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E-reader, e-book ed audiolibri: un destino incrociato

L’arrivo sul mercato di alcuni nuovi e-reader rende interessante fare il punto della situazione circa lo “stato dell’arte” di questa classe di dispositivi; non si tratta peraltro di una questione squisitamente tecnica e di prestazioni, giacché dall’analisi delle loro caratteristiche e funzionalità è possibile ricavare utili indicazioni circa lo stato e le tendenze in atto nel “sottostante” mercato degli e-book.
Diciamo subito che, a guardare le due principali novità, ovvero il Kindle Oasis (presentato il 13 aprile) ed il Kobo Aura One (il cui annuncio è ben più recente, essendo avvenuto il 17 agosto scorso), la prima impressione è quella di una stasi generale, con ben poche novità di rilievo.

Entrambi gli e-reader sono accomunati da un form factor che, pur senza distaccarsi dal design iconico “a tavoletta”, ricerca nuove soluzioni al fine di assicurare una migliore lettura ed in generale un maggior comfort: ecco dunque che Amazon, pur mantenendo le dimensioni del display fisse a 6 pollici, amplia – in larghezza ed in spessore – la cornice presente sul lato destro allo scopo dichiarato di rendere l’impugnatura più salda ed ergonomica (la presenza, nel medesimo lato, di pulsanti fisici per il cambio di pagina a detta di Amazon consente la lettura con una sola mano) mentre Kobo, in modo assai più conservatore, non interviene nel frame ma si limita ad aumentare le dimensioni dello schermo portandole a 7,8 pollici. Rimanendo sullo schermo, entrambi i produttori apportano migliorie al sistema di illuminazione frontale mentre la risoluzione si assesta sui 300 dpi. Non minor sforzi sono poi stati riservati al contenimento dei pesi: nonostante la crescita “dimensionale” esso è comunque contenuto, fermandosi rispettivamente a 131/133 e 230 grammi (il Kindle Oasis, in ogni caso, risulta, a prescindere dalle minori dimensioni, nettamente più leggero).

Da quanto sin qui detto appare evidente come né Amazon né Kobo abbiamo presentato device particolarmente innovativi: entrambe le aziende, piuttosto, sembrano aver cercato di perfezionare i propri prodotti assecondando i desiderata dei propri clienti i quali, oramai è assodato, sono perlopiù lettori forti, dunque particolarmente esigenti e disposti a pagare cifre decisamente elevate rispetto a quelli che sono i prezzi degli e-reader. Il Kindle Oasis costa infatti ben 289,99 € mentre l’Aura One si ferma – si fa per dire – a 229,99 euro, vale a dire mediamente più del doppio di buona parte dei dispositivi presenti sul mercato.

Si tratta di una decisione, a ben guardare, obbligata: gli ultimi dati disponibili confermano come il numero complessivo di lettori digitali sia, a dispetto delle enormi aspettative coltivate negli anni passati, stazionario se non in calo e, tra di loro, solo una percentuale limitata e peraltro (verosimilmente corrispondente ai lettori forti) legga su dispositivi dedicati quali sono gli e-reader mentre gli altri, sempre più numerosi, fanno ricorso ad un mix di dispositivi (tablet, smartphone oppure il vecchio laptop/PC).

Evidentemente, mancando il traino del mercato, la spinta ad investire ed innovare da parte di colossi del calibro di Amazon e di Rakuten viene meno: di display a colori non si sente praticamente più parlare, le aspettative sollevate dagli enhanced ebook non sono state fin qui rispettate (ma almeno l’Aura One supporta l’ePub 3!), i sistemi operativi utilizzati sono rimasti sostanzialmente chiusi. Si tratta di aspetti che, se adeguatamente sviluppati, avrebbero potuto aumentare l’appeal degli e-reader salvandoli dal ruolo marginale al quale paiono oggigiorno destinati.
L’impressione che gli e-reader, ma in generale l’intero comparto del libro digitale, sia stato accantonato è rafforzata dalle strategie adottate dalla stessa Amazon in un segmento di mercato “collaterale” e che al contrario sta attraversando, in particolare oltreoceano, una importante fase di crescita.
Mi riferisco all’audiolibro, la cui quota negli Stati Uniti è arrivata al 14% e che ora Amazon sta spingendo anche nel Vecchio Continente: la pubblicità del servizio fornito da Audible, una controllata del gruppo di Seattle, si è negli ultimi mesi fatta assai martellante. Ma al di là dell’incalzante attività di marketing, ciò che balza agli occhi nella strategia del colosso di Seattle è la pressoché totale assenza di connessione con i vari servizi collegati all'”universo” Kindle. Infatti l’offerta della casa di Seattle in fatto di audiolibri si basa sulla fornitura di file audio che è possibile ascoltare, previa installazione di apposita app, attraverso smartphone, tablet od al più PC… ma NON via e-reader!
Inoltre Amazon sta replicando la politica di “chiusura” a suo tempo adottando con l’ebook: così come i libri digitali della casa di Seattle sono in formato proprietario .azw, analogamente i suoi audiolibri non sono, come sarebbe stato lecito attendersi, in formato MP3, bensì in formato .aa che “gira” solo in presenza dell’app dedicata! Gli utenti di Audible, come quelli del Kindle, sono dunque obbligati a rimanere dentro all’ecosistema di Amazon, con tutti i vantaggi e gli svantaggi connessi

Nell’ottica di questo post, quel che è più grave è che Amazon, così facendo, danneggia anche quelle aziende che, nonostante tutto, cercano di sperimentare: è il caso di Trekstor, il cui eBook Reader 3.0 si contraddistingue dal punto di vista estetico per il fatto di avere, similmente al Kindle Oasis, una pulsantiera sul bordo destro ma soprattutto per la tipologia di schermo (un TFT, Thin Film Transistor, ovvero una sottocategoria dell’LCD ed in quanto tale a colori) e per il fatto di poter riprodurre i principali formati audio: MP3, WMA ed OGG!
L’approccio di Trekstor, a mio avviso, è quello corretto: realizzare dispositivi che consentano indifferentemente agli utenti sia di leggere i propri e-book che di ascoltare i propri audiolibri.

Purtroppo, considerando l’attuale duopolio di Amazon e Kobo, il rischio che quegli operatori minori come la citata Trekstor oppure giganti decaduti come B&N (che con il recente Nook GlowLight Plus ha comunque dimostrato di voler ancora dire la sua, n.d.r.) vengano definitivamente estromessi dal mercato è elevato con tutte le conseguenze del caso: non solo infatti verrebbero affossati tutti quei tentativi di realizzare ereader ibridi ma, con essi, messo a repentaglio il più ampio processo di convergenza tra classi di dispositivi. Inoltre, aspetto non meno preoccupante,verrebbe pure influenzata pesantemente la futura evoluzione degli intimamente connessi mercati del libro digitale e dell’audiolibro.

Alleanza Ibs – Deutsche Telekom, la vittoria dell’hardware sul software?

