteche digitali, da un lato rendono inutili, agli occhi degli utenti, le sedi fisiche, dall’altro spingono per una loro espulsione dai centri cittadini. Inutile dire che, allontanati dalla vista dei cittadini, privati di un qualsivoglia elemento di attrattività “estetica”, per gli archivi e per le biblioteche il futuro si farebbe più incerto che mai. Un ulteriore motivo per impegnarsi a fondo affinché gli archivi e le biblioteche abbiano, anche dal punto di vista “edilizio”, la necessaria visibilità.

Internet ed instabilità tipografica

Does the Internet make you smarter?

Does the Internet make you smarter? (Illustration for the Wall Street Journal) by Charis Tsevis, on Flickr

In un lunghissimo articolo apparso qualche settimana fa sul The New Yorker a firma di Jill Lepore vengono toccati moltissimi di quei temi da anni al centro del dibattito della comunità archivistica: dall’opportunità di “archiviare Internet” dandogli la necessaria profondità storica al ruolo svolto in questa direzione da organizzazioni non governative come Internet Archive con la sua Wayback Machine (il cui funzionamento però, fa notare l’autrice, ha ben poco di archivistico essendo le varie “istantanee” del web salvate da quest’ultima organizzate semplicemente per URL e per data!) passando per il crescente impegno profuso in questo settore da parte di istituzioni pubbliche (come la British Library o la National Library of Sweden, le quali portano avanti una tradizione tutta europea che affonda le sue radici nell’istituto del deposito legale) per finire con le implicazione derivanti dal fenomeno dei link rot, vale a dire di quei collegamenti ipertestuali non funzionanti che impediscono ai documenti presenti sul web di ricoprire una funzione all’interno del sistema di note e riferimenti analoga a quella ricoperta dai corrispettivi cartacei.
Proprio circa quest’ultimo punto, sul quale peraltro già avevo scritto qualcosa oramai qualche anno fa, vale la pena di sviluppare un paio di ulteriori riflessioni; partiamo dalle parole dell’autrice, la quale a riguardo scrive:

The footnote, a landmark in the history of civilization, took centuries to invent and to spread. It has taken mere years nearly to destroy. A footnote used to say, “Here is how I know this and where I found it”. A footnote that’s a link says, “Here is what I used to know and where I once found it, but chances are it’s not there anymore”

La teoria che soggiace ad una simile impostazione è quella, oramai classica, di Elisabeth Eisenstein e della “stabilità tipografica”: secondo questa autrice l’invenzione della stampa a caratteri mobili non fu un fatto meramente tecnologico ma ebbe profonde ricadute industriali e sociali al punto da segnare lo sviluppo successivo dell’Occidente, contribuendo ad assicurarne nel lungo periodo il predominio globale; in particolare la stampa in tirature sempre più elevate unitamente alla “standardizzazione” dell’oggetto libro, con l’affermazione di aree ben definite ed individuabili (frontespizio, colophon e soprattutto apparato critico / notazionale), da una parte rese possibile una migliore e più efficace circolazione delle idee (non più soggette a quelle storpiature imputabili ad errori più o meno involontari da parte del copista) dall’altra, grazie alla possibilità data dalla presenza di precisi riferimenti bibliografici e documentali di verificare ed eventualmente confutare o correggere le diverse tesi dibattute, pose le basi per lo sviluppo della scienza e della cultura occidentali.
Come ricorda Jill Lepore nel passaggio poc’anzi citato, tale secolare sistema è stato brutalmente messo in crisi all’avvento del digitale: com’è stato possibile ciò? quali le cause?
Personalmente ritengo che additare come colpevoli i soli link rot sia semplicistico; questi ultimi sono a mio modo di vedere parte di un problema ben più complesso che anzi li trascende: è la società contemporanea nel suo complesso, bulimica di informazioni sempre aggiornate, che ci porta a “bruciarle” dopo pochi minuti, che ci spinge ad avere prodotti editoriali digitali redatti in più versioni nel tempo (versioning) e capaci di aggiornarsi spesso e volentieri senza che venga mantenuta traccia della versione precedente (il che, piccolo inciso, porta al tramonto del concetto di edizione), che richiede che gli innumerevoli articoli e post pubblicati vengano tumultuosamente “updated” ed altrettanto repentinamente spostati oppure messi offline una volta che perdono di attualità, senza che vi sia il tempo necessario per una stratificazione delle idee.

