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E-reader, e-book ed audiolibri: un destino incrociato

L’arrivo sul mercato di alcuni nuovi e-reader rende interessante fare il punto della situazione circa lo “stato dell’arte” di questa classe di dispositivi; non si tratta peraltro di una questione squisitamente tecnica e di prestazioni, giacché dall’analisi delle loro caratteristiche e funzionalità è possibile ricavare utili indicazioni circa lo stato e le tendenze in atto nel “sottostante” mercato degli e-book.
Diciamo subito che, a guardare le due principali novità, ovvero il Kindle Oasis (presentato il 13 aprile) ed il Kobo Aura One (il cui annuncio è ben più recente, essendo avvenuto il 17 agosto scorso), la prima impressione è quella di una stasi generale, con ben poche novità di rilievo.

Entrambi gli e-reader sono accomunati da un form factor che, pur senza distaccarsi dal design iconico “a tavoletta”, ricerca nuove soluzioni al fine di assicurare una migliore lettura ed in generale un maggior comfort: ecco dunque che Amazon, pur mantenendo le dimensioni del display fisse a 6 pollici, amplia – in larghezza ed in spessore – la cornice presente sul lato destro allo scopo dichiarato di rendere l’impugnatura più salda ed ergonomica (la presenza, nel medesimo lato, di pulsanti fisici per il cambio di pagina a detta di Amazon consente la lettura con una sola mano) mentre Kobo, in modo assai più conservatore, non interviene nel frame ma si limita ad aumentare le dimensioni dello schermo portandole a 7,8 pollici. Rimanendo sullo schermo, entrambi i produttori apportano migliorie al sistema di illuminazione frontale mentre la risoluzione si assesta sui 300 dpi. Non minor sforzi sono poi stati riservati al contenimento dei pesi: nonostante la crescita “dimensionale” esso è comunque contenuto, fermandosi rispettivamente a 131/133 e 230 grammi (il Kindle Oasis, in ogni caso, risulta, a prescindere dalle minori dimensioni, nettamente più leggero).

Da quanto sin qui detto appare evidente come né Amazon né Kobo abbiamo presentato device particolarmente innovativi: entrambe le aziende, piuttosto, sembrano aver cercato di perfezionare i propri prodotti assecondando i desiderata dei propri clienti i quali, oramai è assodato, sono perlopiù lettori forti, dunque particolarmente esigenti e disposti a pagare cifre decisamente elevate rispetto a quelli che sono i prezzi degli e-reader. Il Kindle Oasis costa infatti ben 289,99 € mentre l’Aura One si ferma – si fa per dire – a 229,99 euro, vale a dire mediamente più del doppio di buona parte dei dispositivi presenti sul mercato.

Si tratta di una decisione, a ben guardare, obbligata: gli ultimi dati disponibili confermano come il numero complessivo di lettori digitali sia, a dispetto delle enormi aspettative coltivate negli anni passati, stazionario se non in calo e, tra di loro, solo una percentuale limitata e peraltro (verosimilmente corrispondente ai lettori forti) legga su dispositivi dedicati quali sono gli e-reader mentre gli altri, sempre più numerosi, fanno ricorso ad un mix di dispositivi (tablet, smartphone oppure il vecchio laptop/PC).

Evidentemente, mancando il traino del mercato, la spinta ad investire ed innovare da parte di colossi del calibro di Amazon e di Rakuten viene meno: di display a colori non si sente praticamente più parlare, le aspettative sollevate dagli enhanced ebook non sono state fin qui rispettate (ma almeno l’Aura One supporta l’ePub 3!), i sistemi operativi utilizzati sono rimasti sostanzialmente chiusi. Si tratta di aspetti che, se adeguatamente sviluppati, avrebbero potuto aumentare l’appeal degli e-reader salvandoli dal ruolo marginale al quale paiono oggigiorno destinati.
L’impressione che gli e-reader, ma in generale l’intero comparto del libro digitale, sia stato accantonato è rafforzata dalle strategie adottate dalla stessa Amazon in un segmento di mercato “collaterale” e che al contrario sta attraversando, in particolare oltreoceano, una importante fase di crescita.
Mi riferisco all’audiolibro, la cui quota negli Stati Uniti è arrivata al 14% e che ora Amazon sta spingendo anche nel Vecchio Continente: la pubblicità del servizio fornito da Audible, una controllata del gruppo di Seattle, si è negli ultimi mesi fatta assai martellante. Ma al di là dell’incalzante attività di marketing, ciò che balza agli occhi nella strategia del colosso di Seattle è la pressoché totale assenza di connessione con i vari servizi collegati all'”universo” Kindle. Infatti l’offerta della casa di Seattle in fatto di audiolibri si basa sulla fornitura di file audio che è possibile ascoltare, previa installazione di apposita app, attraverso smartphone, tablet od al più PC… ma NON via e-reader!
Inoltre Amazon sta replicando la politica di “chiusura” a suo tempo adottando con l’ebook: così come i libri digitali della casa di Seattle sono in formato proprietario .azw, analogamente i suoi audiolibri non sono, come sarebbe stato lecito attendersi, in formato MP3, bensì in formato .aa che “gira” solo in presenza dell’app dedicata! Gli utenti di Audible, come quelli del Kindle, sono dunque obbligati a rimanere dentro all’ecosistema di Amazon, con tutti i vantaggi e gli svantaggi connessi

