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Cloud computing in biblioteca: quali prospettive

Biblioteca José Vasconcelos / Vasconcelos Library

Biblioteca José Vasconcelos / Vasconcelos Library di * CliNKer *, su Flickr

PREMESSA

Avrete notato che non c’è quasi post nel quale io non faccia riferimento, almeno “en passant“, al modello del cloud computing. Avendo già dedicato un articolo approfondito alle possibili applicazioni negli archivi, è ora giusto, per par condicio, delinearne i possibili utilizzi pratici all’interno delle biblioteche. Per facilità espositiva credo sia utile distinguere tra quelle applicazioni che possono venir implementate, volendolo fare, da subito e quelle che invece lo saranno in un futuro che comunque è ben più vicino di quanto si pensi.

CHE COS’E’ IL CLOUD COMPUTING (IN BREVE)

Come forse sarà noto, il cloud computing è una “declinazione” tecnologica grazie alla quale è possibile accedere da remoto, in modo scalabile e personalizzabile, a risorse hardware e software offerte da uno o più provider che le virtualizzano e distribuiscono attraverso la rete Internet. Per certi aspetti si tratta dunque della normale evoluzione di un qualcosa che era già intuibile in nuce con l’avvento della Rete ed ora semplicemente condotto alle sue estreme conseguenze; per altri si tratta di qualcosa di “rivoluzionario” cambiando radicalmente per i singoli utenti, con il passaggio alla nuvola, le modalità di implementazione delle nuove tecnologie da un lato e del loro utilizzo pratico dall’altro.

MODALITA’ DI UTILIZZO GIA’ IMPLEMENTABILI

Nella definizione sopra data si spiega chiaramente come a venir coinvolte dal passaggio al cloud sono sia la dimensione hardware che quella software; tenendo pertanto presente che esiste un’intima correlazione tra queste due componenti (essendo la prima funzionale alla seconda), risulta però assai più agevole, al fine di una trattazione più lineare, affrontare distintamente i due aspetti ed è così che intendo procedere.
1) Hardware: nelle realtà più avanzate, soprattutto in quelle in cui si è proceduto nella direzione della realizzazione del modello di biblioteca digitale, si è reso indispensabile dotarsi di un’infrastruttura tecnologica complessa (server, router, cablaggi vari, etc. il tutto collocato in ambienti debitamente condizionati) il che, se da un lato ha permesso di ampliare il ventaglio dei servizi offerti, dall’altro ha finito con l’accrescere i costi dovuti non solo alle spese in strumentazioni tecnologiche ma anche all’ “appesantimento” degli organici (la presenza di personale con conoscenze informatiche si è rivelata un’esigenza imprescindibile). Questa trasformazione, oltre ad appalesare problemi di profonda insostenibilità economica (quel “profonda” sta a ricordare che nessuna biblioteca non comporta costi), rischia anche di snaturare la natura stessa dell’ “istituto biblioteca”, finendo le spese in tecnologia con l’assorbire quote sempre più consistenti del budget a disposizione e questo talvolta anche a discapito della mission istituzionale. Visto sotto tale luce il cloud computing, consentendo di “affibbiare ad altri” l’onere di realizzare e gestire queste sempre più importanti e costose infrastrutture, rappresenta una boccata d’ossigeno non da poco per le finanze sempre più striminzite della maggior parte delle biblioteche (ibride, virtuali o digitali che siano). Purtroppo questa via di delegare in toto a terzi non è percorribile così “a cuor leggero”: le problematiche in fatto di sicurezza dei dati (personali, record bibliografici, etc.) non sono di facile soluzione a meno di non ripiegare su soluzioni intermedie come potrebbero essere le hybrid o private cloud (senza scendere nei dettagli, si tratta di modelli “intermedi” nei quali si mantiene un certo grado di controllo sull’infrastruttura tecnologica senza per questo rinunciare alla maggior parte dei benefici della nuvola). Al netto di queste controindicazioni, credo che l’uso del cloud computing in modalità IaaS (Infrastructure as a Service), già diffuso in alcune realtà, sarà nel volgere di pochi anni più la regola che l’eccezione.
2) Software: basta solo pensare che praticamente qualsiasi programma attualmente installato nel nostro personal computer può / potrebbe tranquillamente venir erogato in modalità cloud per intuire come il cosiddetto SaaS (Software as a Service) sia denso di implicazioni anche per il settore biblioteconomico; in effetti già nel momento in cui scrivo molti importanti poli bibliotecari hanno adottato SW (con funzioni di catalogazione, di gestione del prestito, di evasione delle pratiche amministrative, etc.) cui si accede per via telematica previa autenticazione e che dal punto di vista “fisico” risiedono presso i server della società sviluppatrice assieme a tutti i dati di natura amministrativa, catalografica, etc. caricati dai singoli operatori “sparsi” nelle diverse biblioteche / nodi appartenenti alla rete. Senza nemmeno qui scendere nei dettagli, i pro del passaggio alla nuvola sono evidenti (una catalogazione partecipata e collaborativa, una miglior ottimizzazione delle risorse, ad es. tramite acquisti coordinati ed una circolazione delle risorse più razionale) così come i contro (in caso di interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica oppure in assenza di connessione, semplicemente il sistema non funziona!). Tutti fattori da valutare con un’attenta analisi costi / benefici anche perché, ponendosi nel worst case scenario, la necessità di garantire la continuità del servizio imporrebbe anche a realtà minori (che difficilmente possono permetterselo) la presenza di gruppi di continuità e connessioni garantite (linee dirette, molteplici fonti del segnale, etc.), ovvero soluzioni talvolta non adottate nemmeno da realtà ben più grandi!