In questo senso Internet ed il Web costituiscono, nell’accezione massmediatica e filologica del termine, il palinsesto perfetto: tutto è spostabile, tutto è cancellabile, tutto è (digitalmente) “sovrascrivibile”. Questo richiamo alla prassi medievale di raschiare e cancellare i codici, pergamenacei e non, rappresenta peraltro simbolicamente il tramonto dell’epoca di “stabilità” delineata dalla Eisenstein ed il ritorno, per contro, ad una che, parafrasando, possiamo definire di “instabilità tipografica”. Dando ciò per assodato, la domanda da porsi è a questo punto la seguente: i rischi paventati da Jill Lepore sono concreti?

La risposta, con tutta evidenza, non può che essere affermativa: come già ricordato è il metodo scientifico stesso che prevede, tra gli altri, il requisito della verificabilità e quest’ultima non può prescindere, a sua volta, dalla presenza di una fitta rete di rimandi e riferimenti. Venendo questi meno, la ricerca non può dirsi tale anche se ciò non significa automaticamente che non vi saranno alcuni benefici. Ad esempio lo “sganciamento” da auctoritas citate più o meno acriticamente potrebbe portare a percorrere nuove vie; parallelamente la mole crescente di dati prodotti (big data), per di più spesso e volentieri disponibili liberamente ed in formati aperti (open data), pertanto con la possibilità di trattarli ed incrociarli / collegarli (LOD) per mezzo di elaboratori, apre il campo a nuove frontiere nelle ricerche (in ambito storico perché non pensare, ad esempio, ad una nuova storia quantitativa?).

In definitiva quel che avremo non sarà altro che, com’è forse giusto che sia, una ricerca rispecchiante la società (digitale) che l’ha prodotta; in quest’ottica è doveroso che le istituzioni deputate alla conservazione, archivi e biblioteche, aumentino i propri sforzi.
Sicuramente un primo ambito d’intervento dev’essere, sulla falsariga di quanto fatto da Internet Archive e da molte biblioteche centrali, quello teso a dare profondità storica ad Internet “archiviandolo” ma anche contribuendo alla diffusione di persistent URL. Ma un secondo, ed in prospettiva persino più importante, terreno d’azione sarà inevitabilmente quello della gestione e conservazione dei big data, fenomeno che a mio avviso caratterizzerà gli anni a venire: è pertanto impensabile che gli archivi e le biblioteche non giochino un ruolo cruciale nel “mantenimento” tout-court dei vari dataset che, più dei singoli documenti, saranno alla base delle ricerche dei prossimi anni e dai quali dipenderà, c’è da scommettere, il progresso scientifico dei prossimi decenni.