Ereader tolino Vision 2

L’ereader Tolino Vision 2 (credits: Deutsche Telekom)

L’annuncio è di pochi fa: IBS entra in Tolino, l’alleanza europea anti-Amazon che vede Deutsche Telecom nel ruolo di capofila assieme a case editrici, distributori e piccoli librai.
La notizia è stata salutata positivamente dalla maggior parte dei commentatori, i quali hanno appuntato la propria analisi essenzialmente su due aspetti: 1) il rinnovato ruolo dei librai, che nell’alleanza hanno il compito di fungere da vetrina, grazie alla capillare copertura del territorio, dei vari device appartenenti all’ecosistema Tolino (attualmente due ereader ed un tablet) nonché da volano per le vendite, grazie alla possibilità di aprire un proprio shop sulla piattaforma stessa, trattenendo una percentuale sugli eventuali acquisti 2) controbilanciare i grandi player globali, Amazon su tutti, rivitalizzando nel contempo, se possibile, il mercato italiano dell’e-book attraverso una sana e robusta competizione, che deve avvenire non solo sul fronte dei prezzi ma anche su quello dell’esperienza d’uso nel senso più amplio del termine (software di lettura, piattaforma d’acquisto, etc.).
Si tratta di considerazioni di per sé assolutamente condivisibili ma che hanno il torto di far scivolare in secondo piano quello che probabilmente è il dato più interessante, vale a dire la “rivincita” dell’hardware sul software o, se preferite, del fisico sul virtuale.
Appare infatti evidente come, seppur su piani diversi, un ruolo chiave nel progetto Tolino sia ricoperto proprio dalla parte “materiale” ed in particolar modo dalle librerie “brick & mortar” e dalla cloud messa su da Deutsche Telekom.
Per quanto riguarda le librerie viste come “vetrine” utili a far toccare con mano tanto i device quanto i libri e, pertanto, come luoghi capaci di incrementare le vendite ho già scritto a suo tempo (poche settimane fa ho aggiunto che con simili propositi si guarda anche alle biblioteche).
Non meno importante, anzi foriero di importanti conseguenze, il ruolo svolto dall’infrastruttura cloud di DT. A mio avviso è proprio questo il punto di forza del modello Tolino, ovvero la possibilità di caricare i propri ebook, indipendentemente dallo store nel quale li si è acquistati (e questo rappresenta sicuramente un ulteriore plus), in quella che viene a configurarsi sempre più come una personal digital library.
Le conseguenze non sono di poco conto: la propria biblioteca digitale si trasferisce dalla memoria interna del device di lettura (od al più dalla sua SD card) alla nuvola, che acquisisce pertanto un ruolo centrale, in quanto è ad essa che tutti i nostri dispositivi possono connettersi. Indubbiamente si tratta di un significativo passo in avanti anche se l’ideale, per come la vedo io, sarebbe che la nuvola fosse di nostra proprietà, soluzione che comunque al momento presenterebbe pro ma anche contro (se tra i vantaggi va ricordata una maggior privacy, per cui le nostre letture non sono più oggetto di analisi da parte di chi quei libri ce li vende e ce li mantiene, tra gli svantaggi da menzionare gli oneri in capo al proprietario della personal cloud in fatto di aggiornamento della parte hardware nonché tutto l’insieme di azioni a quest’ultimo richieste nel tempo per far sì che i libri continuino ad essere leggibili).
All’ascesa della cloud fa da contraltare, ulteriore riflessione, il ruolo residuale svolto dai device di lettura ed in particolare dagli ereader: sgravati dal compito di fungere essi stessi da “biblioteca portatile”, ridotti ad essere soltanto uno dei tanti dispositivi con i quali si legge, trattati per certi versi alla stregua di commodity, tale è l’appiattimento (verso il basso) sul fronte dei prezzi e su quello delle prestazioni, come non pensare ad un loro declino?!
Basta dare un’occhiata ai prezzi dei principali ereader (per assicurare un minimo di omogeneità cito dispositivi con illuminazione frontale) per farsi un’idea: il Kindle Paperwhite costa 129€, il Kobo Glo (fuori catalogo) 119€, il Nook Glowlight 119 $ ed il Tolino Shine appena 99€, medesimo prezzo del Cybook Odyssey FrontLight2!
Ad acuire i dubbi sulle sorti di questa classe di dispositivi contribuisce anche l’analisi delle prospettive future: a meno di voler considerare l’ “acquatico” Kobo Aura H2O un significativo passo in avanti, cosa che non è, non si vedono all’orizzonte particolari evoluzioni tecnologiche, non si parla praticamente più di display a colore (dopo i mezzi fallimenti, perlomeno in termini di vendite, di Nook Color e del Kyobo Mirasol) né si può considerare l’ultradefinizione come un qualcosa di dirompente!
Probabilmente riuscirà a sopravvivere chi saprà crearsi la sua nicchia di mercato: è il caso di Sony e del suo DPT-ST, ereader da 13,3 pollici le cui vendite stanno andando inaspettatamente bene tra professionisti ed in ambito educational a dispetto del prezzo elevato (peraltro di recente abbassato da 1100$ a 999). Insomma, una scommessa per il momento vinta da Sony (specie dopo che quest’ultima era progressivamente uscita dal mercato “convenzionale”) ma che, guarda caso, per risultare completa prevede nel “pacchetto” la messa a disposizione, nello specifico da parte di Box.com, di un cospicuo spazio di archiviazione. Come dire, la riprova del ruolo centrale giocata dalla cloud.