APPLICAZIONI E SCENARI FUTURI

Dal momento che vanno a modificare prassi consolidate, gli utilizzi pratici del cloud sin qui descritti rappresenteranno un sicuro elemento di novità nel settore bibliotecario; eppure, pur con tutta la loro rilevanza, essi rischiano di apparire gran poca cosa se raffrontati a quanto potrebbe avvenire di qui a pochi anni! In effetti, senza che ciò significhi abbandonarsi a voli pindarici, guardando a ciò che potrebbe divenire a breve realtà sembra davvero di poter affermare che nel prossimo futuro saremo testimoni di cambiamenti epocali! In particolare a mio avviso il cloud computing moltiplicherà gli effetti di altri processi attualmente in corso in modo più o meno indipendente tra di loro (e dei quali, per inciso, talvolta esso stesso è nel contempo premessa e conseguenza!): a) diffusione dell’e-book b) diffusione di dispositivi per la fruizione di contenuti digitali in mobilità (smartphone, e-reader, tablet, etc.) da parte di individui sempre più connessi c) presenza di una incontrollabile massa di risorse digitali parte delle quali, stando alla teoria, dovrebbero essere “appannaggio” delle biblioteche (digitali). Partiamo da quest’ultimo punto: sulla centralità del ruolo che potranno giocare le biblioteche (digitali) onestamente nutro più di un dubbio; troppa la disparità degli investimenti effettuati ed in generale delle risorse (umane, finanziarie, tecnologiche) disponibili! Purtroppo temo che in futuro il ruolo di intermediazione attualmente svolto dalla biblioteca fisica, con la quale tutti noi abbiamo familiarità, non sarà altro che un ricordo essendo essa sostituita dall’interfaccia grafica messa a disposizione in Rete da quelli che genericamente sono definibili come fornitori di risorse digitali; in sostanza dunque l’utente (cliente?) effettuerà ricerche, accederà alle collezioni digitali, fruirà delle risorse reperite rielaborandole e condividendole “socialmente”, il tutto direttamente a partire dal sito web / dall’applicazione sviluppato/a dal DRP (Digital Resources Provider) ed indipendentemente dal tipo device in uso. In concreto il DRP in parte creerà direttamente piattaforme ed applicativi ed in parte si inserirà in un ambiente digitale nel quale applicazioni di terzi si integreranno tra di loro espandendo, a seconda degli interessi e delle esigenze dell’utilizzatore, il suo “habitat” digitale (=> le varie fasi di ricerca, utilizzo, condivisione, conservazione, etc. avverranno in un ambiente percepito dall’utente come unico).
Se questo sarà a mio vedere il probabile scenario di riferimento, è il caso di soffermarsi su alcuni aspetti di specifico interesse biblioteconomico: 1) non è tutt’altro che scontato che, nella sua ricerca di e-book, l’utente si rivolga alle biblioteche né d’altro canto è così pacifico che le biblioteche digitali saranno le DRP per eccellenza di quella specifica risorsa che chiamiamo “libro elettronico”; anzi è altamente probabile che il ruolo dei motori di ricerca (non mi riferisco qui solo a quelli generalisti come Google, ma anche a quelli dedicati come Ebook-Engine.com) così come quello dei cataloghi delle case editrici (meglio ancora se “evoluti” in chiave social in stile aNobii) sarà vieppiù crescente. 2) Proprio l’atteggiamento di queste ultime è attentamente da valutare; se da una parte esse pure vedono con il fumo negli occhi il ruolo di rigidi gate-keeper svolto dai SE nei riguardi dei contenuti che loro stesse – le case editrici, intendo – concorrono a creare (e potrebbero perciò allearsi con le biblioteche contro il comune nemico), dall’altra non si può non interpretare come “ostili” i peraltro non numerosi accordi fin qui stipulati in tema di digital lending! Essi fanno intravedere, nel momento in cui gli editori stessi (o ulteriori società “intermediarie” specializzate) si accollano l’onere di sviluppare e gestire piattaforme attraverso le quali effettuare le operazioni di ricerca ed eventuale “prestito” per conto delle biblioteche, la prospettiva di una marginalizzazione di queste ultime, ridotte a poco più di mere “procacciatrici” di utenti / clienti! (A rendere critico il rapporto biblioteche – editori è anche la questione del DRM ed in generale della tutela dei diritti di proprietà intellettuale, che è in via di ridiscussione e, viste le posizioni di partenza scarsamente conciliabili, rendono verosimile un peggioramento rispetto alle regole, già non perfette, esistenti nel “mondo fisico”).

