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Datagate, un vulnus all’archivistica digitale?

University of Maryland and Sourcefire Announce New Cybersecurity Partnership

Photo credits: University of Maryland and Sourcefire Announce New Cybersecurity Partnership di University of Maryland Press Releases, su Flickr

Pochi giorni orsono Mark Zuckerberg, con una buona dose di faccia tosta considerando l’incetta di dati personali che fa la sua azienda, ha criticato durante un’intervista televisiva l’amministrazione Obama per il modo poco trasparente con il quale sta gestendo il cosiddetto scandalo “Datagate”, annunciando di volersi unire a Google e Microsoft nella causa intentata contro il governo al fine di ottenere, per l’appunto, la necessaria trasparenza.
I colossi del web infatti, oltre al danno d’immagine derivante dall’essere percepiti come compartecipi del Governo statunitense, temono infatti che i propri utenti, se non adeguatamente tranquillizzati circa modalità e tipologia dei controlli svolti, abbandonino le proprie piattaforme provocando un evidente danno economico.
Il tema della fiducia e quello correlato della sicurezza informatica diviene, evidentemente, centrale e non è forse un caso che il punto di forza del nuovo iPhone 5 della Apple sia il riconoscimento biometrico (in pratica per sbloccare lo schermo od attivare alcuni specifici servizi, quali i pagamenti contact less via NFC, non bisogna più inserire un PIN o simili vetustà ma basta appoggiare il proprio pollice allo schermo per venire riconosciuti ed autenticati).
Purtroppo queste rassicurazioni mi sembrano insufficienti: in successive indiscrezioni trapelate alla stampa Edward Snowden (che, considerando il livello dello scontro diplomatico raggiunto con Mosca e gli estremi tentativi fatti da Washington per ottenerne l’estradizione, mi sembra un testimone complessivamente attendibile) ha aggiunto che l’NSA statunitense e la corrispettiva GHCQ britannica dispongono di strumenti in grado di aggirare e superare le misure comunemente adottate per proteggere le comunicazioni e le transazioni condotte lungo le reti telematiche, quali ad esempio i protocolli https ed SSL.
In sostanza viene messa in seria discussione la validità e l’efficacia complessiva di quella cornice di sicurezza che con difficoltà si era cercato di costruire attorno alle nostre “esistenze digitali”. Le ripercussioni sono evidentemente molteplici ed investono su più piani anche l’archivistica: ad un livello strettamente tecnico possiamo ricordare le ricadute per tutto ciò che concerne, per l’appunto la sicurezza. Per anni, dando credito agli informatici, si è pensato che i vari protocolli di sicurezza, gli hash crittografici, etc. assicurassero un ragionevole livello di protezione alle nostre comunicazioni via PEC ed in generale a tutte quelle, spesso riservate o comunque riguardante materiali “sensibili”, condotte attraverso le reti telematiche (vedi quelle, sempre più diffuse, tra data center locale e sito secondario di ripristino).
Così probabilmente non è e non si deve escludere la possibilità che, approfittando del vulnus inferto alla credibilità delle sue basi tecnologiche, non riprenda vigore quella corrente, interna agli archivisti, che ha sempre guardato con sospetto, ed in taluni casi con dichiarata ostilità, alla nascita dell’archivistica digitale. Dovesse ciò succedere le ripercussioni sarebbero gravi giacché, volenti o nolenti, il mondo andrà comunque verso il digitale e di archivisti capaci di affrontare le problematiche derivanti da questo passaggio ce ne sarà sempre più bisogno.
Ma probabilmente il danno maggiore è quello della possibile perdita di fiducia da parte dei cittadini / utenti: negli ultimi dieci – quindici anni si è dibattuto in lungo ed in largo sulla necessità di realizzare trusted repository pubblici giustificandone l’esistenza sulla superiorità, se non proprio tecnologica, almeno “morale” rispetto ai comuni data center. Solo la presenza di “custodi responsabili” (dove per “custode responsabile” la figura di riferimento è, anche se non in maniera esclusiva, quella dell’archivista dipendente di una pubblica amministrazione), si sosteneva, capaci di garantire l’ininterrotta custodia di documenti digitali oltre che la correttezza delle eventuali operazioni di trasferimento, migrazione, etc. effettuate, poteva provare l’autenticità dei documenti conservati.
Tale supposta superiorità “morale” viene irrimediabilmente meno nel momento in cui si constata che sono i Governi stessi a condurre, secondo procedure ai limiti della legalità e comunque assai discutibili, attività di spionaggio se non di vero hackeraggio ai danni dei propri ed altrui cittadini, di giornali, organizzazioni ed aziende. Il timore è dunque, come sopra accennato, che pure gli archivisti, risucchiati in un calderone in cui non si riconoscono più colpe e responsabilità individuali, perdano l’indispensabile fiducia dei cittadini. Dovesse succedere, sarebbe indubbiamente un duro colpo.

Il Kindle Fire arriva finalmente in Italia, mentre per l’ereader Paperwhite bisogna aspettare. Con questa mossa Bezos ha veramente ammazzato il mercato?

Kindle Fire HD 7''

Kindle Fire HD 7” (fonte foto: http://amazon-press.it/immagini-stampa.html)


PREMESSA

Mi ero intimamente ripromesso, per motivi di prudenza, di commentare la messe di device lanciati in questi ultimi giorni a bocce ferme, vale a dire dopo il 12 settembre, giorno in cui Apple dovrebbe presentare l’iPhone 5 e, a detta di molti, un Mini iPad. La quantità di colpi sparati l’altro ieri da Jeff Bezos è però stata tale e tanta, i dibattiti in Rete che ne sono seguiti così accesi, gli articoli ed i commenti sui siti specializzati talmente numerosi che non riesco a mantenere la promessa!