La biblioteca come showroom

IMG_1650 by Bernard Oh, on Flickr

IMG_1650 by Bernard Oh, on Flickr

Il futuro delle biblioteche è uno dei temi più dibattuti negli ultimi anni dagli addetti del settore e non solo. L’ufficializzazione, alcune settimane fa, da parte di Amazon di un rumor che in verità girava oramai da tempo, ovvero che, analogamente a quanto già fatto con film e musica, l’azienda di Seattle a breve permetterà ai propri utenti / clienti l’accesso senza restrizioni (il programma si chiama, significativamente, Kindle Unlimited) al proprio catalogo di oltre 600mila libri in versione digitale a fronte di un pagamento mensile di appena 10 dollari, ha messo ulteriormente in fibrillazione un mondo, quello del libro e di tutto ciò che ci ruota attorno (case editrici, librerie e naturalmente biblioteche), che fatica a trovare un suo modello “sostenibile” e, con esso, un suo equilibrio.
Le reazioni e le analisi come al solito non sono mancate e sono spaziate dal classico “è la fine, prepariamoci a chiudere” (posizione così apocalittica da stroncare sul nascere qualsivoglia tentativo di dibattito e di controargomentazione) ad altre molto più ragionate e, proprio per questo motivo, stimolanti: “dobbiamo adeguarci ai cambiamenti imposti dal digitale” oppure, all’opposto, “dobbiamo continuare sul solco della tradizione, creandoci una nicchia” oppure ancora, specie nel caso delle biblioteche (riecheggiando Lankes, n.d.r.) “dobbiamo sganciarci dal libro e puntare tutto sulla capacità di creare nuove relazioni”.
Personalmente ritengo che una delle analisi più concrete e meritevole di approfondimento sia quella apparsa sulle colonne del Wall Street Journal: il titolo, Why the public library beats Amazon – for now, è a dir poco controcorrente rispetto alla communis opinio.
Secondo l’autore, Geoffrey A. Fowler, sono molteplici i motivi che per il momento sanciscono questa “superiorità” della biblioteca pubblica: la gratuità del servizio, la facilità dell’operazione di prestito, una sbagliata strategia di vendita di Amazon tale per cui Kindle Unlimited entra in conflitto con Prime (gli abbonati a questo servizio possono leggere gratis un libro al mese, numero più che sufficiente per la maggior parte dei lettori, n.d.r.) nonché la presenza di un catalogo “cumulativo” che non solo dal punto numerico non sfigura rispetto a quello del gigante dell’e-commerce ma che anzi primeggia sotto il punto di vista qualitativo. Fowler esegue, a riguardo, una minuziosa analisi del numero di best-seller presenti nel catalogo delle biblioteche pubbliche ed in quello di Kindle Unlimited, evidenziando come le prime siano indubbiamente meglio fornite. Qual è il motivo?
La causa va rintracciata in quella che Fowler definisce la hate-hate relationship instaurata da Amazon con gli editori e ben esemplificato, da ultimo, dalla disputa in atto con Hachette: questi, non a torto dal loro punto di vista, vedono di cattivo occhio i vari tentativi di abbassare i prezzi degli ebook e di accorciare la catena trattando direttamente con gli autori ed hanno trovato, in questo conflitto tra titani, un prezioso alleato nelle biblioteche (il fatto che i rapporti biblioteche – case editrici storicamente siano stati tutt’altro che idilliaci la dice lunga sulla qualità dei rapporti con Amazon…).
E qui veniamo al punto centrale della questione; scrive testualmente Fowler: “Publishers have come to see libraries not only as a source of income, but also as a marketing vehicle. Since the Internet has killed off so many bookstores, libraries have become de facto showrooms for discovering books” (il grassetto è mio, n.d.r.).
Non è da oggi che si discute sul ruolo che librerie e biblioteche possono svolgere in qualità di “vetrine” delle novità editoriali così come di “educatori” nell’utilizzo dei nuovi device di lettura e, a riguardo, posso sostanzialmente essere d’accordo purché vi sia la consapevolezza che si tratta, per le biblioteche, di un’arma a doppio taglio.
Nella letteratura specialistica, ad esempio, sono pressoché all’ordine del giorno gli articoli ed i libri che trattano di come progettare nuove ed accattivanti biblioteche o che presentano le nuove realizzazioni; si badi, non sono contrario a queste nuove biblioteche, tutt’altro (a chi non piacerebbe lavorare in un bel luogo di lavoro? Come posso sperare di richiamare utenti se non offro loro edifici accoglienti e funzionali?)! Semplicemente ritengo essenziale, proprio per evitare di cadere nel paradigma della library as a showrooom, che allorquando si avviano i progetti di nuove biblioteche / di restyling di esistenti, più che delle questioni “da archistar” (o perlomeno accanto ad esse, volendo concedere qualcosa all’estetica) si parli anche di conservazione, di catalogazione, di prestito, etc. vale a dire di tutte quelle attività che rappresentano il core, la ragion d’essere dell’istituto biblioteca.
Il non farlo equivarrebbe a ridurre le biblioteche ad una sorta di para-librerie, le quali come già anticipato stanno seguendo un percorso affine: in particolare le grandi case editrici che controllano le principali librerie di catena stanno progressivamente chiudendo i punti vendita periferici sostituendoli con nuovi ispirati al concetto di flagship store; quest’ultimo, guarda caso, nasce dalla constatazione che architettura, marketing e vendite sono strettamente connessi, in quanto il poter disporre di building (= negozi) che rappresentano essi stessi punti di attrazione all’interno del tessuto cittadino (= del bacino di clienti) funge da detonatore per la crescita del valore del brand e della sua notorietà (=> delle vendite).
Naturalmente mentre i gruppi editoriali hanno tutti i loro buoni motivi per cercare di migliorare le proprie vendite, le biblioteche, posto che anch’esse devono essere permeate dalla cultura del risultato (=> aumentare il numero di utenti, prestiti, etc.) e del miglioramento dei servizi erogati, non devono nemmeno operare come aziende private votate al profitto; pertanto non è necessario abbracciare le pratiche di marketing più spinte anche perché, come già ricordato, quella che nel breve periodo pare essere un’insperata ancora di salvezza potrebbe finire per trasformarsi, nel medio-lungo, nella loro definitiva condanna.