CONCLUSIONI

Per concludere, dunque, il cloud computing in biblioteca nella sua declinazione IaaS se da un lato pare assicurare quei vantaggi connessi all’uso di infrastrutture tecnologiche all’avanguardia contenendo allo stesso tempo i costi entro limiti ragionevoli, dall’altra sembra pericolosamente strizzare l’occhiolino al bibliotecario e dire: “Ehi, tranquillo! Non preoccuparti della ferraglia, ci pensiamo noi!”, senza farlo riflettere sul fatto che la perdita di controllo sull’infrastruttura IT non è cosa da poco! Anzi a ben guardare è solo la prima di una lunga serie di “concessioni” che si fanno in rapida successione: ad esempio con il digital lending, almeno per come è stato fatto finora in Italia, si perde pure quello sulla piattaforma, senza poi considerare come in ambiente digitale vadano completamente ricalibrate le strategie di comunicazione con gli utenti, che rischiano di essere “scippati” dagli onnipresenti social network. Alla luce di queste considerazioni anche gli indubbi vantaggi ottenibili a livello di piattaforma (PaaS) e di software (SaaS), con la nuvola che trasforma davvero quasi per magia i poli bibliotecari in un’unica grande biblioteca, con un patrimonio trattato omogeneamente, utenti condivisi, procedure comuni, etc., perdono gran parte del loro valore.
Un ultimo appunto è, infine, di ordine squisitamente teorico: è opinione diffusa in letteratura che alla biblioteca elettronica (= per Carla Basili e Corrado Pettenati “una biblioteca automatizzata, non necessariamente connessa alla Rete”) si sarebbero quasi evoluzionisticamente succedute la biblioteca virtuale ( = una biblioteca connessa in ruolo di client, ovvero che trae dalla Rete parte delle sue risorse per espandere il posseduto) e quella digitale ( = una biblioteca che mette a disposizione di utenti remoti le proprie risorse digitali pubblicandole in Rete). Ebbene con il cloud computing mi sembra che questo ruolo “attivo” in qualità di server venga un po’ meno: d’accordo, la biblioteca possiederà sicuramente delle risorse digitali, ma è indubbio che queste (quand’anche dal punto di vista legale di sua proprietà) risiederanno su server di terzi. Inoltre, dovesse il trend rafforzarsi (ed i soldi rimanere sempre pochi), le biblioteche acquisteranno sempre meno “risorse digitali” optando per formule ibride quali noleggio / affitto rinunciando perciò anche al ruolo di interfaccia tra utente e risorse (questo perché gli accordi stipulati prevederanno che della piattaforma di ricerca e prestito si occupi il “noleggiatore”). Insomma, mi pare proprio si possa affermare che le biblioteche con il passaggio alla nuvola rimarranno ancorate al ruolo di client e quand’anche dovessero progettare di ampliare i propri servizi consentendo l’accesso a risorse digitali presenti in Rete, in gran parte dei casi non lo farebbero impegnandosi in prima persona. In altri termini, la definizione di “biblioteca digitale” così come formulata dalla teoria rischia di restare pura speculazione.