I NUOVI DEVICE

Dal momento che le novità e le specifiche tecniche saranno ormai arcinote a tutti voi, riassumo a solo titolo d’inventario quanto “disvelato” da Jeff Bezos in quel di Santa Monica focalizzandomi, dal momento che in giro ho visto parecchie imprecisioni, soprattutto su prezzi e date di consegna (dati ricavati dai siti Amazon.com ed Amazon.it):
1) l’ereader Kindle Paperwhite, caratterizzato dallo schermo assai più definito e dall’illuminazione “notturna”, è disponibile in versione solo WiFi oppure con connettività 3G rispettivamente a 119 e 179 dollari; per ora NON è in vendita in Italia (contestualmente il “vecchio” Kindle base, anch’esso oggetto di qualche miglioria nella definizione dello schermo e nella reattività della pagina, scende a 69 dollari – 79 euro in Italia)
2) il tablet New Kindle Fire: a dispetto del nome si tratta in realtà del “vecchio” Kindle Fire (cioè di quello presentato nel settembre 2011) sottoposto ad un discreto upgrade per quanto riguarda il processore (più veloce), la memoria (raddoppiata) e la durata della batteria; costa 159 dollari e, con deciso ritardo, arriva pure in Italia dove costerà 159 euro (cambio dollaro / euro 1 ad 1!) con consegne a partire dal 25 ottobre (contro il 14 settembre degli Stati Uniti)
3) il nuovo (questa volta sì!) tablet Kindle Fire HD; anche in questo caso il nome non deve ingannare giacché con esso si fa riferimento a più dispositivi talvolta significativamente diversi tra di loro (in particolare le versioni da 8,9 differiscono rispetto a quelle da 7 pollici, oltre che per le dimensioni, per la maggior definizione dello schermo, per la presenza di un sistema audio dual-stereo – VS dual drive stereo – e per un processore leggermente più potente – 1,5 GHz VS 1,2 -; per un raffronto tra i vari modelli rimando alla tabella comparativa presente in fondo a questa pagina). Entrando nello specifico le “versioni” esistenti sono le seguenti: a) quella con display da 7 pollici, dal costo di 199 dollari se si vuole la memoria da 16GB oppure di 249 dollari se si opta per quella più “sostanziosa” da 32GB; in consegna rispettivamente a partire dal 14 settembre e 25 ottobre, è disponibile anche nel mercato italiano al prezzo “invariato” (nel cambio) di 199 e 249 euro, con consegne che però slittano al 25 ottobre b) quella con schermo da 8,9 pollici: è questa a mio avviso l’autentica novità, dal momento che va a sfidare direttamente l’iPad 3 per dimensioni e specifiche tecniche (ricordo che la tavoletta della Mela ha uno schermo da 9,7 pollici; n.d.r.) e conseguentemente per prestazioni e relative applicazioni e servizi che è possibile farci girare. L’offerta di Amazon in questo caso è ancora più sottoarticolata: abbiamo infatti da un lato la versione con sola connettività Wi-Fi con memoria interna da 16 GB al prezzo di 299 dollari oppure quella da 32 GB a 369 dollari, mentre dall’altro lato la versione con connettività LTE (4G) con memoria da 32 GB a 499 dollari oppure quella da 64 GB a 599 dollari. La consegna per tutti questi ultimi device è stimata per il 20 novembre e per il momento NON riguarda Italia (del resto della versione 4G non ce ne faremmo granché non essendo praticamente sviluppata la relativa rete!).

BEZOS AMMAZZA IL MERCATO?

Finora ho parlato soprattutto di hardware ma, come ha tenuto a sottolineare Jeff Bezos durante la presentazione, Amazon produce servizi, non gadget. E meno male, vien da dire, perché quella fatta dall’azienda di Seattle è vera innovazione tecnologica che fa impallidire al confronto le “novità” lanciate dalla concorrenza nei giorni precedenti! Avevano iniziato mercoledì Nokia e Motorola: riguardo all’azienda finlandese molti analisti, rivitalizzando i rumor diffusi all’epoca della presentazione di Surface di Microsoft, avevano ipotizzato che sarebbe stato annunciato un tablet o meglio ancora un phablet (inutile oramai creare un doppione del Surface!), invece la società guidata da Stephen Elop si è limitata a svelare la sua nuova linea di smartphone Lumia 920 (peraltro mi sembra quantomeno accattivante, peccato solo per la gaffe del PureView!). Analoga delusione è arrivata da Motorola: anche in questo caso, per quanto la presenza del Nexus 7 inducesse a far ritenere la cosa poco probabile, vi era chi ipotizzava la presentazione di qualcosina di più del solito smartphone: ebbene, il nuovo Razr Maxx è effettivamente un cellulare cresciutello (display da 4,7 pollici contro i 5,3 del Samsung Note) ma nulla di più.
Paradossalmente a cercare di sparigliare le carte è stata un’outsider, vale a dire quella Kobo che a forza di internazionalizzazione a tappe forzate ed accordi con editori e librerie indipendenti sta cercando di ritagliarsi un ruolo “antagonista”: a leggere le specifiche tecniche la triade di nuovi prodotti lanciati dall’azienda nippo-canadese (ovvero gli ereader Glo e Mini ed il tablet Arc) non sfigurano affatto rispetto ai device proposti da ben più quotati competitor e, aggiungo, sono anche esteticamente deliziosi!
Purtroppo un grosso limite è il prezzo, e qui arriviamo alla domanda da un milione di dollari: Amazon, con gli annunci di ieri, si accinge ad ammazzare il mercato degli ereader? Ad esempio sarebbe stato interessante vedere l’accoglienza del mercato per il Kobo Mini da 5 pollici (un ereader letteralmente tascabile!) ma il prezzo di 79,99 dollari non lo aiuta se pensiamo che l’entry level del Kindle è da ieri a 69,99 dollari. Discorso analogo per il Kobo Glo: costa 129,99 dollari, quanti lo preferiranno al Kindle Paperwhite che ne costa 10 in meno?
Un minimo più problematica la scelta in campo tablet. L’Arc, ad esempio, è sulla carta sicuramente superiore al New Kindle Fire mentre (a parità di soldi, ovvero 199 dollari) rispetto al Kindle Fire HD da 7 pollici oltre a non avere il doppio WiFi è sicuramente inferiore per qualità audio e memoria interna (8 GB VS 16!); vanta invece un certo vantaggio in quanto a processore (1,5 GHz VS 1,2) e pareggia in quanto a definizione dello schermo (ma mai come in questo caso sarebbe necessaria una prova diretta; Amazon assicura di aver abbattuto del 25% i riflessi della luce solare togliendo lo strato di vuoto esistente tra schermo LCD e strato touch ma anche Kobo garantisce “cristallinità” dell’immagine ad angolazioni elevate!). Ma ad uscire forse peggio di tutti nell’arena delle tavolette low cost è il Nexus 7 di Google (da martedì 4 peraltro in vendita anche in Italia) il quale nella versione più costosa viene 249 dollari / euro, vale a dire quanto il Kindle Fire HD che però ha il doppio di memoria interna e come ricordato per l’Arc poco sopra il doppio Wi-Fi, lo schermo antiriflesso, l’audio dual stereo, etc. (in definitiva gli unici plus del Nexus 7 sono il processore leggermente più performante ed il sistema NFC, il quale però ora come ora rappresenta soprattutto un fronzolo senza molte applicazioni concrete…). Insomma, se l’altro giorno durante la presentazione dei Motorola Razr Eric Schimdt ammetteva candidamente che Android (e Google) erano indietro nei tablet, probabilmente dopo la presentazione della nuova famiglia Kindle (che usano sì Android, ma tendono ad occultarlo sotto l’interfaccia Amazon) sarà ancora più preoccupato.
Ragionando numeri alla mano, dunque, sembra proprio che la risposta alla domanda posta a titolo di questo paragrafo sia affermativa, in linea con quanto già sentenziato da Pianeta eBook in uno dei suoi tweet:

