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Datagate, un vulnus all’archivistica digitale?

University of Maryland and Sourcefire Announce New Cybersecurity Partnership

Photo credits: University of Maryland and Sourcefire Announce New Cybersecurity Partnership di University of Maryland Press Releases, su Flickr

Pochi giorni orsono Mark Zuckerberg, con una buona dose di faccia tosta considerando l’incetta di dati personali che fa la sua azienda, ha criticato durante un’intervista televisiva l’amministrazione Obama per il modo poco trasparente con il quale sta gestendo il cosiddetto scandalo “Datagate”, annunciando di volersi unire a Google e Microsoft nella causa intentata contro il governo al fine di ottenere, per l’appunto, la necessaria trasparenza.
I colossi del web infatti, oltre al danno d’immagine derivante dall’essere percepiti come compartecipi del Governo statunitense, temono infatti che i propri utenti, se non adeguatamente tranquillizzati circa modalità e tipologia dei controlli svolti, abbandonino le proprie piattaforme provocando un evidente danno economico.
Il tema della fiducia e quello correlato della sicurezza informatica diviene, evidentemente, centrale e non è forse un caso che il punto di forza del nuovo iPhone 5 della Apple sia il riconoscimento biometrico (in pratica per sbloccare lo schermo od attivare alcuni specifici servizi, quali i pagamenti contact less via NFC, non bisogna più inserire un PIN o simili vetustà ma basta appoggiare il proprio pollice allo schermo per venire riconosciuti ed autenticati).
Purtroppo queste rassicurazioni mi sembrano insufficienti: in successive indiscrezioni trapelate alla stampa Edward Snowden (che, considerando il livello dello scontro diplomatico raggiunto con Mosca e gli estremi tentativi fatti da Washington per ottenerne l’estradizione, mi sembra un testimone complessivamente attendibile) ha aggiunto che l’NSA statunitense e la corrispettiva GHCQ britannica dispongono di strumenti in grado di aggirare e superare le misure comunemente adottate per proteggere le comunicazioni e le transazioni condotte lungo le reti telematiche, quali ad esempio i protocolli https ed SSL.
In sostanza viene messa in seria discussione la validità e l’efficacia complessiva di quella cornice di sicurezza che con difficoltà si era cercato di costruire attorno alle nostre “esistenze digitali”. Le ripercussioni sono evidentemente molteplici ed investono su più piani anche l’archivistica: ad un livello strettamente tecnico possiamo ricordare le ricadute per tutto ciò che concerne, per l’appunto la sicurezza. Per anni, dando credito agli informatici, si è pensato che i vari protocolli di sicurezza, gli hash crittografici, etc. assicurassero un ragionevole livello di protezione alle nostre comunicazioni via PEC ed in generale a tutte quelle, spesso riservate o comunque riguardante materiali “sensibili”, condotte attraverso le reti telematiche (vedi quelle, sempre più diffuse, tra data center locale e sito secondario di ripristino).
Così probabilmente non è e non si deve escludere la possibilità che, approfittando del vulnus inferto alla credibilità delle sue basi tecnologiche, non riprenda vigore quella corrente, interna agli archivisti, che ha sempre guardato con sospetto, ed in taluni casi con dichiarata ostilità, alla nascita dell’archivistica digitale. Dovesse ciò succedere le ripercussioni sarebbero gravi giacché, volenti o nolenti, il mondo andrà comunque verso il digitale e di archivisti capaci di affrontare le problematiche derivanti da questo passaggio ce ne sarà sempre più bisogno.
Ma probabilmente il danno maggiore è quello della possibile perdita di fiducia da parte dei cittadini / utenti: negli ultimi dieci – quindici anni si è dibattuto in lungo ed in largo sulla necessità di realizzare trusted repository pubblici giustificandone l’esistenza sulla superiorità, se non proprio tecnologica, almeno “morale” rispetto ai comuni data center. Solo la presenza di “custodi responsabili” (dove per “custode responsabile” la figura di riferimento è, anche se non in maniera esclusiva, quella dell’archivista dipendente di una pubblica amministrazione), si sosteneva, capaci di garantire l’ininterrotta custodia di documenti digitali oltre che la correttezza delle eventuali operazioni di trasferimento, migrazione, etc. effettuate, poteva provare l’autenticità dei documenti conservati.
Tale supposta superiorità “morale” viene irrimediabilmente meno nel momento in cui si constata che sono i Governi stessi a condurre, secondo procedure ai limiti della legalità e comunque assai discutibili, attività di spionaggio se non di vero hackeraggio ai danni dei propri ed altrui cittadini, di giornali, organizzazioni ed aziende. Il timore è dunque, come sopra accennato, che pure gli archivisti, risucchiati in un calderone in cui non si riconoscono più colpe e responsabilità individuali, perdano l’indispensabile fiducia dei cittadini. Dovesse succedere, sarebbe indubbiamente un duro colpo.