Archivi in the cloud

Server farm

Server farm (foto MrFaber)

PREMESSA

Più volte in questo blog ho fatto riferimento al cloud computing ed alle sue ricadute archivistiche (e biblioteconomiche). Dal momento che non mi sembra ci sia molta chiarezza a riguardo, provo a farne un po’ io, in particolare spiegando cos’è questo fantomatico paradigma tecnologico e cosa si intende dire quando si afferma che “un archivio va sulla nuvola”.

DEFINIZIONE

Partiamo dall’inizio: la definizione di cloud computing è assai eterogenea e ne esistono più declinazioni, personalmente trovo che quella fornita da Rinaldo Marcandalli sia una delle più esaurienti, ovvero: “un insieme (o combinazione) di servizi, software e infrastruttura It offerto da un service provider accessibile via Internet da un qualsiasi dispositivo. Tutto si traduce in offerta di servizio, che in funzione dell’entità erogante può essere categorizzata in quattro generi: basata sul Web (il genere Rich Internet application da Flickr a Microsoft Office Live); Software as a Service o Saas (applicazioni accessibili Internet e customizzabili come Gmail e Salesforce.com); Platform as a Service o Paas (esempi classici le piattaforme Force.com e Google App Engine); Infrastructure as a service o Iaas (servizi infrastrutturali di capacità di elaborazione virtualizzata tipo Amazon Elastic compute cloud o Ec2, o di hosting di server virtualizzati o di utilità storage; importante osservare che Iaas può venir erogata da un data center pubblico o privato)”.
Si noterà che molti degli esempi riportati da Marcandalli non rappresentano novità assolute, al contrario riguardano servizi noti al grande pubblico; in effetti il tratto distintivo di un servizio in cloud computing non dipende tanto dal suo livello di innovatività ma piuttosto dalla modalità di erogazione (in questo senso i requisiti di scalabilità e personalizzazione sono essenziali).

GLI ARCHIVI SULLA NUVOLA

Come si sarà evinto dalla lettura della definizione appena data, all’interno della tipologia definita come IaaS vi è la precisa funzione di “utilità storage“, che è quella qui di nostro principale interesse e che andrò ora ad analizzare (da notare bene che per il soggetto erogante tale servizio si colloca a livello infrastrutturale mentre per il client si tratta di accedere ad un servizio basato online, ovvero ricadente all’interno di una delle due prime categorie a seconda del grado di customizzazione). In soldoni si tratta della possibilità, per individui ed organizzazioni pubbliche e private, di “archiviare” i propri dati e documenti all’interno di server remoti sui quali in genere NON SI HA alcun controllo. Se fino a ieri dunque la destinazione di questi dati erano le varie unità di archiviazione di massa di tipo generalmente magneto-ottico (dagli hard disk esterni ai juke box di CD/DVD, passando per tape library e via discorrendo) di proprietà, oggi essi finiscono in server residenti in luoghi talvolta non geograficamente determinati, aspetto che rende il ricorso al termine “nuvola” del tutto calzante ma che pone nel contempo numerosi problemi pur a fronte di alcuni innegabili vantaggi.

I VANTAGGI

Abbracciare il modello del cloud computing garantisce alcuni innegabili vantaggi per coloro (privati ed organizzazioni) che effettuano questa scelta: a) essi hanno il vantaggio economico e “gestionale” di non dover più preoccuparsi di comprare e, per l’appunto, gestire, lo spazio di memoria necessario a contenere i propri dati e documenti (si tratti del disco rigido esterno da poche decine di euro o del server da qualche migliaio, la sostanza non cambia) b) in linea di principio i propri dati e documenti vengono messi al riparo dai rischi di perdita, corruzione, cancellazione, etc. (poi anche le server farm possono andare a fuoco, ma su questo meglio sorvolare…) c) caricare i propri dati e documenti sulla nuvola è in linea con l’evoluzione che sta interessando il modo di organizzare l’attività lavorativa nonché la gestione delle risorse umane: lavoro in condivisione e senza l’obbligo di trovarsi fisicamente in uno specifico ufficio o sede di lavoro, in quanto vi si può accedere attraverso molteplici dispositivi (tablet, notebook, netbook, smartphone, etc.). Il risultato ultimo di tutto ciò è non solo una ridefinizione dei carichi individuali e dei flussi di lavoro (inclusi quelli documentari), ma pure un aumento nella circolazione di idee, della conoscenza collettiva e (si spera) della produttività.