E’ infatti innegabile che Amazon abbia assestato un durissimo colpo al mercato, avendo essa lanciato prodotti con un rapporto qualità / prezzo difficilmente avvicinabile dai competitor a meno che anch’essi non si accontentino di margini risicati, che è esattamente il concetto sotteso da Bezos nel momento in cui afferma: “We want to make money when people use our devices, not when they buy our devices”! In altri termini per l’azienda di Seattle i device non sono che un mezzo come un’altro attraverso il quale stringere una relazione con i clienti ai quali successivamente vendere prodotti e servizi a prezzi, man mano che la relationship si fa più profonda ed aumentano le quote di mercato detenute, sempre più stracciati e tali da mandare gambe all’aria la concorrenza (è quella che JMAX, in un post apparso sul blog TKBR qualche mese fa, definiva engagement economy; l’autore vi sostiene che non ci sarebbe da meravigliarsi se Amazon un giorno, portando alle estreme conseguenze tale politica, mettesse in vendita ebook ad un prezzo tendente a zero).
Come noto l’economia però non è solo numeri ma dipende molto anche da fattori psicologici, motivo per cui non si può rispondere alla domanda iniziale senza prendere in considerazione alcuni fattori soggettivi: essa sarà affermativa (sì, Amazon ammazza il mercato) se la percezione che ha il cliente finale della relazione instaurata rimarrà invariata e quest’ultimo continuerà a ragionare soprattutto con il portafogli e con una prospettiva di breve respiro; credo al contrario che la risposta possa essere negativa (no, il mercato è salvo e le varie aziende continueranno a farsi concorrenza più o meno spietata) se almeno una parte degli utenti (attuali e potenziali) riterrà che la liason con Amazon rischi di diventare troppo “vincolante”. Lasciamo stare le accuse nuovamente lanciate al browser Silk di ledere la privacy (ma almeno dovrebbe esserci la possibilità di opt-out) e soprassediamo pure al fatto che sia impossibile eliminare, anche a pagamento, la pubblicità ma soffermiamoci invece sui soli aspetti “librari” (per quanto questi, bilanci alla mano, oramai non costituiscano da un pezzo la principale fonte di guadagni per l’azienda di Seattle): la consapevolezza che gli ereader Kindle supportano solo il formato proprietario .mobi e che questo non è compatibile (direttamente) con la gran parte degli altri dispositivi di lettura in commercio (che si stanno più o meno uniformando sull’ePub come modello standard), unita al fatto che gli ebook che acquistiamo in realtà… non li acquistiamo ma piuttosto li noleggiamo “a lungo termine” (vera o fasulla che sia, la storia di Bruce Willis era lì lì per scoperchiare un vero vaso di Pandora, peccato che sia velocemente sparita dal dibattito delle Rete e non abbia praticamente sfiorato i media mainstream!) dovrebbero bastare a dissuadere una certa quota di utenti che preferiscono pagare di più ma “fare quel che vogliono”!
In ultima analisi è dunque una questione profondamente soggettiva e che a sua volta rimanda a come l’individuo forma le sue convinzioni (ad es. ruolo di familiari ed amici, media ai quali è esposto, etc.), un argomento evidentemente sterminato ma che esula dagli obiettivi di questo post. Pertanto mi fermo qui ed aggiungo solo che, senza voler dividere manicheisticamente tra buoni e cattivi, in Rete ci sono tutti gli strumenti e le informazioni per documentarsi indipendentemente, farsi la propria opinione e decidere quale sia la proposta migliore (o la meno peggiore…).

CONCLUSIONI

I raffronti tra i vari device fatti nel corso di questo post testimoniano che Amazon ha sicuramente lanciato una serie di dispositivi eccellenti dal punto di vista tecnico, ad un prezzo concorrenziale e soprattutto accessibile a moltissimi utenti: se questi ultimi dovessero ragionare solo in base a meri calcoli economici, c’è da attendersi che Amazon a breve diverrebbe regina del mercato. Se gli utenti invece scaveranno un po’ più a fondo nel tipo di relazione, realizzeranno che questa non è esattamente paritetica: ad alcuni potrà andare bene ugualmente (infine, l’importante è risparmiare…), altri invece anteporranno la loro “libertà” (per restare nel librario questo significa esigere ebook in un formato aperto in modo da poterli leggere su qualsiasi device, di poterli salvare dove vogliono e soprattutto di possederli per sempre disponendone come meglio si ritiene, si intende sempre nel rispetto delle leggi) e cercheranno altre soluzioni per godersi le proprie letture digitali.
Il fattore discriminante in definitiva risulta essere proprio la sensibilità personale e la volontà di formarsi una propria opinione; nel mio piccolo spero con questo post di aver contribuito almeno in minima parte al raggiungimento di questo obiettivo.