#SalTo14: Franceschini, il libro in TV e l’ennesima chance per le biblioteche


La ventisettesima edizione del Salone del Libro di Torino non poteva iniziare in modo più scoppiettante: il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, accorso per l’inaugurazione, ha puntato il dito contro la TV, “rea” di aver arrecato danni incalcolabili al libro ed alla lettura (ricordo che il Salone è nato proprio come momento di promozione del libro e, di conseguenza, della lettura; n.d.r.); secondo il nostro, le varie RAI, Mediaset, Sky, etc. dovrebbero ora riparare alle proprie “malefatte” inserendo nei rispettivi palinsesti programmi dedicati al libro o quanto meno assicurando a quest’ultimo maggior spazio (anche pubblicitario).
Personalmente trovo l’uscita del ministro anacronistica sotto più punti di vista ma soprattutto perché sottende l’idea doppiamente dirigistica che 1) si possa “imporre” alle emittenti televisive la programmazione nella convinzione che 2) la lettura possa essere promossa / imposta dall’alto, senza rendersi conto che i tempi sono cambiati (esiste un qualcosa di oscuro che si chiama Rete) e pertanto il dualismo “televisione VS lettura” è del tutto superato.
Eppure per rendersi conto che il mondo, imperterrito, va avanti basterebbe essersi letti l’intervista rilasciata pochi giorni fa al Corriere da Russ Grandinetti, vice presidente di Amazon con delega sui contenuti Kindle, oggigiorno bisogna sapersi muovere in un contesto nel quale la fruizione di contenuti, siano essi audio, video oppure testuali, avviene in momenti “interstiziali” (nel metrò, in attesa in banca, etc.) a partire da molteplici device.
Ne discende, nella visione di Amazon, che detti contenuti debbano essere fruibili nel migliore dei modi a partire da tutti questi dispositivi e che, affinché la scelta sia più libera possibile, tra i rispettivi prezzi (dei contenuti, n.d.r.) non vi debbano essere differenze abissali. Se “una canzone costa 0,99 centesimi, con 2,99 dollari puoi vedere o noleggiare un film e i giornali in alcuni casi li leggi gratuitamente” non si può sperare che gli ebook sconfiggano la concorrenza a meno che il loro prezzo non sia altrettanto allettante.
Si ripropone, pertanto, il problema dell’IVA applicata (sulla quale oggi Franceschini ha peraltro detto di essere al lavoro), delle strategie da mettere in atto per rendere il libro (digitale e non solo) appetibile ed in generale per far sì che si legga di più.
Se Amazon si sta già attrezzando allo scopo (da una parte attraverso l’ampliamento della propria famiglia di device dagli ereader ai tablet e prossimamente agli smartphone, dall’altra mediante l’offerta praticamente flat di film in streaming e libri a fronte del pagamento di un fisso relativamente equo), che stanno facendo le biblioteche per affrontare simili cambiamenti strutturali?
Il discorso è amplio e rischia di portarci fuori strada: sintetizzando nell’attuale dibattito italiano si sta sì ponendo grande attenzione al tema del digitale in biblioteca ed a quello, correlato, della presenza in Rete e sui social network ma nel contempo il libro (sia esso analogico o digitale) sta perdendo centralità: da una parte infatti vi è chi ritiene che la biblioteca debba andare “oltre” al libro, dall’altra chi crede, al contrario, che essa debba rimanere fedele alla propria missione di selezione, intermediazione e facilitazione nell’accesso alle risorse informative (proprio al Salone interverranno sull’argomento, riprendendo il discorso avviato a marzo alle Stelline, Maria Stella Rasetti e Riccardo Ridi).
In altri termini i bibliotecari / le biblioteche stanno procedendo ad una necessaria review interna che però rischia di accentuare il ritardo che già si accusa “nel digitale”. Eppure idee e soluzioni che rappresentano il giusto connubio tra le due linee di pensiero esistono: il progetto The Underground Library della New York Public Library, ad esempio, mira a contendere ad Amazon & Co. proprio quei “nuovi” lettori descritti da Grandinetti: in pratica finché si è in metropolitana (senza connessione), invogliati da poster che immortalano scaffali pieni di libri, vi si avvicina il proprio smartphone con sensore NFC e si scarica l’anteprima di un libro; una volta riemersi in superficie (e ripristinata la connessione), ci viene indicato sul display del telefonino dove si trova la biblioteca più vicina nella quale poter recuperare (se ci era piaciuto) il libro che avevamo iniziato a leggere.
Che dire, proprio un bel modo per unire geottagging a promozione della lettura, ricordando nel contempo alla gente che le biblioteche continuano ad esistere e che vi possono sempre trovare un libro interessante da leggere!
Ma ovviamente si potrebbero ipotizzare altre strategie affini: ad esempio come non pensare, nel momento in cui si rendono disponibili hot-spot pubblici in molte di quelle zone descritte da Amazon come i luoghi principe nei quali avvengono le nuove modalità di lettura, all’invio da parte della biblioteca del posto di un messaggio contenente un invito a leggere / scaricare un libro o, più genericamente, di accedere al sito / catalogo della stessa?
Personalmente ritengo che l’utilizzo di simili strategie, basate su un mix di tecniche push / pull, potrebbero dare ottimi risultati e se è innegabile che esse sono adatte soprattutto per tessuti urbani di notevoli dimensioni, è altrettanto verosimile che con gli opportuni aggiustamenti esse potrebbero risultare applicabili con successo anche in altri contesti.
Insomma, sta alle biblioteche (o meglio, ai bibliotecari), cogliere le opportunità che si propongono e che potrebbero consentire loro di stare al passo con i tempi senza perdersi in sterili settarismi.

Personal libraries in the cloud

Personal Pod di mikecogh

Personal Pod di mikecogh, su Flickr

Complici le campagne promozionali particolarmente aggressive lanciate da importanti bookseller (a titolo di esempio Mondadori fino al 6 gennaio se acquisti l’edizione cartacea di un libro inserito in una speciale selezione definita, non senza una certa enfasi, “I magnifici 101”, ti regala pure l’ebook mentre Bookrepublic punta su speciali “cofanetti digitali”, definiti Indie Bookpack Parade, proposti a prezzo iperscontato), l’ebook è destinato a diventare uno dei regali più gettonati del Natale 2014.
Mettendo in secondo piano la parte commerciale (i conti, come sempre, li faremo fra qualche settimana a Festività archiviate), è interessante soffermarsi ora su un risvolto implicito nel prevedibile exploit del libro digitale: in quali “scaffali virtuali” riporremo i nostri ebook?
La risposta non è così scontata né la questione è di lana caprina; il sottoscritto, ad esempio, trova particolarmente scomodo il modo in cui il proprio ebook reader (per la cronaca un Kobo Glo, n.d.r.) gestisce / recupera i libri memorizzati nella microSd oppure nella memoria interna ed allo stesso tempo, per una serie di motivi, non è attratto dalle soluzioni on the cloud proposte dalle varie Amazon, Google, etc.
Approfondiamo la questione, astraendo dallo specifico ereader e/o dal cloud service provider di turno, cercando di evidenziare pro e contro insiti in entrambe le soluzioni.
Per quanto riguarda la prima modalità, essa rappresenta per certi versi l’evoluzione naturale di quanto si faceva fino a qualche anno fa con i libri cartacei: così come li disponevamo in bella vista in una libreria, similmente continuiamo ad organizzarli in file e cartelle (il mio Kobo, riprendendo la terminologia, parla di scaffali) nella convinzione di averne il controllo diretto. “Fisicamente”, infatti, li stipiamo all’interno del nostro lettore di libri digitali o della nostra scheda di memoria: in una simile impostazione per quanto ci si trovi nella dimensione (apparentemente) immateriale tipica del digitale, la “vecchia” e tranquillizzante concezione del possesso fisico è ben presente.
Diverso il discorso qualora si opti per soluzioni “nella nuvola”: in tal caso la sensazione di possesso (e quella intimamente correlata di “attestazione di proprietà”) è nettamente inferiore mentre a prevalere sono considerazioni di ordine pratico, come l’avere a disposizione le proprie letture ovunque ci si trovi ed a prescindere dal device in uso oppure ancora considerazioni in ordine alla “messa al sicuro” della propria biblioteca personale.
Posta in questo modo, parrebbe quasi che la scelta tra salvataggio in locale oppure sulla nuvola derivi soprattutto da “sensazioni” di ordine “psicologico”.
Probabilmente, come spesso avviene in questi casi, la soluzione ideale sta nel trovare il giusto equilibrio tra i vari fattori. Personalmente non rinuncerei ai vantaggi del cloud ma nemmeno mi affiderei a soluzioni, come quelle di Amazon, altamente invasive; la qualità dei servizi offerti dall’azienda di Seattle è senz’altro di prim’ordine ma, come noto, (a parte il fatto che non adotta il formato ePub, cosa che da sola dovrebbe bastare per escluderla) con i libri “acquistati” (o meglio, presi con una sorta di formula di noleggio a lungo termine) non si può fare quel che si vuole. Tutt’altro. Google Play Books, al contrario, è decisamente più flessibile e la sensazione di gestire realmente la propria “biblioteca digitale” nettamente più forte. Di recente, ad esempio, proprio Google ha reso possibile l’upload direttamente da smartphone o tablet Android a Play Books senza dover più passare per il sito web. Purtroppo, come specificato, questa soluzione è possibile solo per dispositivi con sistema operativo del robottino verde sicché la stragrande maggioranza degli ebook reader viene tagliata fuori. La nuova sfida è, evidentemente, far sì che il “dialogo” tra libreria interna al device e quella caricata nuvola sia massimo; si tratta, si badi, di andare oltre alla semplice sincronizzazione, cosa oramai possibile con qualsiasi dispositivo, ma di poter spostare (senza dover ricorrere a cavi e cavetti e tanto meno senza essere obbligati a seguire farraginose procedure che necessitano di un manuale e l’interazione con interfacce grafiche tutt’altro che friendly) i propri libri nella massima libertà, meglio ancora se anche da servizi oramai utilizzatissimi come Drive e Dropbox (che, dal punto di vista logico, potrebbero configurarsi come l’equivalente degli scatoloni – o dei magazzini di deposito per riprendere una terminologia bibliotecaria – dove riponiamo i libri che vengono letti raramente).
Insomma, il mondo dell’ebook per conquistare il pubblico deve ampliare la libertà di scelta e le opzioni a favore dei lettori.