Nell’ottica di questo post, quel che è più grave è che Amazon, così facendo, danneggia anche quelle aziende che, nonostante tutto, cercano di sperimentare: è il caso di Trekstor, il cui eBook Reader 3.0 si contraddistingue dal punto di vista estetico per il fatto di avere, similmente al Kindle Oasis, una pulsantiera sul bordo destro ma soprattutto per la tipologia di schermo (un TFT, Thin Film Transistor, ovvero una sottocategoria dell’LCD ed in quanto tale a colori) e per il fatto di poter riprodurre i principali formati audio: MP3, WMA ed OGG!
L’approccio di Trekstor, a mio avviso, è quello corretto: realizzare dispositivi che consentano indifferentemente agli utenti sia di leggere i propri e-book che di ascoltare i propri audiolibri.

Purtroppo, considerando l’attuale duopolio di Amazon e Kobo, il rischio che quegli operatori minori come la citata Trekstor oppure giganti decaduti come B&N (che con il recente Nook GlowLight Plus ha comunque dimostrato di voler ancora dire la sua, n.d.r.) vengano definitivamente estromessi dal mercato è elevato con tutte le conseguenze del caso: non solo infatti verrebbero affossati tutti quei tentativi di realizzare ereader ibridi ma, con essi, messo a repentaglio il più ampio processo di convergenza tra classi di dispositivi. Inoltre, aspetto non meno preoccupante,verrebbe pure influenzata pesantemente la futura evoluzione degli intimamente connessi mercati del libro digitale e dell’audiolibro.

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Alleanza Ibs – Deutsche Telekom, la vittoria dell’hardware sul software?

Ereader tolino Vision 2

L’ereader Tolino Vision 2 (credits: Deutsche Telekom)