Arriva Microsoft Surface: cosa cambia nell’arena dei tablet

Microsoft Surface

Microsoft Surface (Copyright Microsoft)

Una cosa è certa: con la presentazione di Surface, primo tablet con il proprio marchio, Microsoft ha compiuto un’operazione di marketing all’altezza dell’acerrima rivale Apple, riprendendosi la ribalta mediatica dopo un lungo periodo di appannamento.
Per giorni infatti si è discusso a suon di indiscrezioni su cosa sarebbe stato presentato in quel di Los Angeles: chi diceva una tavoletta frutto della collaborazione con Barnes & Noble capace di interagire in streaming con l’Xbox (ipotesi improbabile considerando la smentita di B&N, che non sembrava d’ufficio, e come l’accordo tra le due società risalga ad appena qualche mese fa), chi un tablet ma frutto al contrario dell’accordo con Nokia (io personalmente propendevo per questa ipotesi), chi un ereader puro (sempre in collaborazione con B&N, ma anche in questo caso ho sin da subito trovato l’indiscrezione poco plausibile: poco tempo a disposizione per lo sviluppo… e poi al Nook che fine facevamo fare?) e chi infine l’annuncio di una qualche acquisizione a suon di miliardi di dollari (si era parlato di Yammer, effettivamente acquistata). Tutti comunque, avevano individuato grossomodo l’oggetto dell’annuncio: un device fisico connesso in qualche modo al nuovo sistema operativo Windows 8 / RT.
Ma al di là dei rumor dei siti specializzati, dei bagliori dei flash e del colori sgargianti del nuovo device, quale sarà l’impatto di Surface sull’arena dei tablet? Secondo Stan Shih, fondatore di Acer, il nuovo tablet dell’azienda di Seattle servirebbe soprattutto per “spronare” gli altri produttori ad adottare il nuovo sistema operativo di Windows; d’altronde, ragionano sempre nella casa taiwanese, chi lo fa fare a Microsoft di gettarsi nel settore dell’hardware con i suoi bassi margini?
Personalmente reputo questa spiegazione poco credibile e tesa soprattutto a sminuire la portata dello schiaffo subito: Acer, e con essa tutti i produttori che da anni adottano software Microsoft, sono rimasti spiazzati dal comportamento dell’azienda diretta da Steve Ballmer. Appartengo infatti a quella “scuola di pensiero” che ritiene la mossa di Microsoft di tipo strategico e destinata ad avere ripercussioni di grossa portata (perlomeno sulla conduzione del business da parte dell’azienda): in altri termini a Seattle, visto il pericolo sempre più concreto di vedersi tagliati fuori dall’universo dei dispositivi mobili, sono stati costretti ad adeguarsi a quanto fatto dai principali e più temibili competitor (Amazon, Google, Apple) i quali hanno percorso con decisione la strada di dispositivi brandizzati con SO fatto in house (iOS od Android) o quanto meno altamente personalizzato (come Amazon).
La mossa di Microsoft, dunque, è stata obbligata e, bisogna riconoscere, Ballmer non si è tirato indietro, presentando un prodotto che sfida direttamente (per specifiche tecniche e fascia di prezzo) l’iPad di Apple: Surface infatti nelle due versioni Windows 8 ed RT monta processori che sono il top della gamma rispettivamente di Nvidia (dovrebbe essere il Tegra) e di Intel (con l’Ivy Bridge), ha dimensioni e pesi grosso modo assimilabili alla tavoletta made in Cupertino e display in alta definizione. Al di là dei dettagli tecnologici, anch’essi comunque indicativi, a mio parere il tratto distintivo di Surface è la particolare attenzione per la dimensione di produttività (come si evince dalla possibilità di scrivere a mano libera con una risoluzione di 600 dpi – con digital ink, tecnologia da anni nel cassetto di Microsoft – e dall’interessantissima cover / tastiera), strizzando così un occhio ad aziende e pubbliche amministrazioni ovvero proprio a coloro che devono ancora effettuare il loro passaggio al mobile e che erano in attesa di un prodotto compatibile con gli esistenti “parchi macchine”.
Se la mossa di Microsoft è dunque di quelle destinate a lasciare il segno, non meno interessante sarà vedere come reagiranno i vari protagonisti del panorama high-tech mondiale.
Iniziamo da quelli che si trovano nelle posizioni più critiche (tra i quali metto tutti i vari produttori “puri” di hardware): Acer, Lenovo, HP (che ha letteralmente gettato il suo WebOS frutto dell’acquisizione di Palm!), Dell, etc. si trovano nella difficile situazione di essere costretti ad adottare il sistema operativo fornito da chi nel contempo gli fa anche la concorrenza come produttore (ovvero Microsoft, che peraltro si fa pure pagare, ed a breve Google).