Il data warehouse in archivi e biblioteche

Teradata Storage Rack

Teradata Storage Rack di pchow98, su Flickr

Dei beni culturali come “oro nero dell’Italia” o, leggera variante sul tema, come “giacimenti” capaci di fungere da volano per l’economia nazionale si parla e scrive da decenni. L’idea di fondo, in ogni caso, è la medesima: la “cultura” genera ricchezza in modo tangibile e non solo in modo indiretto (ad es. attraverso il “godimento” di un quadro oppure in virtù delle benefiche ricadute sul capitale umano)!
Un neo di questo approccio era rappresentato dal fatto che i beni archivistici e librari venivano tradizionalmente considerati come le “cenerentole”, spettando al contrario a musei e siti archeologici la parte del leone.
Tale scenario è radicalmente cambiato, a ben guardare, con l’avvento dell’era digitale: nel mondo dei bit ad avvantaggiarsi della possibilità di essere trasformati in una sequenza di 0 ed 1 sono, piuttosto che le statue ed i quadri (almeno fino a quando realtà virtuale / aumentata non faranno il salto di qualità, n.d.r.), proprio libri e documenti. Questi ultimi, come noto, sono sempre più oggetto di trattamenti (che avvengono perlopiù in automatico) volti a raccogliere le informazioni / i dati in essi contenuti.
Sulle implicazioni teoriche e tecnico-pratiche di questo fenomeno ho già scritto qualcosa in questo blog, senza però mai affrontare quelli che sono, non nascondiamocelo, i motivi principali per cui i dati e le informazioni risultano così “attraenti”, vale a dire gli evidenti risvolti di business.
Del resto di business information in biblioteca si parla da decenni (basta pensare al vetusto “Business Information. How to Find and Use It” di Marian C. Manley, pubblicato nel lontano 1955…) ed oggi è normale che le principali biblioteche pubbliche offrano un servizio dedicato (vedi la British Library); analogamente è superfluo rilevare come gli archivi digitali rappresentino, in quanto a ricchezza di dati e documenti da destrutturare (data / text mining) al fine di ricavarne utili informazioni, un autentico Eldorado.
In altri termini non ci si deve scandalizzare per l’accostamento, che può apparire dissacrante specie in un paese come l’Italia in cui l’approccio predominante ad archivi e biblioteche è quello storico-umanistico, alle concrete questioni di business; al contrario, credo che vadano esplorate a fondo le evidenti, allettanti prospettive che si aprono (a fianco, si badi, di altre applicazioni che, invece, altro non sono che un modo nuovo di fare qualcosa che per certi versi si è sempre fatto).
Ritengo in particolare ci si debba soffermare sul concetto di data warehouse (letteralmente traducibile come “magazzino di dati”, n.d.r.), dal momento che esso presenta interessanti analogie con quello di archivio.
Infatti, a prescindere ora dal tipo di architettura con la quale lo si implementa (ad uno, due oppure tre livelli oppure top-down o bottom-up), esso può essere considerato una specie di “archivio” informatico o, più correttamente, un repository nel quale sono stipati dati selezionati (il che ne fa una sorta di collezione, cioè dal punto di vista teorico l’antitesi di un archivio, n.d.r.) sfruttati da un’organizzazione (in genere un’azienda di grosse dimensioni) per facilitare e velocizzare la produzione di analisi e di relazioni il più possibile attendibili / predittive e pertanto utili a fini decisionali ed, in subordine, operativi.
In breve, un sistema di data warehousing raccoglie dati provenienti dall’interno (allocandoli in tal caso in data mart) e dall’esterno dell’organizzazione, li trasforma, ed una volta “puliti” (cleaning), omogeneizzati e corredati di un adeguato numero di metadati, li stocca nelle unità di storage da dove vengono “richiamati” (aggregandoli / analizzandoli / comparandoli) e presentati alla persona deputata a compiere in primis le scelte aziendali strategiche “pure” così come quelle relative ad aree quali il controllo di gestione, l’e-commerce, il risk e l’asset management, il supporto alle vendite / marketing, etc.; si tratta dunque di un imprescindibile sistema di business intelligence.
E se si deve ribadire che il (contenuto di un) data warehouse non è un archivio né tantomeno una biblioteca, non devono nemmeno essere sottaciute alcune potenziali aree di interesse: i vertici della Pubblica Amministrazione, chiamata in questi anni ad un titanico sforzo di rinnovamento in chiave digitale, possono ignorare le potenzialità informative di quegli inesauribili “magazzini di dati” che sono gli archivi?
Similmente le biblioteche, che così precocemente si sono gettate nella mischia offrendo servizi di business information, possono non compiere l’ulteriore passo entrando nell’agone del business intelligence?
Peraltro per le biblioteche accademiche (specie quelle afferenti ai dipartimenti di scienze) i compiti potrebbero essere ben più “critici”: nel momento in cui la mole di dati ottenuta dalle varie ricerche condotte dai team si fa immane, non è logico pensare che la tradizionale funzione di supporto alla didattica ed alla ricerca avvenga non solo mettendo a disposizione i risultati di analoghe ricerche nel mondo (mediante i consueti canali quali riviste scientifiche peer reviewed, abstract, e-journal, etc.) ma anche concorrendo alla “manutenzione” di quei sistemi deputati a contenere e rielaborare i dati grezzi come sono per l’appunto quelli dedicati al data warehouse?
Insomma, anche su questo fronte le opportunità non mancano. Come sempre ci vuole, oltre ad un minimo di lungimiranza, una buona dose di coraggio ed intraprendenza per saperle cogliere.