L’annuncio è di pochi fa: IBS entra in Tolino, l’alleanza europea anti-Amazon che vede Deutsche Telecom nel ruolo di capofila assieme a case editrici, distributori e piccoli librai.
La notizia è stata salutata positivamente dalla maggior parte dei commentatori, i quali hanno appuntato la propria analisi essenzialmente su due aspetti: 1) il rinnovato ruolo dei librai, che nell’alleanza hanno il compito di fungere da vetrina, grazie alla capillare copertura del territorio, dei vari device appartenenti all’ecosistema Tolino (attualmente due ereader ed un tablet) nonché da volano per le vendite, grazie alla possibilità di aprire un proprio shop sulla piattaforma stessa, trattenendo una percentuale sugli eventuali acquisti 2) controbilanciare i grandi player globali, Amazon su tutti, rivitalizzando nel contempo, se possibile, il mercato italiano dell’e-book attraverso una sana e robusta competizione, che deve avvenire non solo sul fronte dei prezzi ma anche su quello dell’esperienza d’uso nel senso più amplio del termine (software di lettura, piattaforma d’acquisto, etc.).
Si tratta di considerazioni di per sé assolutamente condivisibili ma che hanno il torto di far scivolare in secondo piano quello che probabilmente è il dato più interessante, vale a dire la “rivincita” dell’hardware sul software o, se preferite, del fisico sul virtuale.
Appare infatti evidente come, seppur su piani diversi, un ruolo chiave nel progetto Tolino sia ricoperto proprio dalla parte “materiale” ed in particolar modo dalle librerie “brick & mortar” e dalla cloud messa su da Deutsche Telekom.
Per quanto riguarda le librerie viste come “vetrine” utili a far toccare con mano tanto i device quanto i libri e, pertanto, come luoghi capaci di incrementare le vendite ho già scritto a suo tempo (poche settimane fa ho aggiunto che con simili propositi si guarda anche alle biblioteche).
Non meno importante, anzi foriero di importanti conseguenze, il ruolo svolto dall’infrastruttura cloud di DT. A mio avviso è proprio questo il punto di forza del modello Tolino, ovvero la possibilità di caricare i propri ebook, indipendentemente dallo store nel quale li si è acquistati (e questo rappresenta sicuramente un ulteriore plus), in quella che viene a configurarsi sempre più come una personal digital library.
Le conseguenze non sono di poco conto: la propria biblioteca digitale si trasferisce dalla memoria interna del device di lettura (od al più dalla sua SD card) alla nuvola, che acquisisce pertanto un ruolo centrale, in quanto è ad essa che tutti i nostri dispositivi possono connettersi. Indubbiamente si tratta di un significativo passo in avanti anche se l’ideale, per come la vedo io, sarebbe che la nuvola fosse di nostra proprietà, soluzione che comunque al momento presenterebbe pro ma anche contro (se tra i vantaggi va ricordata una maggior privacy, per cui le nostre letture non sono più oggetto di analisi da parte di chi quei libri ce li vende e ce li mantiene, tra gli svantaggi da menzionare gli oneri in capo al proprietario della personal cloud in fatto di aggiornamento della parte hardware nonché tutto l’insieme di azioni a quest’ultimo richieste nel tempo per far sì che i libri continuino ad essere leggibili).
All’ascesa della cloud fa da contraltare, ulteriore riflessione, il ruolo residuale svolto dai device di lettura ed in particolare dagli ereader: sgravati dal compito di fungere essi stessi da “biblioteca portatile”, ridotti ad essere soltanto uno dei tanti dispositivi con i quali si legge, trattati per certi versi alla stregua di commodity, tale è l’appiattimento (verso il basso) sul fronte dei prezzi e su quello delle prestazioni, come non pensare ad un loro declino?!
Basta dare un’occhiata ai prezzi dei principali ereader (per assicurare un minimo di omogeneità cito dispositivi con illuminazione frontale) per farsi un’idea: il Kindle Paperwhite costa 129€, il Kobo Glo (fuori catalogo) 119€, il Nook Glowlight 119 $ ed il Tolino Shine appena 99€, medesimo prezzo del Cybook Odyssey FrontLight2!
Ad acuire i dubbi sulle sorti di questa classe di dispositivi contribuisce anche l’analisi delle prospettive future: a meno di voler considerare l’ “acquatico” Kobo Aura H2O un significativo passo in avanti, cosa che non è, non si vedono all’orizzonte particolari evoluzioni tecnologiche, non si parla praticamente più di display a colore (dopo i mezzi fallimenti, perlomeno in termini di vendite, di Nook Color e del Kyobo Mirasol) né si può considerare l’ultradefinizione come un qualcosa di dirompente!
Probabilmente riuscirà a sopravvivere chi saprà crearsi la sua nicchia di mercato: è il caso di Sony e del suo DPT-ST, ereader da 13,3 pollici le cui vendite stanno andando inaspettatamente bene tra professionisti ed in ambito educational a dispetto del prezzo elevato (peraltro di recente abbassato da 1100$ a 999). Insomma, una scommessa per il momento vinta da Sony (specie dopo che quest’ultima era progressivamente uscita dal mercato “convenzionale”) ma che, guarda caso, per risultare completa prevede nel “pacchetto” la messa a disposizione, nello specifico da parte di Box.com, di un cospicuo spazio di archiviazione. Come dire, la riprova del ruolo centrale giocata dalla cloud.