Ci sono poi i due malati cronici: 1) RIM, che pur avrebbe il suo SO Blackberry 10, si trova in acque agitate ed ha appena annunciato il licenziamento di 6mila dipendenti nell’estremo tentativo di tagliare i costi: purtroppo dati di vendite e quote di mercato non consentono particolari ottimismi al punto che si riaffaccia prepotentemente, a mio avviso, l’eventualità di un’acquisizione (Amazon?) 2) Nokia, i cui destini sono altrettanto incerti, ha licenziato 10mila dipendenti, chiuso fabbriche e si vocifera dovrebbe persino realizzare smartphone low-cost basati su Android: evidentemente l’accordo con Microsoft non sta dando i frutti sperati ed in effetti lascia perplessi che Surface non sia esito di questo deal (come anzidetto ero tra chi propendeva per questa ipotesi) né d’altro canto è accettabile che l’unico risultato pratico (oltre alla presenza di Windows Phone sui Lumia) sia l’uso delle mappe di Nokia al posto di quelle di Bing a bordo dei paventati telefonini intelligenti marchiati Microsoft!
Ancora più interessanti, però, saranno le contromosse dei veri sfidanti di Microsft: Apple, Amazon e Google.
Apple ha già sparato il suo colpo con il Nuovo iPad, quindi non ha altri proiettili in canna da usare nell’immediato; molti analisti comunque continuano a prospettare la realizzazione di una versione con display di dimensioni ridotte ed effettivamente sono possibilista sulla cosa, avendo essa una sua logica in termini di differenziazione di prezzo (un entry-level più basso) e di prodotto, inserendosi in un segmento di mercato altrimenti regalato a Samsung. Insomma non sono tra coloro che ritengono impossibile che un giorno potremo vedere un Mini iPad per il semplice fatto che Steve Jobs aveva a suo tempo proferito il suo niet!
Decisamente più articolate e da scandire con oculatezza nei mesi a venire le manovre in casa Amazon: l’azienda di Seattle deve infatti da un lato “coccolare” il mercato USA, dall’altro non deve trascurare quello europeo. Negli Stati Uniti infatti dopo l’exploit natalizio il mercato si è raffreddato; è pertanto previsto per ottobre l’arrivo del Kindle Fire 2 con una dotazione hardware e software aggiornata (con quale Android? Ice Cream Sandwich o Jelly Bean?). Contestualmente, come già avvenuto con altri prodotti, il prezzo del “vecchio” Fire dovrebbe scendere preservando l’appetibilità di questo tablet. E l’Europa? L’annuncio, di qualche giorno fa, che gli sviluppatori possono iniziare a lavorare su applicazioni per il Vecchio Continente da distribuire entro l’estate, può indicare che l’arrivo del Fire sia, dopo mesi di annunci e smentite, veramente prossimo. A questo punto dell’anno è però auspicabile che il Fire “europeo” possa aver beneficiato di qualche sostanzioso upgrade, necessario per un prodotto non al top della gamma nemmeno al momento della presentazione; non penso che i consumatori europei siano esaltati dall’idea di trovarsi tra le mani un device vecchiotto o quanto meno di serie B rispetto a quello che i cittadini d’Oltreoceano avranno a disposizione tra appena qualche mese!
Last but not least c’è Google. Dopo mesi di annunci e di indiscrezioni sembra essere arrivata la volta buona: durante l’annuale incontro I/O al Moscone Center di San Francisco (in programma dal 27 al 29 giugno prossimi) l’azienda di Mountain View dovrebbe, tra le tante cose, svelare il Nexus Tablet (a doppio marchio Google ed Asus) il quale, ormai è altrettanto certo, avrà un display da 7 pollici, sistema operativo Android Jelly Bean e prezzo di 199 dollari. Se tali caratteristiche fanno (legittimamente) ipotizzare che lo sfidante principale sia proprio il Kindle Fire, personalmente ritengo che nessuno competitor possa dormire sonni tranquilli: a) con la recente Books App (relativa a Google Books) si è compiuto un ulteriore deciso passo nel mercato di quegli ebook “riserva di caccia”, finora, di Amazon ed Apple; b) Google Docs oramai è una diffusissima suite di produttività sulla nuvola, tale da impensierire Office di Microsoft c) Drive fornisce il necessario spazio di storage, senz’altro alternativo ai sistemi dei rivali d) su Google Play si trovano applicazioni di ogni genere, da quelle utili alla produttività a quelle ludiche, e che nulla hanno da temere rispetto a quelle del celeberrimo Apple Store. Insomma una politica di sviluppo a 360 gradi che non ha praticamente lasciato nulla al caso; semmai, se proprio devo muovere un appunto a Google, trovo strana la lentezza con la quale si mette a frutto l’acquisizione di Motorola Mobility.
Siamo dunque alla guerra di tutti contro tutti e così come avviene sui campi di battaglia un fattore determinante potrebbe essere quello tempo: Apple è insidiata da Microsoft, il cui Surface però arriverà solo in autunno, periodo nel quale dovrebbe arrivare pure il Fire 2; nel frattempo invece sul mercato dovrebbe arrivare (da luglio) il Nexus di Google, motivo per cui quest’ultima azienda potrebbe approfittare del vantaggio per fare il pieno ai danni soprattutto di Amazon e di Microsoft. Nei riguardi della prima infatti è lecito chiedersi: perché attendere sino ad ottobre per un prodotto affine, ovvero low cost e che come dotazione tecnologica sicuramente non rappresenta lo stato dell’arte? Nei confronti della seconda invece la domanda da porsi è: perché pagare tanto per un tablet se poi anche il Nexus se la cava in quanto a produttività? E poi, se proprio devo spendere, non è forse meglio farlo per avere almeno il fascino della Mela?
Ognuno darà la sua risposta, la sfida intanto è aperta.