LinkedIn e la letteratura grigia

Outside Facebook Data Center di IntelFreePress, su Flickr

LinkedIn Logo di mariosundar, su Flickr

Sul perché LinkedIn possa ricoprire un notevole interesse per gli archivisti è abbastanza intuitivo: infatti anche questo servizio (che, per chi non lo conoscesse, consente agli iscritti, siano essi persone oppure aziende, di pubblicare sul web il proprio curriculum vitae e di replicare in modo virtuale la propria rete di contatti lavorativi), al pari di altri social network ben più diffusi (LinkedIn ad oggi conta “appena” 200 milioni di iscritti – traguardo tagliato il 9 gennaio scorso – ben lontano dunque dal miliardo circa di utenti attivi su Facebook e dagli oltre 500 di Twitter) sicuramente rappresenterà, qualora conservato per i posteri (un po’ come la Library of Congress sta facendo con i tweet), una preziosissima fonte di notizie ed informazioni.
Per quanto riguarda gli individui sono del parere che LinkedIn potrebbe risultare in assoluto una delle reti sociali più utili per i seguenti semplici motivi: a) ha contenuti formalizzati (i CV vengono inseriti in modo omogeneo) ed attendibili (diversamente da Facebook, su LinkedIn è più difficile bluffare dal momento che i nostri contatti possono in qualsiasi momento contestarci eventuali falsità relativamente agli studi ed alle posizioni di lavoro ricoperte) b) si rivolge a profili medio-alti potenzialmente assai “interessanti”, quali manager, imprenditori, appartenenti al mondo delle professioni (giornalisti, medici, avvocati, ingegneri e via dicendo). Non meno ricchi di informazioni sono i profili delle aziende presenti su LinkedIn: gli storici dell’economia ad esempio potrebbero trovarvi informazioni sugli organigrammi aziendali, sui membri dei board (con predecessori e successori), comunicati stampa, etc.
Seppur con tutte le cautele del caso appare dunque evidente come LinkedIn, per la sua intrinseca conformazione, vada tenuto d’occhio per gli utili apporti che può dare nei settori, giusto per usare una terminologia scientifica, degli archivi di persona e degli archivi d’impresa.
D’ora innanzi abbiamo però un ulteriore valido motivo per seguire con attenzione questo professional network: come preannunciato da Jeff Weiner, CEO della società, nel corso della presentazione dei dati relativi al quarto trimestre 2012, la scommessa per il 2013 è la valorizzazione del capitale intellettuale degli iscritti. Infatti, appoggiandosi anche alla piattaforma di Slideshare (piattaforma acquistata nel maggio 2012 che permette di pubblicare online slide, documenti, pdf così come di postare video e webinar), l’obiettivo è spingere gli iscritti a farsi notare (da potenziali datori di lavoro, soci, clienti, etc.) non solo per gli studi fatti o per la posizione di lavoro ricoperta, ma anche e soprattutto per il contributo in termini di know-how, di idee e di progetti che essi possono dare. Tali materiali, questo è il succo del discorso, possono fungere da vetrina per gli iscritti che li pubblicano e contribuiscono nel contempo ad accrescere il valore di LinkedIn stesso… per la serie “e vissero tutti felici e contenti”!
L’invito a pubblicare “contenuti” peraltro non è indirizzato solo ai singoli individui ma anche alle imprese: nel corso della medesima conference call Weiner ha annunciato che sono stati avviati colloqui con aziende di primissimo piano (si sono fatti nomi di Xerox e General Electric) affinché esse condividano la messe di pubblicazioni, studi, white paper redatti nel corso degli anni e talvolta mai resi pubblici.
Si tratta di un’iniziativa a mio avviso decisamente affascinante e meritoria dal momento che intende valorizzare quel materiale eterogeneo ed assai ostico da trattare noto agli addetti ai lavori come “letteratura grigia” ma che lascia nel contempo un po’ con l’amaro in bocca: per l’ennesima volta archivi e biblioteche (pubblici) sono stati relegati ai margini del flusso di informazioni e documenti che affolla il Web. Non è forse giunto il momento di darsi una svegliata?

