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Digitale in archivi e biblioteche: un dibattito senza fine?

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Empty Stacks di puddy77, su Flickr

A distanza di poche settimane l’uno dall’altro ho assistito a due interessanti incontri entrambi incentrati sull’ipersviscerato tema del digitale in archivi e biblioteche: il primo dei due, tenutosi a Padova il 24 febbraio, verteva ufficialmente su “Beni culturali e digitalizzazione” ma in realtà si è parlato esclusivamente di archivi e biblioteche, il secondo era l’oramai tradizionale incontro delle Stelline a Milano (13-14 marzo, qui purtroppo ho potuto partecipare solo alla prima giornata di lavori), incentrato quest’anno sulla “biblioteca connessa” (sottotitolo: “come cambiano le strategie di servizio al tempo dei social network“).
Devo dire che tale “ciclo di aggiornamento”, essendo così ravvicinato nel tempo, è stato piuttosto utile per mettere a fuoco, una volta di più, le differenze di approccio riguardo a questo cruciale tema presenti in prima battuta tra le due discipline ed in seconda al loro stesso interno.
Partiamo dall’archivistica. Può apparire paradossale considerando il nome che era stato dato all’incontro ma a Padova è emerso in modo palese come il dibattito sia ancora fermo a questioni che speravo essere state superate da tempo del tipo: il digitale è buono o cattivo? la digitalizzazione assicura una migliore conservazione o no?
Premesso che, come ha giustamente ricordato Melania Zanetti, la digitalizzazione può talvolta rappresentare un rischio inutile per documenti e libri, credo che in generale sia più sensato prendere atto che la produzione in ambiente digitale (non solo documentaria e libraria!) è già la realtà e, di conseguenza, che accanto al “recupero del pregresso” sia opportuno iniziare ad occuparsi, come proposto provocatoriamente (ma non senza cognizione di causa) da Giancarlo Buzzanca, delle “nuove frontiere”, come ad esempio la conservazione delle pagine Internet o della net art.
Si tratta di una posizione affine a quella manifestata sul versante biblioteconomico da Riccardo Ridi (che non a caso con largo anticipo si è posto il problema di “archiviare Internet“, n.d.r.), per il quale la digitalizzazione non è che un frammento all’interno dell’enorme ed ineluttabile passaggio al digitale, momento cruciale nel quale vanno effettuate scelte strategiche di “trasmissione del contenuto” (definito come un vero e proprio “fine di civiltà”), vale a dire di selezione di cosa trasmettere alle generazioni future.
Riaffiora, nelle parole di Ridi, l’annosa questione: è sufficiente conservare il solo contenuto o è imprescindibile conservare pure il relativo supporto? Come noto a riguardo i bibliotecari (non tutti ovviamente) sono decisamente più possibilisti rispetto agli archivisti i quali, in un certo senso “depositari” della secolare tradizione di studi diplomatici, continuano a considerare il documento come l’entità materiale (= fisica, legata cioè ad un supporto) capace di rappresentare in maniera duratura un fatto o atto giuridico; al sottoscritto non resta che rilevare che, pur ammettendo la correttezza teorica di una simile impostazione, finché si continua a discutere nel mondo documenti digitali ed ebook spopolano…
Il punto è proprio questo: il digitale è già tra noi, e di tale fatto sembra essersene fatta una ragione (forse pure troppo) soprattutto la comunità bibliotecaria.
Non è dunque un caso se durante il convegno milanese delle Stelline, prendendo spunto dalle recenti realizzazioni fisiche negli Stati Uniti ed in Corea del Sud, ci si sia chiesti se il futuro delle biblioteche sarà quello delle bookless library o se biblioteche con libri di carta avranno un loro spazio. A proposito le idee prevalenti sono più o meno sempre le stesse ed in fondo complementari: si concede che quelle biblioteche fisiche che riusciranno a crearsi una nicchia di “mercato” potrebbero anche sopravvivere ma nel contempo si ammette, subendone il fascino, che le bookless library siano accattivanti e, essendo proprio per questo motivo in grado di attirare pubblico, in prospettiva vincenti.
Proprio qui si innesta il tema “social network” oggetto del convegno: per alcuni essi sono essenziali all’interno delle strategie comunicative e di intercettazione di quei flussi comunicativi (= delle persone che li alimentano) che parlano della biblioteca, per altri (soprattutto Riccardo Ridi, presente anche a Milano) essi dovrebbero assolvere una funzione meramente strumentale (tanto più che essi vanno e vengono, n.d.r.), essendo la cosa più sociale che le biblioteche possono fare continuare a svolgere il proprio lavoro di intermediazione e di facilitazione nell’accesso alle risorse informative, siano esse su supporto analogico che digitale (Ridi).
Il riferimento critico, evidente, è a David Lankes e a quella scuola di pensiero che vuole che nelle biblioteche si faccia di tutto fuorché quello per cui esse sono nate.
Personalmente mi ritrovo più sulle posizioni “tradizionaliste”, anche se con un “piccolo” distinguo. Infatti, a parte alcune specifiche e particolari realtà bibliotecarie, non vedo perché un utente dovrebbe recarsi in una biblioteca e tanto più in una bookless library quando a breve potrà accedere alle risorse informative da qualsiasi device a disposizione: farlo equivarrebbe ad azzerare buona parte dei vantaggi del digitale! Forse sono io pigro e probabilmente sottovaluto il desiderio di aggregazione e di curiosità della gente, sul quale evidentemente puntano le biblioteche di nuova concezione (con caffè, stampanti 3D, scanner 3D, chitarre, sonic chair e via discorrendo) come la Biblioteca pubblica di Colonia, però il dubbio mi rimane…
Anzi ho le sensazione che proprio l’offerta al pubblico di “amenità” che ben poco hanno a che fare con il compito core di archivisti e bibliotecari sia un trait d’union che accomuna le due professioni. Una possibile spiegazione potrebbe essere la seguente: la perdita di fisicità, nel momento in cui fa venir meno prassi e certezze consolidate e presagire nel contempo scenari cupi (declino / fine delle rispettive professioni), spinge ad accordare priorità assoluta ad attività secondarie (oltre ai social network qualcuno mi deve spiegare che c’entrano, con la vera valorizzazione, i vari concerti, rappresentazioni teatrali, etc. che si fanno sempre più spesso negli archivi?) capaci di attirare un pubblico che, a sua volta, dovrebbe assicurare una visibilità (presso i cittadini e soprattutto i decisori politici) tale da giustificarne la sopravvivenza. Il futuro ci dirà se si tratta di una mossa azzeccata o, come credo, autolesionistica.