PS Per chi volesse approfondire ulteriormente la lettura rimando al relativo Storify.

Microsoft e Barnes & Noble: la strana alleanza

Barnes & Noble eReader Software Coming to iPad

Barnes & Noble eReader Software Coming to iPad di John Federico, su Flickr

La notizia dell’alleanza stipulata tra Microsoft e Barnes & Noble, con la prima azienda che investirà 300 milioni di dollari in una nuova sussidiaria appositamente creata dalla seconda e destinata ad operare nel mercato dell’editoria digitale (con una particolare attenzione, almeno stando al comunicato stampa congiunto, per quella scolastica) mi ha praticamente fatto sobbalzare dalla sedia per le probabili ripercussioni (peraltro non evidenziate dai giornali mainstream, sempre più occupati a fare da mera cassa di risonanza ai vari uffici stampa) che essa avrà nel sistema di alleanze attualmente in essere nel settore dell’editoria digitale.
Questo mercato, come noto, vede attualmente a livello globale la presenza di tre attori (Amazon, Apple e Google) che si spartiscono la maggior parte della torta: che Microsoft non intenda lasciar campo libero ai concorrenti è del tutto comprensibile (peraltro ricordo che il gigante di Redmond ancora nel lontano 2008, prima di Apple, sembrava sul punto di lanciare sul mercato il booklet Courier) così come è quasi automatico che essa abbia individuato in Barnes & Noble, che con il suo Nook sta facendo discrete cose, il partner ideale.
Allo stesso tempo però non sfuggono ad una più attenta analisi delle incongruenze talmente macroscopiche che mi hanno spinto a definire, come da titolo di questo post, questa alleanza “strana”.
La prima incongruenza deriva dal fatto che Microsoft, come risaputo, ha stipulato circa un anno fa un’accordo con Nokia a seguito del quale l’azienda finlandese ha abbandonato il proprio sistema operativo Symbian per sposare Windows Phone 7 e tentare di risalire la china nel decisivo settore degli smartphone; l’operazione non sta andando secondo le aspettative al punto che Nokia ha perso il primato di primo produttore mondiale di telefonia in favore di Samsung ed ha visto un deciso peggioramento dei suoi conti al punto che i rumour su un takeover da parte di Microsoft nei confronti di Nokia (o quanto meno di un consistente scambio azionario) si sono fatti insistenti. Personalmente trovo questa ipotesi più che plausibile dal momento che la società fondata da Bill Gates si ritrova in cassa parecchi quattrini e soprattutto l’attuale CEO, Steve Ballmer, non ha paura di spenderli (i tentativi di acquisizione di Yahoo! lo testimoniano ampiamente).
In questo senso l’investimento nella NewCo di B&N è a tutti gli effetti di poco conto (giusto per fare un paragone, i 300 milioni di dollari in ballo sono bruscolini in confronto ai 44,6 miliardi rifiutati nel 2008 da Jerry Yang) e rischia da un lato di non essere incisivo quanto basta e dall’altro di portare ad una duplicazione che ingenera solo confusione e sprechi. Un primo punto critico è quello del tablet: al Mobile World Congress Stephen Elop, CEO di Nokia, ha fatto intuire che la sua azienda prima o dopo produrrà una tavoletta che evidentemente avrà Windows Phone (o quello che sarà il suo successore) come sistema operativo. Mi chiedo a quale logica risponda ora l’accasarsi con Barnes & Noble, i cui device della famiglia Nook montano tutti SO Android.
E’ ipotizzabile che B&N stia preparando il terreno per l’abbandono di Android (tanto più ora che Google, passo dopo passo, si sta trasformando in un competitor su tutti i fronti)? Certamente sì, tutto è possibile, ma c’è da domandarsi come la prenderanno gli utenti di Barnes & Noble! Android oramai costituisce il più diffuso sistema operativo al mondo ed il suo ecosistema non ha più nulla da invidiare a quello di Apple; al contrario quello di Microsoft oltre a contare percentualmente davvero poco non esercita neppure alcun particolare appeal, motivo per cui le stime di molti analisti, che accreditano a Windows Phone da qui a pochi anni quote rilevanti del mercato, mi sembrano palesemente ottimistiche.
L’ultimo aspetto dell’accordo che non mi ispira fiducia è quel riferimento specifico all’editoria scolastica: perché focalizzarsi solo su quest’ultima? Mancano forse i mezzi per puntare sull’editoria tout court? Viste le aziende in campo non era lecito attendersi l’annuncio di un accordo di carattere generale e, in prospettiva, su scala globale?
In altri termini considerando come, ciascuna per motivi diversi, Microsoft, Barnes & Noble e Nokia svolgono un ruolo da comprimarie nei rispettivi mercati, credo sarebbe stato meglio cercare di rovesciare il tavolo giocandosi il tutto per tutto, vale a dire annunciando un’alleanza globale a tre nella quale Microsoft metteva il software, Nokia l’hardware e Barnes & Noble i contenuti. Solo così facendo queste tre aziende possono tentare di invertire quell’inerzia che altrimenti, a mio avviso, rischia di vederle nel medio – lungo periodo soccombenti. Fermo restando che non necessariamente l’unione fa la forza: spesso i numeri due restano i numeri due anche quando si uniscono.

Amazon, ecco i risultati del primo trimestre 2012

Amazon Kindle Unboxing

Amazon Kindle Unboxing 1 di xsas, su Flickr

Nel giorno in cui Comscore certifica il successo del Kindle Fire (oltre la metà dei tablet Android in circolazione, il 54,4 % per l’esattezza, è costituito da Fire), Amazon ha rilasciato i dati economici relativi al primo trimestre del 2012, i quali sono così sintetizzabili: ricavi in crescita del 34% a 13,18 miliardi di dollari (da 9.86 di un anno fa) ma utile netto in calo del 35% a 130 milioni di dollari. Queste cifre mi sembra confermino quanto da me sostenuto in un post di alcuni giorni fa: le vendite vanno (ed in un periodo di crisi / recessione qual è l’attuale non è poca cosa) ma i margini si riducono, si corre sul filo del rasoio e Jeff Bezos lo sa perfettamente. Che la partita dei libri sia ad un punto cruciale (tanto più ora che le indagini avviate nei confronti di Apple per i presunti accordi stipulati da quest’ultima con alcune case editrici nord-americane potrebbe indebolire uno dei principali competitor) lo si intuisce anche dal fatto che nel comunicato stampa odierno Jeff Bezos parla (o meglio decanta le lodi) esclusivamente di libri, senza nemmeno menzionare la pur importante divisione AWS: dapprima egli si fa vanto dei 130mila titoli presenti in esclusiva sul Kindle Store (16 dei quali rientrano nella classifica dei Top 100), poi arzigogola sulla rivoluzionarietà del Kindle Owners’ Lending Library e da ultimo promette solennemente che il Kindle Store rimarrà uno dei principali fattori che spingeranno a comprare il reader Kindle.
Non per fare il bibliotecario guastafeste ma ho molto da obiettare su ognuno di questi punti sbandierati come altrettanti successi / ulteriori traguardi da raggiungere: 1) il solo pensiero che per comprare un libro io debba rivolgermi ad uno specifico store mi fa semplicemente accapponare la pelle (se fossimo in ambito analogico ci sarebbe qualche attenuante, ma in quello digitale dove la distribuzione non ha costi, è del tutto illogico); la circolazione di un libro, e delle idee in esse contenute, deve avere meno restrizioni possibili! 2) il “rivoluzionario” programma Kindle Owners’ Lending Library, ha gran poco della biblioteca ed ancor meno del prestito (a meno che per prestito si intenda a) spendere i soldi per acquistare il necessario Kindle b) versare i 79 dollari annui necessari per essere un Prime Member) 3) Amazon persevera nell’indurre gli utenti a restare ancorati all’accoppiata Kindle Reader + libri acquistati (con DRM) nel Kindle Store quando i numeri (espressi ed inespressi) dovrebbero aver fatto capire alle alte sfere di Seattle che gli utenti hanno voglia di libertà di scelta: come interpretare altrimenti il fatto che l’app di Kindle per iPad sia, tra quelle gratuite, la quinta maggiormente scaricata dall’Apple Store (fonte: lo stesso comunicato stampa di Amazon citato sopra!)? E che dire delle notizia provenienti dalla London Book Fair? Oramai molte case editrici sono apertamente a favore dell’abbandono del DRM (TOR, del gruppo Macmillan, è una di queste), visto finalmente per quello che è: un intralcio alla crescita dell’editoria digitale.
Insomma, il vento sta cambiando è c’è da augurarsi che anche a Seattle lo capiscano.