La biblioteca come showroom

IMG_1650 by Bernard Oh, on Flickr

IMG_1650 by Bernard Oh, on Flickr

Il futuro delle biblioteche è uno dei temi più dibattuti negli ultimi anni dagli addetti del settore e non solo. L’ufficializzazione, alcune settimane fa, da parte di Amazon di un rumor che in verità girava oramai da tempo, ovvero che, analogamente a quanto già fatto con film e musica, l’azienda di Seattle a breve permetterà ai propri utenti / clienti l’accesso senza restrizioni (il programma si chiama, significativamente, Kindle Unlimited) al proprio catalogo di oltre 600mila libri in versione digitale a fronte di un pagamento mensile di appena 10 dollari, ha messo ulteriormente in fibrillazione un mondo, quello del libro e di tutto ciò che ci ruota attorno (case editrici, librerie e naturalmente biblioteche), che fatica a trovare un suo modello “sostenibile” e, con esso, un suo equilibrio.
Le reazioni e le analisi come al solito non sono mancate e sono spaziate dal classico “è la fine, prepariamoci a chiudere” (posizione così apocalittica da stroncare sul nascere qualsivoglia tentativo di dibattito e di controargomentazione) ad altre molto più ragionate e, proprio per questo motivo, stimolanti: “dobbiamo adeguarci ai cambiamenti imposti dal digitale” oppure, all’opposto, “dobbiamo continuare sul solco della tradizione, creandoci una nicchia” oppure ancora, specie nel caso delle biblioteche (riecheggiando Lankes, n.d.r.) “dobbiamo sganciarci dal libro e puntare tutto sulla capacità di creare nuove relazioni”.
Personalmente ritengo che una delle analisi più concrete e meritevole di approfondimento sia quella apparsa sulle colonne del Wall Street Journal: il titolo, Why the public library beats Amazon – for now, è a dir poco controcorrente rispetto alla communis opinio.
Secondo l’autore, Geoffrey A. Fowler, sono molteplici i motivi che per il momento sanciscono questa “superiorità” della biblioteca pubblica: la gratuità del servizio, la facilità dell’operazione di prestito, una sbagliata strategia di vendita di Amazon tale per cui Kindle Unlimited entra in conflitto con Prime (gli abbonati a questo servizio possono leggere gratis un libro al mese, numero più che sufficiente per la maggior parte dei lettori, n.d.r.) nonché la presenza di un catalogo “cumulativo” che non solo dal punto numerico non sfigura rispetto a quello del gigante dell’e-commerce ma che anzi primeggia sotto il punto di vista qualitativo. Fowler esegue, a riguardo, una minuziosa analisi del numero di best-seller presenti nel catalogo delle biblioteche pubbliche ed in quello di Kindle Unlimited, evidenziando come le prime siano indubbiamente meglio fornite. Qual è il motivo?
La causa va rintracciata in quella che Fowler definisce la hate-hate relationship instaurata da Amazon con gli editori e ben esemplificato, da ultimo, dalla disputa in atto con Hachette: questi, non a torto dal loro punto di vista, vedono di cattivo occhio i vari tentativi di abbassare i prezzi degli ebook e di accorciare la catena trattando direttamente con gli autori ed hanno trovato, in questo conflitto tra titani, un prezioso alleato nelle biblioteche (il fatto che i rapporti biblioteche – case editrici storicamente siano stati tutt’altro che idilliaci la dice lunga sulla qualità dei rapporti con Amazon…).
E qui veniamo al punto centrale della questione; scrive testualmente Fowler: “Publishers have come to see libraries not only as a source of income, but also as a marketing vehicle. Since the Internet has killed off so many bookstores, libraries have become de facto showrooms for discovering books” (il grassetto è mio, n.d.r.).
Non è da oggi che si discute sul ruolo che librerie e biblioteche possono svolgere in qualità di “vetrine” delle novità editoriali così come di “educatori” nell’utilizzo dei nuovi device di lettura e, a riguardo, posso sostanzialmente essere d’accordo purché vi sia la consapevolezza che si tratta, per le biblioteche, di un’arma a doppio taglio.
Nella letteratura specialistica, ad esempio, sono pressoché all’ordine del giorno gli articoli ed i libri che trattano di come progettare nuove ed accattivanti biblioteche o che presentano le nuove realizzazioni; si badi, non sono contrario a queste nuove biblioteche, tutt’altro (a chi non piacerebbe lavorare in un bel luogo di lavoro? Come posso sperare di richiamare utenti se non offro loro edifici accoglienti e funzionali?)! Semplicemente ritengo essenziale, proprio per evitare di cadere nel paradigma della library as a showrooom, che allorquando si avviano i progetti di nuove biblioteche / di restyling di esistenti, più che delle questioni “da archistar” (o perlomeno accanto ad esse, volendo concedere qualcosa all’estetica) si parli anche di conservazione, di catalogazione, di prestito, etc. vale a dire di tutte quelle attività che rappresentano il core, la ragion d’essere dell’istituto biblioteca.
Il non farlo equivarrebbe a ridurre le biblioteche ad una sorta di para-librerie, le quali come già anticipato stanno seguendo un percorso affine: in particolare le grandi case editrici che controllano le principali librerie di catena stanno progressivamente chiudendo i punti vendita periferici sostituendoli con nuovi ispirati al concetto di flagship store; quest’ultimo, guarda caso, nasce dalla constatazione che architettura, marketing e vendite sono strettamente connessi, in quanto il poter disporre di building (= negozi) che rappresentano essi stessi punti di attrazione all’interno del tessuto cittadino (= del bacino di clienti) funge da detonatore per la crescita del valore del brand e della sua notorietà (=> delle vendite).
Naturalmente mentre i gruppi editoriali hanno tutti i loro buoni motivi per cercare di migliorare le proprie vendite, le biblioteche, posto che anch’esse devono essere permeate dalla cultura del risultato (=> aumentare il numero di utenti, prestiti, etc.) e del miglioramento dei servizi erogati, non devono nemmeno operare come aziende private votate al profitto; pertanto non è necessario abbracciare le pratiche di marketing più spinte anche perché, come già ricordato, quella che nel breve periodo pare essere un’insperata ancora di salvezza potrebbe finire per trasformarsi, nel medio-lungo, nella loro definitiva condanna.