Impact factor addio, ormai contano i “Like” ed i “Retweet”

K.Lit – Piazza Chilesotti

Reduce dall’intensa giornata di ieri trascorsa al K.Lit – Festival dei blog letterari di Thiene ad ascoltare interessanti interventi sul libro, sulla letteratura e sul mondo che vi ruota attorno, continuano a frullarmi in testa due chiodi fissi.
Il primo è di natura generale: se il modello organizzativo “diffuso” del K.Lit è a mio avviso stato vincente (avendo animato piazze, parchi, edifici storici e pubblici di un’intera città) occorre però riconoscere che il pubblico era mediamente scarso e costituito perlopiù da “addetti ai lavori”, il che, se da un lato ha consentito ad alcuni relatori di adottare un fecondo approccio “intimista” (per dirla con i C.S.I.) dall’altro conduce a due riflessioni tra di loro correlate: 1) dimostra una volta ancora, al netto del fatto che si trattava della prima edizione, come il “movimento” attorno a libri, e-book, nuove frontiere dell’editoria, etc. sia più chiassoso che rumoroso 2) se i numeri sono questi, si spera non sia messa a repentaglio la riproposizione di questo festival, ripeto, davvero molto bello (magari con qualche aggiustamento, che pur a mio parere ci vuole!).
Il secondo “chiodo”, che è poi quello che ha dato il titolo a questo post, è di natura più tecnica (in linea con questo blog d’altronde) e riguarda il tanto vituperato impact factor (IF), vale a dire quell’indice, usato anche in biblioteconomia, che misura il numero medio di citazioni ricevute in un particolare anno da parte di articoli pubblicati in una data rivista scientifica nei due anni precedenti e che dovrebbe stabilire (ma ci riesce fino ad un certo punto in quanto manipolabile) importanza e “scientificità” di articoli (con relativi autori) e riviste.
Orbene, nel corso di un interessante tavola rotonda incentrata sulla precarietà nel mondo del lavoro la giornalista Marta Perego ha candidamente confessato (non che sia una colpa, si intende) come lei torni più volte nel corso della giornata a controllare quanti “Like”, “Retweet”, “PinIt” eccetera ha ricevuto il suo nuovo articolo, servizio, post o quel che è.
Per il bibliotecario sopito che è in me il passo alla riflessione successiva è stato breve: come noto l’impatto (e dunque la circolazione e di qui il successo) che un articolo ha in Rete dipende direi in modo pressoché proporzionale dal numero di condivisioni, “rimpalli” ed amplificazioni che esso riceve. Di questi articoli molti sono oggettivamente spazzatura ma altri sono di sicuro valore e purtroppo sfuggono completamente dal radar dell’IF, tutto richiuso in autoreferenziali logiche accademiche.
Naturalmente la presenza di centinaia o meglio ancora di migliaia di “Like” e “Retweet” non trasforma automaticamente un post in un capolavoro della saggistica meritevole di pubblicazione (dipende infatti anche da chi dice “I Like” e da chi retwitta; manca in altri termini un po’ di sana peer review), però è indubbio che tali “indicatori di gradimento” vadano oramai presi in considerazione.
La Rete è piena di materiale valido ed i bibliotecari già con le folksonomie (ovvero i tag e le parole chiave generate dagli utenti in modo essenzialmente “arbitrario”, senza cioè l’ausilio di strumenti, per intenderci, come thesauri o soggettari) e con le auto-catalogazioni da parte dei lettori dei libri che leggono (in siti come aNobii o ancor più GoodReads, Zazie e soprattutto LibraryThing) sono rimasti indietro rispetto ai ritmi del web: non vorrei che oggi accadesse altrettanto con le nuove modalità di attribuire il “rating” alle risorse online.
Forza bibliotecari, c’è un intero mondo da… catalogare, soggettare e valutare!