BYOD in archivi e biblioteche: bello ma impossibile?


BYOD Turns Up the Heat on Wi-Fi Performance

BYOD Turns Up the Heat on Wi-Fi Performance di Fluke Networks, su Flickr

Va bene che negli States sono avanti rispetto a noi di qualche annetto, però sarebbe forse veramente l’ora di iniziare a parlare seriamente anche qui nel Belpaese dell’importante fenomeno del BYOD (Bring Your Own Device), ovvero dell’uso in ambito lavorativo dei vari dispositivi tecnologici (soprattutto smartphone e tablet ma anche i vari ultrabook, notebook e netbook…) che ciascuno di noi oramai possiede ed usa quotidianamente per i più disparati motivi: creare e fruire di contenuti digitali (libri, film, musica), navigare in Rete, relazionarsi con amici e familiari.
La necessità si fa tanto più urgente alla luce dei risultati di un recente studio condotto da Gartner presso un qualificato panel di CIO: ebbene, il 38% dei responsabili dei servizi tecnologici ritiene che di qui al 2016 le proprie aziende smetteranno di fornire ai propri dipendenti i summenzionati device.
Infatti, prendendo atto del fatto che già oggi i propri addetti usano i dispositivi forniti dall’azienda per scopi personali ed utilizzino applicativi consumer anche per risolvere questioni di lavoro, si è giunti alla conclusione che è più conveniente lasciare che siano questi ultimi a farsi carico dell’acquisto di questi device impegnandosi però a fornire un contributo nei costi di esercizio / gestione. Il tutto nella convinzione che: “the benefits of BYOD include creating new mobile workforce opportunities, increasing employee satisfaction, and reducing or avoiding costs”.
Personalmente ritengo questa impostazione corretta e la spinta verso un simile scenario del resto difficilmente contrastabile; è pertanto il caso di fare alcune veloci considerazioni sugli inevitabili pro e contro, anche in considerazione del fatto che ad essere coinvolto di questo radicale cambiamento di impostazione non sarà, sempre secondo Gartner, il solo ambiente corporate ma anche quello dei Governi e delle pubbliche amministrazioni.
La prima considerazione che viene, quasi spontaneamente, da fare è la seguente: dal momento che il processo di informatizzazione delle pubbliche amministrazioni italiane è stato fortemente rallentato negli ultimi anni dalla cronica penuria di soldi, tanto per gli acquisti quanto per l’indispensabile formazione del personale, l’adozione del modello del BYOD garantirebbe rilevanti risparmi in entrambi i settori: per quanto riguarda le acquisizioni, semplicemente queste verrebbero a cessare (solo per alcune tipologie di device, naturalmente; n.d.r.) e resterebbero da mettere a bilancio le spese per i soli costi di gestione (che comunque già si sostengono)! Non meno evidenti ed immediati sarebbero i risparmi sul fronte della formazione dal momento che si presume che il proprietario sappia usare il proprio smartphone e tablet! Tutto ciò ovviamente in linea teorica perché, e così arriviamo alla seconda considerazione, c’è da chiedersi se il passaggio al BYOD non rappresenterebbe una sorta di “salto nel vuoto” alla luce delle carenze infrastrutturali che affliggono le nostre pubbliche amministrazioni. Sono infatti dell’avviso che il BYOD abbia senso solo se procede di pari passo con l’adozione di tecnologie cloud sulle quali, come noto, ci sono parecchie riserve. Arriviamo così al nocciolo della questione (aspetto