Concludendo, diversamente dal mondo fisico in quello digitale il problema non è più rappresentato dall’assenza di spazio, bensì quello della facilità (o meno) di organizzare e conservare personal digital libraries che, proprio per i motivi esposti, arrivano facilmente a contare migliaia di libri. Allo stato attuale dell’evoluzione tecnologica un giusto mix tra salvataggio in locale e sulla nuvola rappresenta, probabilmente, l’optimum. In locale non terrei moltissimi libri, anzi metterei solo i miei preferiti e quello/i in lettura; in modo tale si rende l’operazione di ricerca e recupero (in genere macchinosa a causa delle interfacce grafiche vetuste, rispetto a telefonini intelligenti e computer a tavoletta, degli e-reader) più agevole e veloce. La possibilità complementare di realizzare sulla nuvola una copia di sicurezza mi da, allo stesso tempo, la garanzia di avere sempre con me tutti miei libri così come la ragionevole certezza di non perderne nemmeno uno (laddove se mi rubano oppure mi si rompe l’ereader sono guai seri).
Questo, ribadisco, è il consiglio che mi sento di dare allo stato attuale delle cose. Per il futuro fondamentale sarà l’evoluzione soprattutto a livello software: gli ereader, in particolare, devono migliorare nettamente le loro prestazioni se non vogliono venir surclassati. Già oggi le varie applicazioni (Android o iOS) permettono di organizzare gli ebook in scaffali virtuali con una libertà impensabile, assicurando a questa classe di dispositivi un indubbio vantaggio competitivo rispetti ai rivali i quali oramai dalla loro possono vantare (oltre al giusto equilibrio tra tendenza al possesso e quella all’accesso) solo l’incredibile autonomia. Ciò li rende a tutti gli effetti le nostre “biblioteche personali” viaggianti. Un capitale non disprezzabile che non va sprecato.

Conservazione degli e-book, missione (quasi) impossibile?

Civil Liberties Litigation ePub Experiment di colecamp

Photo credits: Civil Liberties Litigation ePub Experiment di colecamp, su Flickr

Circa un’annetto fa ho scritto un post nel quale spiegavo come l’ebook, specie quello “potenziato” (enhanced), cambiasse il rapporto con le fonti documentarie, concludendo, tra le altre cose, che ciò implicava un significativo cambiamento nel modo in cui da una parte gli storici e dall’altra i lettori si approcciano alle fonti stesse.
In questo articolo intendo invece soffermarmi su un aspetto che all’epoca aveva appena abbozzato, ovvero quello delle possibili (anzi, probabili) difficoltà poste alla conservazione.
In genere si tende infatti a ritenere che la difficoltà stia nel conservare i documenti digitali (con relative marche temporali, firme elettroniche / digitali più o meno qualificate, glifi, etc.), e questo perché va mantenuta (almeno nella fase attiva) la valenza giuridico-probatoria che è insita in essi; al contrario con i libri digitali questo problema non si pone: anche se muta la sequenza binaria, si è soliti sostenere, l’importante è che il contenuto non subisca modifiche sostanziali (cambiamenti nel layout della pagina, nel font del carattere, etc. sono ritenuti accettabili anche se pure essi ci dicono molto su come l’autore ha voluto che fosse il suo libro).
Ebbene, specie se in presenza di ebook potenziati, è tutt’altro che pacifico che ciò sia assicurato. Come sottolineavo “en passant” nel succitato articolo (ma ponendomi nella prospettiva peculiare dello storico), vi è infatti il serio rischio che salti tutto quell’insieme di riferimenti “esterni” all’ebook che nelle intenzioni autoriali costituisce parte integrante (e talvolta fondamentale) dell’opera: il problema è in primis quello noto dei rot link (ovvero di collegamenti ipertestuali che conducono a risorse che nel frattempo sono state spostate di indirizzo o che, nella peggiore delle ipotesi, non esistono più) ma in generale si può parlare della (non) persistenza degli oggetti digitali che popolano la Rete. In sostanza il pericolo è quello di conservare ebook che nel giro di pochi anni si trovano monchi.
Le riflessioni da fare a questo punto sono sostanzialmente due:
1) gli enhanced ebook diverranno dominanti nell’arena dei libri digitali o, al contrario, resteranno di nicchia e specifici di alcuni ambiti (settore educational, storia, etc.)? Ovviamente qui si entra nel campo del probabile ma personalmente ritengo verosimile, considerando a) la spinta proveniente dalla vendita, che va per la maggiore, di tablet multimediali a discapito di ebook reader dedicati che invece non supportano tali elementi b) lo stimolo costituito dallo stesso standard epub 3, che ha abbracciato in toto l’idea della multimedialità, che essi diverranno, magari in un futuro non così prossimo, predominanti rispetto a quelli “classici” composti di testo ed immagini
2) è possibile ovviare al problema? In questo caso la risposta è senz’altro affermativa. Difatti, al di là dell’obiettivo forse irraggiungibile di “archiviare Internet”, ci si può accertare (così come invita a fare Wikipedia) che nel momento in cui si va ad effettuare una citazione / riferimento ad una risorsa esterna perlomeno essa sia stata archiviata da uno dei vari servizi esistenti (il più famoso è Internet Archive) e, in caso negativo, far sì che essa venga archiviata. Esiste poi un’altra alternativa, a mio avviso sconsigliabile, che consiste nell’incorporare nell’ebook tutte le risorse esterne cui si fa riferimento: purtroppo, trattandosi di immagini e di file audio e video, ciò significa far aumentare il “peso” complessivo dell’ebook di un paio di ordini di grandezza (diciamo da uno a 100 mega), il che non è agevole né per il lettore nel momento in cui va ad effettuare il download né per chi, successivamente, dovrà farsi carico della conservazione.
Per concludere credo che questa veloce analisi sia sufficiente a dimostrare come la conservazione dei libri digitali sia operazione tutt’altro che scontata; difatti, al di là delle difficoltà tecniche, se si vuole che gli ebook aderenti al formato epub 3 siano trasmessi nella loro interezza alle generazioni che verranno è necessario impostare, sin dal momento della loro creazione, una apposita strategia che preveda l’archiviazione di quei link e di quelle risorse digitali alle quali essi fanno riferimento. Obiettivo raggiungibile a patto che si creino le necessarie sinergie tra autori (in caso di self publishing), editori, bibliotecari ma probabilmente anche archivisti.