La “nuova” app di aNobii

La nuova applicazione di aNobii

In un mondo cui la dimensione mobile acquista importanza ogni giorno che passa, il rilascio da parte di aNobii della nuova versione dell’applicazione per Apple ed Android rappresenta sicuramente un momento privilegiato per valutare sia lo stato di salute sia la “direzione strategica” che questo diffuso sito di social reading intende prendere.
Premesso che in qualità di felice possessore di Acer Metal Liquid lavoro in ambiente Android, vediamo un po’ alcune caratteristiche della nuova applicazione. Di quest’ultima salta immediatamente agli occhi il gradevole restyling grafico (logo incluso) e la posizione di assoluta centralità mantenuta dalla funzione Scan barcode; per il resto, paradossalmente, non mi sembra siano state aggiunte nuove funzionalità / schermate e se è stato fatto non ho idea di dove siano state annidate! E’ nettamente migliorata, quello sì, la velocità di caricamento dei libri nel proprio scaffale così come quella di visualizzazione dei commenti (escludo si tratti di un semplice fattore di connessione perché nel momento in cui si accetta il download degli aggiornamenti si specifica che tra le caratteristiche della nuova versione c’è proprio la velocità e la rimozione di alcuni bug che, confermo, affliggevano spesso e volentieri la precedente) ma in fin dei conti si tratta di poca roba perché, scusate, è o non è ormai il minimo sindacabile che un’applicazione sia veloce e non si impalli?! Ed era troppo “pretendere” una qualche novità?
Faccio un banale esempio: se mi trovo all’interno di una libreria non trovo molto utile passare il barcode con lo scan per scoprire, attraverso i commenti degli altri utenti, se il libro che ho adocchiato può essere di mio gradimento! Sarà la mia formazione da bibliotecario ma un libro lo valuto attraverso altri parametri quali autore, piano dell’opera, indice, etc. Piuttosto, non me ne vogliano gli amici librai, personalmente considero molto più interessante sapere quanto costa lo stesso libro nei bookshop online! Purtroppo l’applicazione di aNobii non opera come “compara prezzi”, diversamente invece da quanto si riesce a fare con l’app Barcode scan integrata in Android! Con quest’ultima una volta scansionato il libro compaiono più opzioni: a) “Cerca prodotto” ti rimanda alla sezione “Shopping” del motore di ricerca nella quale sono presentate le offerte dei principali retailer b) “Cerca libro” ti rimanda a Google Books ma con la premura, sulla colonna di sinistra, di presentare le offerte di alcuni retailer (verosimilmente quelli che sono anche inserzionisti di Google) c) “Cerca contenuti” ti indirizza ad eventuali contenuti disponibili in Rete mentre d) Google Shopper, non ancora supportato in Italia, in futuro presenterà in maniera combinata molteplici informazioni (recensioni, negozi nelle vicinanze – con relativa mappa – e via discorrendo) utili alla finalizzazione dell’acquisto.
Con questo esempio, si badi, volevo solo mettere in luce come basterebbe poco per colmare alcune carenze oggettive del servizio (anche perché, non nascondiamoci, il prezzo è un fattore importante nella scelta di un libro almeno quanto i consigli / commenti degli amici) e lungi da me l’augurare la “commercializzazione” di aNobii, sul cui futuro è lecito però porsi qualche domanda!
In particolare mi chiedo quale sarà la sua utilità nel momento in cui l’e-book diventerà predominante e con esso scompariranno i codici a barre e la funzione di commento / condivisione sarà, verosimilmente, integrata nella piattaforma di lettura. Inutile aggiungere che si renderà necessaria una radicale virata (con contestuale riprogettazione della piattaforma) nelle finalità del servizio, altrimenti il futuro sarà scuro! Sarò troppo drastico, ma forse sarebbe stato meglio iniziare, con piccoli passi, ad andare nella nuova direzione e forse la nuova app poteva rappresentare l’occasione giusta.