peraltro sollevato anche dai CIO intervistati da Gartner): quali sono i rischi per la sicurezza dei dati (data leakage) e dei documenti? Evidentemente sono elevati ed è inutile dire che grossi sforzi andrebbero fatti in questo settore a più livelli: da una parte assicurandosi che i device utilizzati dagli appartenenti all’organizzazione rispondano ad alcuni requisiti minimi di sicurezza, applicando dunque ai soli dispositivi verificati i dettami del BYOD (va in questa direzione il progetto di valutazione condotto dal Pentagono sui principali smartphone in commercio; un ulteriore vantaggio di questa politica è quella di diversificare le piattaforme usate – in termini di sistema operativo – e di indipendenza da specifici fornitori, n.d.r.), dall’altro diffondendo una cultura della sicurezza (informatica) a tutti i livelli dell’organizzazione.
Venendo infine a parlare delle conseguenze del modello BYOD su archivi e biblioteche, conseguenze inevitabili essendo questi istituti a tutti gli effetti incardinati nell’apparato statale, le ripercussioni sono diversamente valutabili a seconda del livello in cui ci si colloca.
Ponendosi ad esempio al livello degli archivisti e dei bibliotecari in quanto “lavoratori”, il progressivo processo di professionalizzazione che ha investito questi che fino a pochi anni fa erano ancora mestieri (con l’instaurazione di rapporti di lavoro sempre meno di tipo dipendente ed al contrario sempre più di “prestazione occasionale” / collaborazione) ha reso assai frequente il fatto che essi utilizzino durante il lavoro i propri laptop, etc. In questo senso pertanto il BYOD potrebbe anche non rappresentare un fattore di dirompente novità. Similmente non è da escludere che l’uso di ambienti di lavoro e di dispositivi simili in quanto consumer non contribuisca ad aumentare il livello di empatia tra i primi ed i secondi nonché che possa condurre ad una migliore comprensione dei problemi di natura “pratica” cui potrebbero incorrere i secondi anche nel solo utilizzo dei servizi e delle risorse approntate. Non meno importante, in quest’ottica di omologazione tra strumenti professionali e consumer, il ricorso ai social network quali principali strumenti di comunicazione / promozione (laddove ad esempio in ambito bibliotecario fino a pochi anni fa ci si affidava, per la comunicazione, alle piattaforme ad hoc sviluppate all’interno dei primissimi SOPAC…).
A fianco di questi aspetti complessivamente positivi non si possono comunque tacere gli innegabili aspetti negativi (perlopiù dal lato degli archivi): non si tratta solo dei summenzionati rischi di perdita dei dati / documenti, il problema è molto più alla radice!
Con il paradigma BYOD è il confine stesso tra pubblico e privato a farsi labile: mail, progetti, documenti, etc. di lavoro rischiano di mescolarsi pericolosamente con quelli privati in un vortice inestricabile di file e cartelle! Ed il dubbio se un documento sia pubblico (= da inserire nell’archivio dell’organizzazione) o privato (= da inserire nell’archivio di persona del membro dell’organizzazione) o peggio ancora un ibrido difficilmente collocabile rischia di minare la trustworthiness complessiva dell’archivio. Perché un documento può anche essere stato al sicuro “incorrotto” dentro al sistema ma se ad essere messa indubbio è la sua appartenenza stessa all’archivio, secolari certezze rischiano di venire improvvisamente meno.