Perché Kindle MatchBook rischia di svalutare l’ebook (ma di fare la fortuna di Amazon)

Amazon Kindle

Amazon Kindle (credit: Amazon Press)

Praticamente in contemporanea con il lancio della nuova generazione di lettori digitali Kindle, Amazon ha anche annunciato un nuovo programma, denominato Kindle MatchBook, che consente a tutti coloro che hanno acquistato negli anni passati (si parte dal 1995 e si arriva ai giorni nostri) l’edizione fisica di un libro di comperare ora a prezzi a dir poco competitivi (si parte infatti da 2,99 dollari… a 0!) l’edizione digitale, qualora esistente, del medesimo titolo.
Se si considera che il bundling analogico / digitale funziona anche per i libri di nuova uscita si intuisce come la mossa potrebbe dare una ulteriore scossa al settore del libro digitale.
In effetti il timing scelto da Amazon è praticamente perfetto: con questa mossa l’azienda di Seattle mira ad allargare in modo massiccio la platea di lettori digitali puntando, evidentemente, su tutti coloro che negli anni hanno fatto acquisti (di libri fisici) sulla sua libreria online ma che per i più disparati motivi si sono dimostrati restii ad abbracciare gli ebook.
Naturalmente i vertici di Amazon non sono ammattiti perché è evidente che per leggere l’edizione digitale molti avranno bisogno dell’apposito device di lettura: in altri termini Kindle Matchbook potrebbe fungere da straordinario volano alla vendita degli ebook reader, dei quali non a caso si presenta la sesta generazione, e tutto ciò proprio in un momento in cui i tassi di crescita dell’editoria digitale nel mercato americano tendono a rallentare / stabilizzarsi attorno alla quota del 25 – 30% del totale. Insomma, mentre la concorrenza mostra segni di affanno e cerca di riorganizzarsi, la società fondata da Jeff Bezos rilancia.
Se da un lato dunque Kindle MatchBook potrebbe rappresentare il colpo di grazia per le case editrici rivali dal momento che, fidelizzando / legando Amazon a sé in modo pressoché definitivo anche quei lettori più tradizionalisti che ancora non avevano abbracciato l’ebook, le priva di quel bacino indispensabile per portare avanti qualsiasi idea di business nel digitale, dall’altro lato con questa spregiudicata operazione rischia di far passare presso i lettori la fallace idea che l’ebook non costi niente o, peggio ancora, che esso non costituisca altro che il “sottoprodotto” del più complesso processo di produzione del libro (analogico).
Idea già in parte diffusa ma, per l’appunto, errata: nel mondo digitale scompaiono (o tendono a zero) sì alcune voci di costo, come quelle di distribuzione e riproduzione, ma ne permangono altre di rilevanti. In particolare è opportuno ricordare che l’ebook che noi leggiamo sui nostri device non è (o meglio, non dovrebbe essere…) lo stesso file creato per l’edizione a stampa bensì un file (auspicabilmente in formato ePub) altamente rielaborato per rispondere a requisiti che qui possiamo genericamente definire di “buona usabilità” ed offrire una gradevole esperienza di lettura.
Operazione, quest’ultima, che è lungi dall’essere a costo zero ma che Amazon, con le sue politiche aggressive, rischia di far passare in secondo piano e, per certi versi, banalizzare.