Perché Kindle MatchBook rischia di svalutare l’ebook (ma di fare la fortuna di Amazon)

Amazon Kindle

Amazon Kindle (credit: Amazon Press)

Praticamente in contemporanea con il lancio della nuova generazione di lettori digitali Kindle, Amazon ha anche annunciato un nuovo programma, denominato Kindle MatchBook, che consente a tutti coloro che hanno acquistato negli anni passati (si parte dal 1995 e si arriva ai giorni nostri) l’edizione fisica di un libro di comperare ora a prezzi a dir poco competitivi (si parte infatti da 2,99 dollari… a 0!) l’edizione digitale, qualora esistente, del medesimo titolo.
Se si considera che il bundling analogico / digitale funziona anche per i libri di nuova uscita si intuisce come la mossa potrebbe dare una ulteriore scossa al settore del libro digitale.
In effetti il timing scelto da Amazon è praticamente perfetto: con questa mossa l’azienda di Seattle mira ad allargare in modo massiccio la platea di lettori digitali puntando, evidentemente, su tutti coloro che negli anni hanno fatto acquisti (di libri fisici) sulla sua libreria online ma che per i più disparati motivi si sono dimostrati restii ad abbracciare gli ebook.
Naturalmente i vertici di Amazon non sono ammattiti perché è evidente che per leggere l’edizione digitale molti avranno bisogno dell’apposito device di lettura: in altri termini Kindle Matchbook potrebbe fungere da straordinario volano alla vendita degli ebook reader, dei quali non a caso si presenta la sesta generazione, e tutto ciò proprio in un momento in cui i tassi di crescita dell’editoria digitale nel mercato americano tendono a rallentare / stabilizzarsi attorno alla quota del 25 – 30% del totale. Insomma, mentre la concorrenza mostra segni di affanno e cerca di riorganizzarsi, la società fondata da Jeff Bezos rilancia.
Se da un lato dunque Kindle MatchBook potrebbe rappresentare il colpo di grazia per le case editrici rivali dal momento che, fidelizzando / legando Amazon a sé in modo pressoché definitivo anche quei lettori più tradizionalisti che ancora non avevano abbracciato l’ebook, le priva di quel bacino indispensabile per portare avanti qualsiasi idea di business nel digitale, dall’altro lato con questa spregiudicata operazione rischia di far passare presso i lettori la fallace idea che l’ebook non costi niente o, peggio ancora, che esso non costituisca altro che il “sottoprodotto” del più complesso processo di produzione del libro (analogico).
Idea già in parte diffusa ma, per l’appunto, errata: nel mondo digitale scompaiono (o tendono a zero) sì alcune voci di costo, come quelle di distribuzione e riproduzione, ma ne permangono altre di rilevanti. In particolare è opportuno ricordare che l’ebook che noi leggiamo sui nostri device non è (o meglio, non dovrebbe essere…) lo stesso file creato per l’edizione a stampa bensì un file (auspicabilmente in formato ePub) altamente rielaborato per rispondere a requisiti che qui possiamo genericamente definire di “buona usabilità” ed offrire una gradevole esperienza di lettura.
Operazione, quest’ultima, che è lungi dall’essere a costo zero ma che Amazon, con le sue politiche aggressive, rischia di far passare in secondo piano e, per certi versi, banalizzare.