Mendeley e Pulse, ovvero, quando quel che conta è il contenuto

Mendeley

Mendeley di AJC1, su Flickr

Evidentemente agli startupper la propria azienda sta a cuore fino ad un certo punto, nel senso che molti sembrano più interessati a farla crescere per poi venderla alla prima “offerta irrinunciabile” (salvo giustificare la vendita stessa come indispensabile per garantire un futuro florido) piuttosto che accompagnarla nel non sempre facile processo di crescita.
E’ proprio questa la sorte capitata in settimana, dopo insistenti rumor, a due aziende la cui attività riguarda in modo più o meno diretto archivi e biblioteche: la prima è la cessione di Mendeley al colosso editoriale Elsevier, la seconda quella di Pulse a LinkedIn.
L’acquisizione di Mendeley lascia un po’ l’amaro in bocca: su questa piattaforma (usata per generare citazioni e bibliografie, diffondere e condividere ricerche, creare gruppi di lavoro online su specifiche tematiche) la comunità accademica, già ai ferri corti con le case editrici ed il contestato sistema dell’impact factor, aveva scommesso forte e si può immaginare il disappunto e la sincera preoccupazione alla notizia che Mendeley finisce dritta dritta in pancia ad uno dei colossi dell’editoria mondiale!
E’ infatti evidente, in un mondo iperconnesso in cui i progetti di ricerca sono molteplici e spesso transnazionali, l’importanza di una piattaforma, possibilmente indipendente / neutra, che permetta di confrontare, scambiare e diffondere i rispettivi risultati! Viene dunque un po’ di rammarico a vedere che le biblioteche (universitarie in primis), che pure in fatto di organizzazione e disseminazione avrebbero qualcosa da dire, rimangono ai margini di quel processo di creazione che esse stesse, grazie alle risorse (bibliografiche e non) messe a disposizione, concorrono a produrre.
Analogo lo stato d’animo e le considerazioni che si possono fare riguardo alla seconda notizia: del fatto che LinkedIn fosse intenzionato a trasformarsi in un vero hub in cui aziende e professionisti non solo pubblicano i propri curricula, ricercano / offrono opportunità di lavoro ed estendono la propria rete di contatti ma anche nel quale pubblicano i propri lavori, paper interni, etc. ne avevo già dato conto in un precedente post. Con l’acquisizione di Pulse (piattaforma per la personalizzazione, selezione e condivisione delle notizie) viene messo un ulteriore tassello nella direzione, stando alle parole di Deep Nishar, di creare “[a] definitive professional publishing platform — where all professionals come to consume content and where publishers come to share their content”. In altre parole quando questa vision sarà realizzata su LinkedIn troveremo non solo letteratura grigia ma pure fresche ed altrettanto preziosissime informazioni!
Una linea di sviluppo indubbiamente interessante al punto che, sorvolando ora sul triste fatto che archivi e biblioteche sono tagliate fuori dai giochi, LinkedIn potrebbe divenire utile luogo di incontro pure per gli archivisti ed i bibliotecari: infatti, in parte perché costretti (la Pubblica Amministrazione non rappresenta più per i noti motivi lo sbocco professionale per eccellenza) in parte per precisa volontà di affermare lo statuto e la dignità delle rispettive professioni (ANAI ed AIB da anni si battono per ottenere il giusto riconoscimento), è in atto un profondo processo di professionalizzazione di questi che fino a qualche tempo fa erano piuttosto mestieri. Su LinkedIn dunque archivisti e bibliotecari, dove per inciso sono già presenti (qui per puro esempio il link ai “colleghi” della sezione Piemonte e Valle d’Aosta), potrebbero al pari di ingegneri, architetti, commerciali, esperti di marketing, etc. pubblicare il proprio CV, reperire offerte di lavoro, entrare in contatto con aziende ed enti, pubblicare articoli e saggi, leggere le principali novità di loro interesse! Si tratterebbe sicuramente di un interessante luogo di confronto e crescita professionale!
In conclusione, si può trarre un importante insegnamento generale dalle acquisizioni di Mendeley e Pulse: queste due società sono diventate appetibili rispettivamente per Elsevier e LinkedIn in quanto ricche di contenuti: sono questi ultimi, specialmente quando legati alle persone ed alle relative reti relazionali, a generare il vero valore aggiunto! Quest’ultimo infatti ha il pregio di essere infungibile e difficilmente imitabile e finisce per tradursi in un maggior valore complessivo (anche economico) dell’azienda. Ne consegue a cascata per i professional, tra i quali ascrivo pure archivisti e bibliotecari, la seguente lezione: puntare sulla sostanza e meno sui fronzoli (leggasi: titoli di studio e cariche ricoperte), curare il proprio profilo (dandogli valore magari attraverso la diffusione di parte delle proprie conoscenze) e la propria cerchia di “contatti” nella consapevolezza che tutto ciò può voler dire maggiori opportunità di lavoro. Lungo questa via dovrebbero muoversi pure archivisti e bibliotecari i quali sono indubbiamente ricchi di “contenuti” e dotati, direi quasi per vocazione, di capacità relazionali. Il che non può che essere motivo di speranza.