La promozione dell’ebook e la lezione di Google ed Amazon

Ebook reader in esposizione in una nota catena

Ebook reader in esposizione in una nota catena

La notizia della probabile prossima apertura, da parte di Google e di Amazon, di un punto di vendita fisico è di quelle che impongono quanto meno una riflessione, se non un vero e proprio ripensamento, su come è stata finora effettuata la promozione dell’ebook e degli ebook reader.
Ma partiamo dalla notizia: che cosa ha indotto queste due aziende, indissolubilmente legate nell’immaginario collettivo al “virtuale” mondo della Rete, a rivedere così drasticamente il proprio approccio? A mio avviso hanno concorso più fattori: in primo luogo ci si è resi conto dell’importanza di avere quello che nel linguaggio del marketing è definito flagship store (vale a dire un luogo fisico che trascende il mero punto vendita, essendo il fine non tanto – o perlomeno non solo – mettere in vetrina i propri prodotti ma soprattutto trasmettere al mondo la propria cultura aziendale ed i valori che l’azienda intende incarnare e diffondere), importanza a sua volta derivante dall’esigenza di fronteggiare in qualche modo lo strapotere mediatico (che si riflette nel valore del brand) attualmente detenuto da Apple; dall’altro lato, ed è questa a mio modo di vedere la principale motivazione, sta la constatazione che il solo canale online da solo non basta in quanto i clienti hanno bisogno di un “contatto fisico” con i prodotti che poi si andranno ad acquistare (e questo vale tanto più ora che sia Google che Amazon hanno prodotti fisici a proprio marchio da vendere, vedasi famiglie Nexus e Kindle, Chromebook, Google Glasses, etc.). Quanti di noi del resto, prima di effettuare una transazione online, hanno pensato bene di fare una capatina in un negozio fisico per provare quel vestito, quel paio di scarpe oppure per testare il funzionamento di un dato cellulare, monitor Tv, etc. ed essere così certi che il prodotto adocchiato faceva effettivamente al caso nostro?
Ammettendo dunque che anche il cliente più tecnologico abbia il desiderio, prima di procedere all’acquisto, di “toccare con mano”, possiamo affermare che questa possibilità sia garantita nel settore del libro digitale (ovviamente qui faccio riferimento all’ereader, imprescindibile supporto di lettura; n.d.r.)? La risposta che possiamo dare credo sia solo parzialmente positiva.
Il panorama infatti non è molto confortante e c’è da chiedersi quanto possa aver influito in negativo sulle vendite di ebook reader e, a cascata, di ebook.
L’osservazione preliminare da fare è che non c’è paragone tra l’imponenza delle campagne pubblicitarie fatte a favore dei tablet e quelle fatte per gli ereader. In seconda battuta bisogna ammettere che il prodotto ereader in sé non viene valorizzato a dovere: nelle grandi catene di elettronica i lettori digitali sono presentati con schede tecniche spesso inadeguate e, come se non bastasse, senza spazi dedicati (niente a che vedere con la centralità che assumono i device di casa Samsung o dell’Apple, giusto per fare nomi…) e, pare inconcepibile, non immersi nel reparto libri (qualora presente) come verrebbe spontaneo pensare, rappresentandone essi pur sempre la controparte digitale, ma bensì confinati in angoli marginali!
Le cose non vanno meglio se si passa ad analizzare la situazione di quegli ebook reader messi in vendita presso le librerie di catena: di norma infatti presso queste ultime si trovano ereader di una specifica azienda, con la quale i colossi editoriali che stanno alle spalle hanno stretto rapporti più o meno di esclusiva (penso a Mondadori / Kobo oppure Melbookstore (ora IBS) / Leggo IBS), il che rende difficile se non impossibile una comparazione diretta a parità di illuminazione, di esposizione ai raggi solari, etc. (ed essendo il fattore discriminate quello dello schermo, questa limitazione assume un particolare rilievo!).
In sostanza, posto che le biblioteche non possono e non devono svolgere un ruolo da capofila in questo ambito (conviene che queste ultime si concentrino sullo sviluppo delle proprie collezioni digitali), appare evidente che le uniche a poter ricoprire un ruolo positivo in questo settore, dal quale peraltro come da più parti ipotizzato potrebbero a loro volta trarre nuova linfa vitale, sono le librerie indipendenti, che dovrebbero approfittare di questa fase transitoria per avviare la trasformazione in librerie digitali indipendenti. Si tratterebbe, inutile dirlo, di un cambiamento non facile e soprattutto non immune da rischi. E’ tutt’altro che garantito infatti, analogamente a quanto avviene con gli altri settori merceologici, che i clienti, una volta effettuata la comparazione, comprino l’ereader là dove spuntano il prezzo migliore! Bisogna sperare, pertanto, che la qualità del servizio garantito, anche in termini di rapporti umani, venga premiato dalla preferenze degli utenti nel momento dell’acquisto.

Ebook, è il momento di osare

DOK Delft

DOK Delft (di Gerard Stolk – vers la Chandeleur -, su Flickr)

I dati non sono ancora completi ma oramai non ci sono molti dubbi residui: le ultime festività, che secondo molti dovevano consacrare l’ebook ed in generale l’editoria digitale, sono state avare di soddisfazioni (qui un’accurata sintesi dell’orgia di numeri ai quali siamo stati esposti nelle ultime settimane).
Credere semplicisticamente che questo risultato deludente sia stato influenzato dalla crisi / stagnazione economica che ha contribuito a congelare i consumi non aiuta a comprendere bene lo stato delle cose. Ad esempio lo shopping 2011-12 è andato proporzionalmente meglio nonostante i cataloghi meno forniti! La causa principale di questo mezzo flop va dunque a mio parere ricercata altrove: per la precisione va preso atto che la tecnologia e-ink che caratterizza gli ereader agli occhi dei potenziali acquirenti ha (oramai a parità di prezzo!) un evidente minor appeal rispetto ai tablet, che non a caso non hanno accennato di rallentare la loro corsa (fatta eccezione per quelli di fascia alta prodotti dalla Apple). La prima classe di dispositivi (gli ereader) è appannaggio dei soli cosiddetti “lettori forti” che sono anche i principali “consumatori” di ebook mentre i lettori deboli optano piuttosto per dispositivi più versatili ed “universali” come le tavolette, usate anche per leggere seppur nel corso di “sessioni di lettura” mediamente di minor durata.
Detta in soldoni il rallentamento nelle vendite di lettori per libri digitali potrebbe dunque semplicemente indicare che è stata saturata la peraltro non vastissima platea dei lettori forti (verosimilmente tra i primi ad essere incuriositi dalla novità rappresentata dall’ebook) e che ora viene la parte difficile, ovvero riuscire a convertire al Verbo della lettura digitale chi gran lettore non è!
Ciò a mio avviso non è un’utopia ma senz’altro possibile a patto che tutti gli altri attori osino (e talvolta concedano) qualcosina:
1) partiamo dai produttori di device: gli ereader si stanno sviluppando troppo lentamente (motivo per cui il tasso di sostituzione non è elevato; non fosse per la recente introduzione dell’illuminazione frontale un dispositivo “vecchio” di un paio di anni non è molto inferiore ad uno ora sugli scaffali, laddove i tablet hanno fatto passi da gigante). E’ necessario dunque spingere sulla ricerca al fine di introdurre sul mercato quanto meno ereader con display a colori (su larga scala) e basati su sistema operativo che consente di godersi un minimo di applicazioni multimediali!
2) gli editori da parte loro dovrebbero studiare politiche di prezzo (e di marketing) più aggressive e nel contempo più creative: negli Stati Uniti, per fare un esempio, Humble Bundle nell’ultima tornata è riuscita a raccoglier 10 milioni di dollari vendendo, a prezzi stabiliti dall’acquirente, pacchetti di videogiochi, libri, film… tutti rigorosamente DRM free! Sono certo che in un momento di tagli ai bilanci delle famiglie l’iniziativa sarebbe gradita ed il successo senz’altro replicabile anche di qua dell’Atlantico.
3) le biblioteche dovrebbero premere sull’acceleratore del digitale: sono consapevole che ciò implica onerosi investimenti e che le relative tecnologie sono soggette a veloce obsolescenza ma sono convinto che, se si trova il giusto punto di equilibrio, il sistema sia sostenibile (posto che le biblioteche sono sempre in perdita!). D’altro canto se, come ricorda l’ennesima ricerca del Pew Research Center, il 53% degli utenti statunitensi sopra i 16 anni apprezzerebbe un incremento nell’offerta di ebook, qualcosa bisogna pur fare!
4) gli Stati poi dovrebbero a loro volta fare il massimo per agevolare questo settore strategico: tassazione favorevole sui libri digitali e relativi lettori, investimenti per l’appunto nelle biblioteche (e se i soldi non ci sono favorendo il mecenatismo e/o le sponsorizzazioni!), promozione della lettura e via di questo passo.
Se questa terapia d’urto dovesse venire veramente attuata sono certo che l’intero ecosistema che ruota attorno al libro digitale spiccherebbe, stavolta definitivamente, il volo.