Volunia, tra aspettative e perplessità

Volunia, la presentazione

Volunia, la presentazione. Archivio Antico dell'Università di Padova 02/02/2012

Torno fresco fresco (in senso non solo figurato) dalla presentazione di Volunia, l’attesissimo motore di ricerca concepito e realizzato da Massimo Marchiori, e non posso far a meno di esternare alcune riflessioni che mi sono frullate per il cervello sin dal primo momento in cui il professore ha mostrato le prime immagini e fornito le prime spiegazioni.
1) Marchiori ha consapevolmente voluto creare un SE di seconda generazione, ben sapendo che il web sta cambiando (a prescindere ora dalle varie etichette 1.0, 2.0, 3.0 che lasciano il tempo che trovano) e che gli utenti si aspettano qualcosa di più che una “arida” lista di risultati. Proprio il passaggio ad un tipo di web diverso, quello chiuso in rigidi steccati di cui parla Zittrain per intenderci, deve però farci porre la cruciale domanda: i SE sono ancora lo strumento migliore / il migliore tra quelli possibili? Non era meglio azzerare tutto e pensare a qualcosa di radicalmente diverso? In definitiva con Volunia la modalità di interrogazione resta immutata, cambiano le risposte di ritorno che dovrebbero rappresentare il vero salto di qualità dal momento che a) ci viene fornita una mappa del contenuto informativo di ogni sito b) ci vengono mostrate anche le persone che hanno visitato quel sito, aiutandoci (eventualmente) a metterci in contatto con loro.
2) Proprio questa attenzione per l’anima “sociale” del web rappresenta senz’altro un motivo di avanzamento ma potrebbe finire con l’essere un’arma a doppio taglio: a) in un’Europa che ha una sensibilità completamente diversa dal resto del mondo sul tema della privacy (tanto da arrivare ai ferri corti con Google), la cosa potrebbe non essere accolta con favore; b) mi si potrà obiettare che il mercato di Volunia è, nelle intenzioni, globale e che la stessa funzione social è disattivabile dall’utente ma è evidente che senza di essa il nuovo motore di ricerca perde gran parte del suo carattere innovativo.
3) E’ mancata del tutto una spiegazione di come funziona il nuovo algoritmo di ricerca; intendiamoci, non mi aspettavo che venisse svelata la “formula segreta” ma qualche tecnicismo in più non avrebbe guastato!
4) Ovviamente il mio interesse per il nuovo motore di ricerca era soprattutto quello dell’archivista / bibliotecario / documentalista che voleva sapere se con Volunia era stato compiuto un significativo passo in avanti verso sistemi di information retrieval “intelligenti” capaci di interpretare compiutamente le query e di fornire risultati pertinenti previa l’analisi semantica delle varie risorse sul web (o in subordine se per l’algoritmo sviluppato poteva profilarsi un’applicazione dedicata in questi campi). A tal riguardo nulla è stato detto né sono riuscito a chiedere alcunché a Marchiori dal momento che il question time è stato brevissimo (tutto perché la presentazione è iniziata in consistente ritardo non solo per il consueto ritardo “accademico” bensì per elementari disguidi tecnici che ci hanno fatto fare l’ennesima figuraccia… stavolta in streaming mondiale!), ma l’impressione ricavata è che in Volunia si sia puntato, per l’appunto, sulla dimensione sociale. Per il sottoscritto una piccola delusione.
Per concludere un motore di ricerca che ha saputo sollevare moltissimo interesse (e già questo è un risultato) ed ha trasformato per un giorno Padova nella Silicon Valley ma che per poter essere giudicato compiutamente dev’essere, come sempre, provato nel quotidiano.

In libreria “Archivi e biblioteche tra le nuvole”

"Archivi e biblioteche tra le nuvole" (front cover)

Come preannunciato nel precedente post ho pubblicato un libro su cloud computing e dintorni.
In particolare parlo delle sue applicazioni in ambito archivistico e bibliotecario in sinergia con la diffusione dei nuovi mobile device, il che mi porta ad approfondire temi quali il social reading / networking, il fenomeno dello storage sulla nuvola e tutti i connessi problemi di privacy.

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