Capacità di storage come asset centrale della biblioteca del futuro?

Vatican Library, Rome di bharat.rao, su Flickr

Vatican Library, Rome

In un mio post di qualche tempo fa mi soffermavo sulla crescente importanza, per i moderni archivi digitali, che va assumendo l’infrastruttura tecnologica.
Ovviamente da questo trend non sono immuni nemmeno le biblioteche e la riprova la si ha leggendo la notizia, diffusa pochi giorni fa, della partnership instaurata tra EMC, colosso statunitense con quasi quarant’anni di esperienza alle spalle nei sistemi di storage ed archiviazione, e la Biblioteca Apostolica Vaticana: in estrema sintesi EMC, all’interno di un più vasto programma che unisce saggiamente filantropia a marketing, si impegna a fornire le risorse di storage necessarie ad immagazzinare l’intero patrimonio di libri manoscritti, incunaboli e cinquecentine che ci si appresta, in un arco di tempo stimato in tre anni, a digitalizzare.
Se ad impressionare è l’enorme spazio di memorizzazione messo a disposizione, ovvero 2,8 petabyte (equivalenti a 2.936.012,800 gigabyte; per rendere l’idea tale cifra la si raggiunge unendo 587.202 computer con disco rigido da 500 GB), non meno importanti sono le riflessioni che si possono ricavare da questa vicenda.
Innanzitutto appare evidente come una simile infrastruttura abbia dei costi particolarmente elevati (peccato che nulla venga detto a proposito e che non sia nemmeno possibile fare ipotesi, non essendo noto il tipo di memoria adottato) ed anzi probabilmente fuori dalla portata della maggior parte delle biblioteche al mondo.
Ma quel che più conta è il ruolo strategico assunto dall’infrastruttura di storage: essa infatti funge da ponte imprescindibile tra passato, cioè i libri “analogici” posseduti, e futuro, ovvero la loro copia digitalizzata, la quale consentirà a) di “risparmiare” ai primi tutti quegli stress meccanici derivanti dall’uso nonché l’esposizione a fattori ambientali quali luce, (sbalzi di) umidità e temperatura, etc. b) di far godere, nel presente, questi capolavori ad una platea di pubblico potenzialmente molto più vasta rispetto a quella degli studiosi che solitamente ha la fortuna di consultarli.
Sarebbe stato bello, per concludere, sapere qualche dettaglio tecnico-operativo in più, ad esempio se chi si occuperà della gestione del sistema di storage (verosimilmente tecnici EMC) sarà sotto la sovrintendenza del Prefetto della Biblioteca Vaticana, monsignor Pasini o, in alternativa, quale tipo di controlli verranno messi in atto per assicurarsi che il sistema risponda a tutti i requisiti in termini di sicurezza ed operatività.
Non meno interessante sarebbe sapere dove effettivamente è localizzato il data center (e se esiste un sito secondario) così come se si fa ricorso al modello del cloud computing
Tante domande che non fanno che rafforzare la mia convinzione che le capacità di storage siano un asset strategico per le biblioteche.

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