Perché Android è (e non potrebbe essere altrimenti) il miglior sistema operativo per gli ereader

La notizia dell’avvio della produzione di Pengpod, tablet basato sul sistema operativo (SO) di nicchia ma completamente open source Linux, ha ricevuto notevole attenzione anche da parte della stampa non specialistica, a dimostrazione di come l’argomento sia particolarmente sentito: in effetti quando parliamo di tavolette (specialmente se stiamo pensando di acquistarne una e dunque ne va di mezzo il nostro portafoglio!) il tipo di sistema operativo è un fattore tenuto in estrema considerazione non soltanto per gli ovvi risvolti “prestazionali” ma anche per motivazioni che potremmo definire “ideologiche”: scegliere per un sistema chiuso e proprietario quale iOS di Apple appare oggigiorno una scelta per certi versi “conformista” e di tendenza mentre a rappresentare l’alternativa “libera e aperta” è per contro Android (che non a caso si basa su kernel Linux); il recente arrivo di Windows Otto, che al momento appare più che altro il disperato tentativo di Microsoft di contare qualcosa nell’universo mobile, può essere accolto favorevolmente esclusivamente per il fatto che tenta di spezzare il duopolio che si è di fatto realizzato ma nulla più (l’azienda di Seattle è rimasta infatti fedele alla sia filosofia di creare un ambiente rigorosamente chiuso e proprietario).
Completamente diversa la musica se parliamo di ereader: in questo caso l’attenzione viene posta su altre caratteristiche tecniche quali il peso, la durata della batteria, la memoria interna e soprattutto (per evidenti motivi) lo schermo. Poco o nulla viene detto del sistema operativo, al punto che nelle specifiche tecniche rilasciate dai produttori dei vari dispositivi talvolta manca qualsiasi informazione a riguardo!
Tale silenzio è a mio avviso anomalo considerando che il tipo di SO montato rappresenta, per chi pretende di fare qualcosina di più con il proprio lettore di libri digitali, un fattore fondamentale e questo per molteplici evidenti motivi: se il sistema operativo è aperto e non proprietario (o comunque il codice è a disposizione della comunità di sviluppatori che possono rielaborarlo con un sufficiente grado di libertà) allora è possibile fare quello che in gergo (preso in prestito dalla telefonia cellulare) si dice “moddare”, ovvero, una volta ottenuti i permessi di root (= di amministratore; questa operazione, si badi, invalida la garanzia del dispositivo!), installare una variante personalizzata del sistema operativo.
Dal momento che Apple non ha prodotto alcun ereader (né mai probabilmente lo farà) tutte le considerazioni fatte di qui in avanti riguarderanno esclusivamente il sistema operativo Android che al contrario è presente su diversi lettori attualmente in circolazione ma non su quello maggiormente diffuso, ovvero il Kindle di Amazon: senza pretese di completezza Android lo troviamo imbarcato sul Nook di Barnes & Noble (come si evince dal video qui sopra), sul Kyobo ereader, sul Sony PRS-T1 e sul Trekstor Liro Color (purtroppo il Kobo Touch / Glo ed il Cybook Odissey HD Frontlight si basano su Linux che, come già ricordato, sta alla base di Android).
Ma quali sarebbero, in concreto, i vantaggi di scegliere un ereader Android e di procedere poi alla sua “elaborazione” installando le varie applicazioni (non è comunque garantito, si badi, che tutte girino correttamente)? Elenco di seguito alcuni punti:
1) gestione delle prestazioni: esistono applicazioni che promettono (in genere riuscendoci) di migliorare le prestazioni del dispositivo di norma agendo sulla frequenza di lavoro del processore. Quest’ultima può essere: a) aumentata (overclocking) con il vantaggio di un dispositivo maggiormente “reattivo” ma con consumi maggiori della batteria ed una maggior usura del processore b) abbassata, aumentando la durata della batteria. Dal momento che la battery life non è un problema degli ereader e che i processori installati sono mediamente più che adeguati (800 – 1000 MHz), personalmente non ritengo sia il caso agire su questo aspetto a meno che, per l’appunto, non si installi una quantità / tipologia di applicazioni tale da rendere necessario un aumento delle prestazioni. Insomma, è un po’ la storia del gatto che si morde la coda: installo applicazioni perché il processore altrimenti è virtualmente inutilizzato, esagero con queste ultime, processore e batterie vanno in affanno, mi trovo costretto a gestire quest’ultimo aspetto. In definitiva l’ideale è riuscire a trovare il giusto equilibrio tra i vari aspetti in campo.
2) accedere agevolmente alla propria biblioteca sulla nuvola: sempre più persone salvano le proprie risorse digitali (ebook inclusi) su servizi quali Dropbox, SkyDrive, Drive, etc. Se vi vogliamo accedere con il nostro ereader (ovviamente il modello deve avere un qualche tipo di connettività!) abbiamo due opzioni: a) accedere al servizio attraverso il web browser installato nel dispositivo, operazione abbastanza farraginosa, oppure b) avere sul desktop del proprio device una bella icona attraverso la quale “volare” direttamente sulla propria nuvola e di qui scaricare i propri libri (con Dropbox, giusto per fare un esempio, si tratta di usare le opzioni Sharelink + Download) sul dispositivo. A mio avviso la seconda opzione è la migliore non solo perché più immediata ma soprattutto perché da un senso allo schermo touch: se quest’ultimo finisce per essere usato per girare le pagine, cliccare una tantum sulle copertine dei libri e scrivere qualche nota allora tanto valeva tenersi i vecchi comandi analogici!
3) una migliore navigazione tra gli ebook store, base imprescindibile per assicurarsi una vera libertà di scelta e di acquisto: anche in questo caso le applicazioni fanno la differenza perché un conto è visitare le librerie online attraverso i tradizionali browser, un conto attraverso le apposite applicazioni (in alternativa la speranza è che lo store abbia predisposto una bella versione mobile per agevolare la navigazione)!
4) una migliore lettura delle pagine web, installando applicazioni come Readability, che adatta le varie pagine di nostro interesse ottimizzandole per essere lette su dispositivi mobili, o ancora meglio dotEPUB, che addirittura le trasforma in file in formato ePub! Perché va bene leggere libri, ma non bisogna dimenticare che le pagine web restano una fonte inestimabile di cose da leggere e sarebbe bello che il nostro ereader fosse in grado di rendere questa esperienza di lettura la più vasta e piacevole possibile!
5) Last but not least rootare il proprio dispositivo Android dà la possibilità di installare quelle “utilità” oramai ritenute standard e che rendono completo il nostro dispositivo: un programma per la posta (potrebbe essere GMail), la calcolatrice, una app per le previsioni meteo, data ed ora e via discorrendo.
Tirando le somme smanettando con il nostro ereader riusciamo a fargli fare cose egregie, addirittura impensabili nella sua configurazione “ufficiale”! E’ questo il motivo per cui sono convinto che Android sia, ora come ora, il miglior sistema operativo possibile; certo, se si “rootta e modda” entro i primi due anni dall’acquisto decade la garanzia, ma credo che il gioco valga la candela.

eReader verso il declino?