Barnes & Noble, un declino inarrestabile?

Barnes & Noble

Barnes & Noble di Christine K, su Flickr

Due notizie, del medesimo tenore negativo, accomunano due colossi (peraltro tra di loro legati da una strana quanto per ora infruttuosa alleanza) alle prese con un difficile riposizionamento nei rispettivi mercati: sto parlando di Barnes & Noble, che ha comunicato ai mercati conti, relativi all’ultimo trimestre, peggiori rispetto alle già non rosee attese e di Microsoft, la quale da parte sua si appresta a cambiare capo; Steve Ballmer è infatti pronto a cedere il timone non appena sarà trovato un adeguato sostituto.
E’ interessante osservare come entrambe le aziende tentino, attraverso i rispettivi uffici stampa, di stemperare la criticità del momento: B&N chiarisce (in verità non del tutto) che, a parziale rettifica di quanto a suo tempo annunciato, non verrà meno il suo impegno nella produzione di hardware (ovvero tablet ed ereader della famiglia Nook) mentre Microsoft precisa che spetterà al nuovo CEO proseguire il difficile percorso intrapreso che sta, di fatto, portando ad uno stravolgimento del business.
Purtroppo bisogna prendere atto che in questi ultimi anni di affannosa rincorsa le due aziende in questione hanno commesso grossolani errori strategici, ad iniziare dalla mancata ricerca di sinergie proprio in fatto di tavolette: è infatti un autentico controsenso che ciascuna produca un suo tablet (se consideriamo che anche Nokia, altra alleata di Microsoft, a breve dovrebbe entrare in questo segmento di mercato non è fuori luogo parlare di autentica dissipazione del capitale societario!) per accaparrarsi quote insignificanti di mercato!
Evidentemente B&N doveva concentrarsi sui soli ereader e Microsoft, dal canto suo, astenersi dal realizzare il suo Surface, affidandosi eventualmente a Nokia come OEM e mettendo a disposizione anche di Barnes & Noble il frutto di questa collaborazione.
Purtroppo si è deciso di rincorrere in ordine sparso la concorrenza (Amazon, Google, Apple) avventurandosi peraltro in terreni dove, per differenti ma precisi motivi, era praticamente impossibile tenere il passo. Apple, sfruttando l’appeal del suo brand, è infatti finora riuscita (stiamo a vedere se rimarrà così anche i futuro, ma prodotti come l’iPad Mini suggeriscono che qualcosa stia cambiando…) a farsi pagare profumatamente i propri gingilli tecnologici, assicurandosi ampi margini di guadagno. A questi ultimi hanno saputo e potuto rinunciare sia Amazon, che non avendo punti vendita fisici ha di conseguenza meno costi (e per contro ha costanti entrate garantite dall’affitto delle sue infrastrutture cloud), sia Google, la quale può contare sui cospicui introiti pubblicitari derivanti dalle ricerche effettuate attraverso il suo motore di ricerca. Insomma, queste ultime due aziende possono permettersi, nello specifico settore editoriale / dei contenuti (nel quale i tablet rappresenta una sorta di cavallo di Troia), margini risicati, cosa che per contro non può assolutamente fare B&N, appesantita dall’enorme catena di punti vendita, né tantomeno Microsoft, spiazzata dal declino del tradizionale modello di vendita dei propri sistemi operativi e software, i quali perdono progressivamente terreno nel nuovo mondo della navigazione / produttività in mobilità (che avviene su SO iOS ed Android).
Anzi, il gap è probabilmente destinato ad ampliarsi: difatti mentre B&N e Microsoft inseguono (ma anche Nokia e Blackberry, quest’ultima secondo rumor di nuovo a serio rischio di acquisizione, si trovano nella medesima situazione!) la concorrenza continua ad allungare il passo. Amazon, per garantire l’accesso e di conseguenza la possibilità di acquisto dei suoi contenuti (oltre che per ampliare la platea dei clienti), ha allo studio una rete wireless via satellite e medesimi obiettivi li stanno perseguendo Google, nello specifico attraverso avveniristici palloni aerostatici, e Facebook.
Il problema di fondo risiede dunque, al netto di eventuali luccicanti flagship store (utili soprattutto per rafforzare il marchio e fidelizzare i clienti), nella zavorra rappresentata da una originaria strutturazione aziendale di tipo brick & mortar; liberarsi di questa zavorra è operazione difficile e dolorosa ma nondimeno necessaria in quanto, aspetto di non secondaria importanza, impatta probabilmente in modo negativo nella cultura aziendale complessiva.
Insomma, il compito di Barnes & Noble, ed in generale della pattuglia delle inseguitrici, si presenta più difficile che mai ed impone un mutamento strutturale e non solo di facciata.