La guerra dei display – Part 2

LG epaper display

LG epaper display di AksgeekLive, su Flickr

Che il display sia una componente fondamentale di qualsiasi smartphone, phablet, tablet od ereader è quasi banale sottolinearlo; è però difficile negare che negli ultimi tempi la battaglia tra i colossi dell’high-tech si sia spostata proprio sul fronte del tipo di schermo adottato (e relative prestazioni).
Un breve riepilogo delle “puntate principali” di questo scontro rende bene l’idea: a fine settembre aveva iniziato Amazon, annunciando il Kindle Touch (che come già scritto a giorni arriverà in Italia con inclusa la connessione 3G), a dicembre aveva risposto Qualcomm con il suo rivoluzionario Mirasol Display, a marzo ha rilanciato Apple montando la sua tecnologia Retina Display anche a bordo del suo New iPad; pochi giorni fa, infine, LG ha annunciato l’avvio della produzione di massa del suo E-Paper Display (EPD).
Premesso che la scelta di trattare assieme schermi destinati ad ereader a quelli per tablet (= accostare dispositivi con tecnologie completamente differenti) può essere considerata borderline, bisogna riconoscere che non c’è altra alternativa essendo la tipologia / le caratteristiche dello schermo spesso e volentieri il principale criterio di scelta tra questo o quel device.
Alla luce di questi recenti annunci, quali sono le prospettive nel settore degli schermi? Ci sono stati significativi passi in avanti rispetto al precedente post (che resta comunque di riferimento) dedicato all’argomento? La nuova tecnologia EPD è realmente rivoluzionaria?
Personalmente ritengo che solo alcuni degli annunci anzidetti abbiano significato un netto stacco rispetto alla situazione precedente. Per quanto riguarda Amazon va notato che non c’è stato alcun progresso circa la risoluzione (ferma a 600×800 pixel; solo con il DX si sale a 800X1224) né tanto meno il colore, essendo stata l’unica miglioria quella di aggiungere uno strato touch. Diverso il discorso per Mirasol di Qualcomm: in questo caso la tecnologia è davvero innovativa ma per ora i big la stanno un po’ snobbando, tant’è che le uniche applicazioni concrete si hanno solo in alcuni paesi dell’Asia ed in pratica con lo stesso modello (il capostipite coreano Kyobo Reader infatti presenta caratteristiche estetiche, software ed hardware pressoché identiche all’Hanvon C18 e Bambook Sunflower cinesi ed al Koobe Jin Yong taiwanese); probabilmente si tratta di un fattore di costi ed occorre dunque attendere che questi calino per vedere i primi dispositivi con Mirasol a bordo anche in Europa. Inutile aggiungere che il suo arrivo darebbe sicuramente una scossa e costringerebbe la concorrenza a correre ai ripari (leggasi: puntare con decisione su ereader a colori oltre che creare grattacapi ai produttori di tavolette, rappresentando il Mirasol una valida alternativa ai tablet).
Ma veniamo agli annunci più recenti ed anche più “succosi”, iniziando dall’azienda della Mela morsicata: come forse saprete sono tra coloro che hanno salutato il New iPad in modo tutt’altro che entusiastico (per la precisione l’ho considerato un’occasione mancata da parte di Apple) ma saprete anche che non ho potuto non riconoscere il passo in avanti compiuto con l’adozione della tecnologia retina display; dal punto di vista tecnologico è un classico schermo LCD solo che gli ingegneri di Apple sono riusciti a ridurre considerevolmente le dimensioni dei pixel (motivo per cui a parità di schermo ve ne sono quattro volte tanti) e soprattutto sono stati capaci di rispettare la regola “un pixel un contatto elettrico”, grazie allo sdoppiamento su due piani distinti degli stessi. Il risultato finale è il controllo ottimale di ogni pixel che si traduce in una miglior resa dei colori; inoltre, essendo i pixel fisicamente più piccoli sono meno visibili ad occhio nudo e complessivamente le immagini risultano più nitide ed i colori più brillanti, il tutto, si badi, senza che i consumi energetici aumentassero (anche se l’autonomia di 10 ore – 9 con LTE attivato – resta a mio giudizio insoddisfacente).
Concludo, in rigoroso ordine cronologico, con l’annuncio più recente, ovvero quello di LG; ovviamente il comunicato stampa del chaebol sudcoreano si sforza di mettere in evidenza i punti di forza del nuovo prodotto (come tecnologia rientra in quella degli e-ink) rispetto al corrispettivo in vetro, vale a dire: a) la maggior resistenza agli urti (la foto dimostra addirittura come sia pieghevole sino a 40 gradi) ed alle cadute b) il minor ingombro, in termini di sottigliezza e peso c) l’elevata definizione (1024X768 pixel) d) i bassi consumi energetici e soprattutto e) gli inferiori costi di produzione. Ora, naturalmente ognuno deve portare acqua al proprio mulino, però è indubbio che quasi su tutti i punti LG abbia ragione: chi non vorrebbe uno schermo meno “delicato”, meno ingombrante e meno costoso ma nel contempo più efficiente e più definito? Uso quel “quasi” perché, tanto per cambiare, alcune perplessità le nutro: a) per quanto riguarda i costi, non è garantito che questi scendano anche per il consumatore finale (l’azienda potrebbe benissimo decidere di trattenere per sè i maggiori risparmi = guadagni) b) circa i consumi, questi erano già bassi ed un’ulteriore calo, per quanto sempre da accogliere con favore, non è detto che influisca più di tanto sulle scelte di acquisto degli utenti c) anche l’aumento nella definizione è ovviamente una buona notizia, ma continua a mancare il colore, motivo per cui il Nook Color di Barnes & Noble (che di definizione fa 1024 X 600) continua a restare un prodotto di tutto rispetto! Nulla inoltre si dice sul tempo di refresh, ovvero sull’eventuale riproducibilità di video… caratteristica a mio vedere assolutamente da ricercare! Infine, per il momento la produzione riguarderà display fino a 6 pollici: se all’interno di questo range ricadono molti big vendor (tutti gli Amazon Kindle tranne il Dx, tutti i Cybook, i Leggo IBS 603 e 612, il Sony Reader solo per citarne alcuni) sarebbe interessante sapere chi effettivamente userà la nuova tecnologia sviluppata da LG, la quale nel suo comunicato, con comprensibile riserbo, ha semplicemente detto che la produzione partiva dagli ODM in Cina e che per la fine di aprile i pezzi sarebbero arrivati in Europa.
In altri termini quella che effettivamente è una notizia interessante per lo sviluppo del settore degli ereader, e a cascata degli ebook, potrebbe vedere sminuita la sua portata per logiche industriali che, si sa, talvolta non sono molto lineari.

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