eBook Readers Galore di libraryman, su Flickr

eBook Readers Galore di libraryman, su Flickr

La questione ritorna periodicamente alla ribalta ed è stata più volte affrontata anche in questo blog (tra i numerosi post si veda almeno questo): gli ereader sono destinati a sparire di fronte all’avanzata inarrestabile dei tablet?
Infatti benché i primi, anche prendendo come data ufficiale di nascita il 19 novembre 2007 (giorno in cui venne presentato al pubblico il Kindle di prima generazione; in verità il device della casa di Seattle non è il primo ereader in assoluto, risalendo i primi dispositivi di questa categoria a circa un decennio prima, n.d.r.), abbiano preceduto i secondi di oltre due anni (Steve Jobs infatti lanciò l’iPad di prima generazione il 27 gennaio 2010; anche in questo caso non si trattava della prima tavoletta in assoluto a vedere la luce, ma fu la prima ad imporsi – in termini geografici e di vendite – globalmente), da subito si iniziò a discettare della possibilità che queste due classi di dispositivi potessero o meno coesistere.
A riguardo le posizioni furono sin dall’inizio variegate: a fianco di coloro che decretavano la vittoria a breve dei tablet stavano coloro che non mancavano di sottolineare le peculiarità, tali da garantire loro la sopravvivenza, degli ereader; vi erano infine coloro (e tra questi va inserito il sottoscritto) che vedevano in prospettiva una convergenza tra queste due tipologie di dispositivi.
Queste tre “scuole di pensiero” sono a grandi linee quelle tuttora prevalenti ed è interessante rilevare come, a distanza di tre anni, ciascuna potrebbe affermare di avere avuto sinora ragione:
1) la prima ha dalla sua i crudi numeri: i tablet sono, secondo tutti i dati di vendita, l’unico segmento del mercato PC a crescere nonostante la crisi con volumi di vendita impressionanti (le varie Gartner, IDC, Canalys, etc. su questo punto concordano)
2) la seconda ha dalla sua la qualità: nonostante gli sviluppi degli schermi LCD quelli con inchiostro digitale rimangano imbattibili in quanto a facilità di lettura e minor affaticamento degli occhi
3) la terza, infine, ha dalla sua alcuni fatti incontrovertibili: la convergenza infatti si è materializzata, oltre che per il form factor, dal lato delle tavolette con la ricerca di schermi più performanti in termini di resa dell’immagine (luminosità, nitidezza dell’immagine, visione ad angoli elevati, eliminazione di riflessi, etc.) e di consumi di energia, dal lato degli ereader con l’aggiunta di funzionalità quali lo schermo touch, la connettività (Wi-Fi o 3G), la comparsa del colore e la possibilità (ad onor del vero ancora più teorica che pratica) di vedere brevi filmati.
Poco sopra ho appositamente usato il grassetto per evidenziare quel “sinora” in quanto un recentissimo articolo dell’agenzia Reuters a firma di Jeremy Wagstaff (articolo ampiamente ripreso in Italia da Wired) sembrerebbe celebrare il funerale degli ebook reader. In effetti, stando a Wagstaff, la situazione appare a dir poco complicata e tutte le stime di mercato (confortate dal tracollo di vendite di eInk Holding nell’ultimo bimestre 2011) pessime. I fattori che spingono a formulare queste previsioni nere sono presto detti: con una forchetta di appena 70 euro nel prezzo tra gli ereader di punta (ovvero i 129 euro del Kindle Paperwhite o del Kobo Glo) e rispettabilissime tavolette entry level quali il Kindle Fire HD od il Nexus 7 di Google (che si trovano a 199 euro) è evidente che la maggior parte dei consumatori, a meno che non si tratti di grandi lettori, si orienterà verso quest’ultima classe! Un ulteriore aspetto che induce a cattivi presagi è poi quello delle “potenzialità”: a detta di numerosi analisti intervistati la tecnologia e-ink si sviluppa più lentamente rispetto a quella LCD e ciò avviene nonostante gli ingenti investimenti effettuati (la crisi in realtà riguarda anche Qualcomm che starebbe cercando di “piazzare” in licenza la sua ottima tecnologia Mirasol…).
A mio avviso è purtroppo indubbio che gli ereader non stiano “crescendo” come dovrebbero: i colori restano una caratteristica di pochi dispositivi (tra l’altro va rilevato che Barnes & Noble, per ora, ha puntato sul Nook Glowlight con illuminazione frontale e non su una versione migliorata del Color!) e peraltro restano assai “sbiaditi”, la connettività nella maggior parte dei casi avviene via Wifi, non esiste (ad eccezione del Kyobo, che si basa su una versione personalizzata di Android) un sistema operativo di riferimento con il suo ricco sistema di applicazioni tale da conferire maggiore appeal alla categoria, il refresh delle pagine lascia ancora a desiderare e lo stesso schermo touch non è sensibile al tocco quanto lo è il corrispettivo sulle tavolette. Insomma, gli unici vantaggi indiscutibili rimangono la maggiore facilità di lettura / minor affaticamento dell’occhio (aspetto questo assolutamente decisivo) e l’invidiabile autonomia delle batterie.
Quale dunque il futuro? Ha ragione Wagstaff? Personalmente rimango della mia opinione che si vada verso la convergenza (al termine della quale sarà arduo per ovvi motivi stabilire se avremo tra le mani più un tablet od un ereader) e questo perché il tracollo dei lettori di libri digitali non potrà essere così repentino: 1) i benefici effetti delle economie di scala si faranno sentire anche per questi ultimi (già ora se uno si accontenta con 50 euro si porta a casa un ereader anzianotto quanto si vuole ma comunque capace di fare il suo dovere) ed i prezzi caleranno di conseguenza, rendendoli più appetibili 2) se è vero che in ambito educational tutti (corpo docente, istituzioni scolastiche, etc.) sembrano preferire le tavolette per le indubbie maggiori proprietà “multimediali” / interattive, non andrebbero nemmeno sottaciuti i ben noti svantaggi (difficoltà di concentrazione, affaticamento vista, fragilità schermi, etc.) 3) dal punto di vista editoriale non è ancora stata raggiunta una vera standardizzazione sul formato da adottare e forse, a causa della continua evoluzione tecnologica, mai ci si arriverà (l’unica costante sarà la Rete come “ambiente operativo”), motivo per cui device alternativi troveranno sempre una nicchia di sopravvivenza.
Insomma, non la farei così scontata come il report Reuters lascia intravedere: sicuramente un importante banco di prova sarà il Natale 2012, al quale peraltro i produttori di ereader si presentano ben armati (oltre ai vari lettori con illuminazione frontale sono incuriosito dai risultati che riuscirà ad ottenere l’interessante Kobo Mini): se le vendite saranno soddisfacenti allora si potranno mettere in cantiere ulteriori modelli per il prossimo biennio (rinviando la “morte” dell’ereader) mentre in caso contrario è prevedibile l’uscita di molti operatori.
Una volta mancati i necessari capitali molti progetti resteranno sulla carta mentre altri (mi riferisco a quelli di quegli operatori che finora hanno tenuto il piede in due scarpe, leggasi tablet ed ereader) verranno verosimilmente accorpati. E allora sì che sarà veramente convergenza!

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