I PROBLEMI

Nella definizione data da Marcandalli si parla di “utilità di storage”, anche se è invalso l’uso del termine di “archivi sulle nuvole” come suo sinonimo, benché qualunque archivista abbia perfettamente presente come quest’uguaglianza sia ben lungi dal corrispondere al vero! Come bisogna dunque considerare questi servizi? Come meri “depositi” oppure come archivi? Una veloce analisi di un campione di essi basta ed avanza per evidenziare carenze tanto dal punto di vista teorico quanto da quello pratico, tali da far propendere indubbiamente per la prima opzione.
Dal punto di vista teorico semplicemente non è possibile parlare di archivio, dal momento che il client sceglie (con modalità differenti da servizio a servizio) quali dati e documenti caricare sulla nuvola sicché si viene a creare una completa discrasia tra l’archivio presente in locale e quello in remoto cosa che a sua volta fa venir meno la necessaria organicità oltre che il fondamentale concetto di vincolo archivistico (e qui non mi sto riferendo al tradizionale vincolo puro, ma al concetto “nuovo” di vincolo impuro sviluppato in ambito di archivio informatico da autori come Antonio Romiti!). A rafforzare un tale drastico giudizio contribuisce poi la mancanza de facto di un contesto così come l’assenza di una profondità temporale (di norma i documenti sono datati solamente a partire dal momento dell’upload, con un evidente effetto distorsivo).
Non meglio vanno le cose se si esaminano tali servizi per quanto riguarda il profilo tecnico e legislativo; infatti, usando come criteri di valutazione quelli suggeriti da Chenxi Wang in un interessante report redatto per Forrester (peraltro sovrapponibile in molti punti alle MOIMS-RAC stilate dal Consultative Committee for Space Data Systems), i servizi in analisi risultano quanto meno carenti circa i seguenti aspetti: 1) integrità dei dati uploadati non garantita, con risarcimenti nulli o irrisori in caso di loro perdita 2) loro residenza ignota (spesso le aziende si giustificano asserendo che il non rivelare l’ubicazione dei data center fa parte della stessa politica di sicurezza e prevenzione) 3) salvo rari casi, non viene esplicitato in alcun modo il tipo di architettura adottata (ad es. RAID3, 4, etc.) così come gran pochi cenni si fanno alle politiche in fatto di disaster prevention, business continuity e le relative misure adottate (e questo è paradossale, essendo proprio il desiderio di cautelarsi da simili evenienze a spingere molti CIO ad adottare il modello del cloud computing… in pratica a volte si abbandona il noto per l’ignoto!) 4) assenza di audit, con il risultato che talvolta è impossibile stabilire chi e quando “ci ha messo le mani” e su quali e quanti di questi dati e documenti 5) scarsi e/o generici riferimenti alle leggi di riferimento in tema di privacy, etc.

LE SOLUZIONI

Anche alla luce di molte di quelle problematiche individuate nel precedente paragrafo si sono cercati dei correttivi tali da far accettare il modello cloud anche ai responsabili delle strutture informatiche più restii, senza però che tali correttivi togliessero quegli elementi di indubbio vantaggio. A riguardo, essendo uno degli aspetti più critici (e criticati) quello della sicurezza (fisica e “intellettuale” dei dati e documenti caricati), molte organizzazioni stanno creando delle private cloud, ovvero delle infrastrutture tecnologiche che ricalcano i medesimi principi di una “normale” nuvola (definita per distinguerla dalla precedente public cloud) ma che sono usate esclusivamente dalle organizzazioni stesse che le realizzano. Così facendo si godono dei vantaggi elencati e si annullano per contro gli aspetti negativi; l’unico neo è che una simile opzione è praticabile solo da realtà grosse e dotate del necessario capitale finanziario, umano e tecnologico mentre quelle più piccole ed i singoli individui non potranno che affidarsi a quello che c’è sul mercato! A questi ultimi, dunque, non resta altro che cercare di contrattare con il fornitore servizi il più possibile vicini ai propri desiderata.
Un’altra strada percorsa è quella seguita da Amazon con il governo degli Stati Uniti, con la prima che ha “riservato” al secondo una cloud specifica ed ottemperante ai particolari e più restrittivi requisiti del “cliente” Federale.
Dal momento che non tutti hanno il peso contrattuale del governo statunitense, sono state poi trovate ulteriori soluzioni intermedie, com’è il caso delle cosìdette hybrid cloud, che come suggerisce il nome presentano elementi dell’una e dell’altra soluzione.