La promozione dell’ebook e la lezione di Google ed Amazon

Ebook reader in esposizione in una nota catena

Ebook reader in esposizione in una nota catena

La notizia della probabile prossima apertura, da parte di Google e di Amazon, di un punto di vendita fisico è di quelle che impongono quanto meno una riflessione, se non un vero e proprio ripensamento, su come è stata finora effettuata la promozione dell’ebook e degli ebook reader.
Ma partiamo dalla notizia: che cosa ha indotto queste due aziende, indissolubilmente legate nell’immaginario collettivo al “virtuale” mondo della Rete, a rivedere così drasticamente il proprio approccio? A mio avviso hanno concorso più fattori: in primo luogo ci si è resi conto dell’importanza di avere quello che nel linguaggio del marketing è definito flagship store (vale a dire un luogo fisico che trascende il mero punto vendita, essendo il fine non tanto – o perlomeno non solo – mettere in vetrina i propri prodotti ma soprattutto trasmettere al mondo la propria cultura aziendale ed i valori che l’azienda intende incarnare e diffondere), importanza a sua volta derivante dall’esigenza di fronteggiare in qualche modo lo strapotere mediatico (che si riflette nel valore del brand) attualmente detenuto da Apple; dall’altro lato, ed è questa a mio modo di vedere la principale motivazione, sta la constatazione che il solo canale online da solo non basta in quanto i clienti hanno bisogno di un “contatto fisico” con i prodotti che poi si andranno ad acquistare (e questo vale tanto più ora che sia Google che Amazon hanno prodotti fisici a proprio marchio da vendere, vedasi famiglie Nexus e Kindle, Chromebook, Google Glasses, etc.). Quanti di noi del resto, prima di effettuare una transazione online, hanno pensato bene di fare una capatina in un negozio fisico per provare quel vestito, quel paio di scarpe oppure per testare il funzionamento di un dato cellulare, monitor Tv, etc. ed essere così certi che il prodotto adocchiato faceva effettivamente al caso nostro?
Ammettendo dunque che anche il cliente più tecnologico abbia il desiderio, prima di procedere all’acquisto, di “toccare con mano”, possiamo affermare che questa possibilità sia garantita nel settore del libro digitale (ovviamente qui faccio riferimento all’ereader, imprescindibile supporto di lettura; n.d.r.)? La risposta che possiamo dare credo sia solo parzialmente positiva.
Il panorama infatti non è molto confortante e c’è da chiedersi quanto possa aver influito in negativo sulle vendite di ebook reader e, a cascata, di ebook.
L’osservazione preliminare da fare è che non c’è paragone tra l’imponenza delle campagne pubblicitarie fatte a favore dei tablet e quelle fatte per gli ereader. In seconda battuta bisogna ammettere che il prodotto ereader in sé non viene valorizzato a dovere: nelle grandi catene di elettronica i lettori digitali sono presentati con schede tecniche spesso inadeguate e, come se non bastasse, senza spazi dedicati (niente a che vedere con la centralità che assumono i device di casa Samsung o dell’Apple, giusto per fare nomi…) e, pare inconcepibile, non immersi nel reparto libri (qualora presente) come verrebbe spontaneo pensare, rappresentandone essi pur sempre la controparte digitale, ma bensì confinati in angoli marginali!
Le cose non vanno meglio se si passa ad analizzare la situazione di quegli ebook reader messi in vendita presso le librerie di catena: di norma infatti presso queste ultime si trovano ereader di una specifica azienda, con la quale i colossi editoriali che stanno alle spalle hanno stretto rapporti più o meno di esclusiva (penso a Mondadori / Kobo oppure Melbookstore (ora IBS) / Leggo IBS), il che rende difficile se non impossibile una comparazione diretta a parità di illuminazione, di esposizione ai raggi solari, etc. (ed essendo il fattore discriminate quello dello schermo, questa limitazione assume un particolare rilievo!).
In sostanza, posto che le biblioteche non possono e non devono svolgere un ruolo da capofila in questo ambito (conviene che queste ultime si concentrino sullo sviluppo delle proprie collezioni digitali), appare evidente che le uniche a poter ricoprire un ruolo positivo in questo settore, dal quale peraltro come da più parti ipotizzato potrebbero a loro volta trarre nuova linfa vitale, sono le librerie indipendenti, che dovrebbero approfittare di questa fase transitoria per avviare la trasformazione in librerie digitali indipendenti. Si tratterebbe, inutile dirlo, di un cambiamento non facile e soprattutto non immune da rischi. E’ tutt’altro che garantito infatti, analogamente a quanto avviene con gli altri settori merceologici, che i clienti, una volta effettuata la comparazione, comprino l’ereader là dove spuntano il prezzo migliore! Bisogna sperare, pertanto, che la qualità del servizio garantito, anche in termini di rapporti umani, venga premiato dalla preferenze degli utenti nel momento dell’acquisto.

Amazon svela alcuni segreti della tecnologia Paperwhite: rappresenta davvero lo stato dell’arte?

Amazon ha postato su Youtube un video nel quale svela con maggior dovizia di dettagli alcuni aspetti tecnici relativi al funzionamento del suo nuovo display Paperwhite: in particolare viene spiegato in modo intuitivo come sia stato concepito e realizzato il nuovo sistema di illuminazione frontale (front-lit) grazie al quale è possibile leggere anche in un ambiente non illuminato (il caso classico è a letto prima di addormentarsi).

In sostanza, come si sarà evinto dalla visione del video, diversamente da uno schermo LCD a retroilluminazione, nel Paperwhite la luce arriva dall’alto preservando così i due vantaggi da sempre riconosciuti all’inchiostro elettronico: a) il non affaticare la vista b) la perfetta leggibilità anche nel caso in cui lo schermo sia esposto direttamente ai raggi del sole o comunque usato in un ambiente altamente illuminato.
Il vero capolavoro tecnologico di Amazon comunque non è stato semplicemente l’aggiungere la luce bensì il modo attraverso cui si è raggiunto l’obiettivo: rispetto al Nook Touch Glowlight di Barnes & Noble, che pure è fornito di un particolare reticolo di diffrazione per meglio diffondere la luce emessa dal LED posto sul bordo superiore dell’ereader stesso, l’illuminazione complessiva dello schermo risulta migliore (mentre nel lettore di B&N i bordi, specialmente quello superiore in prossimità del LED, risaltano nettamente, come si constata in questo viedo). I tecnici di Seattle sono stati in altri termini capaci di realizzare, al di sopra del touchscreen capacitivo, uno strato (dello spessore di mezzo millimetro) maggiormente capace rispetto ai device rivali di “trasportare” la luce per tutta la lunghezza del display e di “sparare” la luce verso il basso in modo nettamente più omogeneo (lo stesso sistema di controllo del livello di illuminazione appare più raffinato). Il risultato finale pertanto è davvero notevole tanto più che si è riusciti a non impattare negativamente sulle prestazioni della batteria.
Insomma, il Kindle Paperwhite è davvero un ottimo ereader anche se non posso negare la mia simpatia per il Kobo Glo, che in fatto di omogeneità dell’illuminazione non ha molto da invidiare (qui un video d’esempio) al ben più chiacchierato collega ma che, specifiche tecniche alla mano, a parità di dimensioni dello schermo (6 pollici) pesa meno ed è più fino e, aspetto da non trascurare (anche se qui entriamo nel soggettivo), ha un look decisamente più accattivante.
Per concludere, sicuramente con questa generazione “illuminata” di ebook reader è stata innalzata l’asticella delle caratteristiche tecniche minime indispensabili ma nemmeno si può dire che siano stati raggiunti gli obiettivi finali, ovvero da un lato la possibilità di fruire di contenuti multimediali (leggasi audio e video) dall’altro la comparsa dei colori, indispensabili per far sì che interi generi e tipologie (fumetti, graphic novel, magazine, riviste, etc.) possano venire fruiti con il massimo grado di soddisfazione anche attraverso gli ereader.

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