LE PROSPETTIVE

Dando credito alle previsioni delle principali società di analisi e ricerca del mercato, il futuro del cloud computing è roseo: secondo Gartner il suo giro d’affari complessivo nel 2010 si è attestato attorno ai 68 miliardi di dollari. Il peso complessivo dello storage all’interno di questo settore è preminente ed assicurerebbe quasi la metà degli introiti. E che “gli archivi sulla nuvola” siano un business che porta guadagni lo confermano gli stessi operatori. La statunitense Dropbox è quotata attorno ai 4 miliardi di dollari e persino in Italia Telecom, che ha lanciato “Nuvola Italiana”, lo ha definito un “business profittevole”! Se dunque sembra proprio che dovremo abituarci alla prospettiva che i nostri “archivi” finiscano sulla nuvola, possiamo almeno sperare che intervengano alcuni fattori correttivi di questi servizi. Ad esempio l’inserimento di metadati rappresenterebbe già un notevole passo in avanti, così come la partecipazione degli archivisti nella fase di progettazione delle private cloud che sicuramente le Pubbliche Amministrazioni vorranno realizzare sarebbe un altro aspetto sicuramente positivo. In generale, poi, vale la raccomandazione di leggere attentamente i “Termini & Condizioni” del servizio e cercare di valutare l’affidabilità della soluzione tecnologica proposta (l’assenza di specifiche tecniche sulle quali poter effettuare valutazioni è di suo un elemento negativo!), personalizzandoli ove possibile.

CONCLUSIONI

Da quanto scritto si capisce come negli “archivi sulla nuvola” vi sia la compresenza di aspetti positivi e negativi; nell’attesa che anche questi servizi maturino (e nella convinzione che ciò equivarrà ad un loro miglioramento) credo stia all’utilizzatore finale discriminare tra buoni e cattivi servizi. In altri termini il buon senso come principio guida è l’unico mezzo per non rimanere “scottati” da una parte e perdere il treno dell’innovazione tecnologica dall’altra perché, credo di non essere troppo enfatico sostenendo ciò, il futuro degli archivi passa anche dalla nuvola.

Per la versione su Storify con puntuali riferimenti a documenti e notizie alla base di questo post cliccate qui.

Cloud computing in archivi e biblioteche: tutti lo usano, nessuno ne parla

Del cloud computing tutti ne parlano: ne parlano i CFO e ne parlano i CIO, ne parlano gli economisti e ne parla il Garante della Privacy, ne parlano i nostri amministratori pubblici e ne parlano i costruttori di automobili. Ne parlano però poco o nulla gli archivisti ed i bibliotecari.
Eppure il cloud computing è già usato da tempo tanto da archivisti che da bibliotecari sia nella sua versione SaaS (Software as a Service; una volta si sarebbe detto client-server in opposizione a stand alone; n.d.r.) attraverso software come Clavis NG, ICA-Atom, x-Dams (nel sito ufficiale lo si definisce di tipo ASP, ma la sostanza non è molto diversa), sia nella sua versione IaaS (Infrastructure as a Service): che altro è una biblioteca digitale se non un esempio ante litteram di cloud computing? Che le risorse digitali siano stipate in server di proprietà o affittati dall’altra parte del mondo, poco cambia nella sua struttura logica!
Eppure a parte qualche riferimento sparso (soprattutto da parte di chi si occupa del lato “informatico”, uno su tutti Valdo Pasqui) pochi, veramente pochi lo citano in modo esplicito!

Scelta deliberata per non rispondere ai quesiti posti dalla nuvola o ignoranza?

PS Personalmente mi sono interessato al tema da qualche anno a questa parte e a breve pubblicherò qualcosa a riguardo.

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