Facebook lancia Graph Search

Facebook (di Scott Beale, su Flickr)

Facebook

Per chi come il sottoscritto aveva seguito con attenzione e quasi speranza, grossomodo un anno fa di questi tempi, il lancio di Volunia, fa un certa tristezza mista a dispiacere vedere ora che Facebook lancia il motore di ricerca interno Graph Search. La nuova creatura di Mark Zuckerberg, soprattutto per la sua anima sociale, rimanda infatti anche a ciò che nelle intenzioni di Massimo Marchiori avrebbe dovuto essere (ma purtroppo non è stato) Volunia: un “motore di ricerca” (ammesso che di search engine in senso classico si possa parlare!) che guarda alle persone scavando, nel caso specifico, dentro alle migliaia di dati ed informazioni resi pubblici all’interno del celebre social network (solo in caso di assenza di risultati ci si appella a Bing di Microsoft) e che fornisce, a chi le pone, risposte (e non link!) verosimilmente di un livello qualitativo superiore rispetto a quelle generiche ottenibili da un SE come Google. Infatti un conto è cercare informazioni riguardo ad un libro, ad un film, ad un album musicale nel generico web, un altro conto è recuperare le medesime informazioni leggendo cosa ne pensano i nostri amici! Infatti le opinioni di questi ultimi possono essere meglio valutate in termini sia di attendibilità (un nostro amico ad esempio potrebbe essere noto per “spararle grosse”), che di rilevanza (quanto scritto da un nostro amico ingegnere nucleare sulla fusione fredda non assume naturalmente, ai nostro occhi, lo stesso peso di quanto detto da un altro nostro amico elettricista!) che di affinità (è quel che potrebbe succedere dando credito a quanto scritto da amici che sappiamo avere gusti simili ai nostri). Insomma, nel momento di cercare informazioni non ci si mette più nelle mani di un freddo algoritmo ma in quelle, si spera più buone, di persone di nostra conoscenza.
Va precisato che graph search non è solo un modo per ottenere risposte ma anche per conoscere nuove persone con gusti affini ai nostri; è insomma funzionale all’ulteriore sviluppo del social network in termini di aumento del numero di “relazioni sociali” così come dei suoi ricavi.
Dal momento che, come spesso accade in questi casi, poco si sa dal punto di vista tecnico (a giudicare dagli esempi fatti sul palco di Menlo Park mi pare che sia stato compiuto qualche passo nella possibilità di fare interrogazioni usando il linguaggio naturale, ovvero nel senso del semantic web), per formulare un giudizio completo occorrerà testarlo in prima persona; sin da ora però credo si possa affermare che Zuckerberg è andato nella direzione giusta. Speriamo solo che la tutela della privacy sia veramente così “personalizzabile” come dichiarato…

Facebook si candida a diventare l’archivio per eccellenza delle nostre esistenze digitali

Outside Facebook Data Center di IntelFreePress, su Flickr

Outside Facebook Data Center di IntelFreePress, su Flickr

La notizia non ha ricevuto la giusta attenzione da parte dei media ma è in verità indicativa della direzione verso cui sta andando il social network per antonomasia: il gigante (almeno in termini di utenti) di Menlo Park ha infatti annunciato pochi giorni orsono il lancio del nuovo servizio Photo Sync per tutti coloro che vi accedono attraverso device mobili. In estrema sintesi Facebook d’ora innanzi permetterà agli utenti di caricare sui server aziendali non solo quelle foto che si intende pubblicare e condividere con i propri amici ma anche quelle foto scattate ma che, al contrario, non si pensa di pubblicare o almeno di farlo, eventualmente, in una fase successiva; in altri termini con Photo Sync FB si trasforma lentamente ma inesorabilmente in un cyberlocker, vale a dire un armadietto nella nuvola, nel quale riporre tutti i contenuti digitali da noi prodotti o comunque detenuti e non più solo un luogo di condivisione con gli amici.
Se per ora l’upload (intelligente peraltro: l’applicazione caricherà le foto di dimensioni maggiori solo quando connessi ad una Rete WiFi ed eviterà al contrario di farlo quando si è connessi tramite la rete 3G o 4G – a pagamento – così come quando il livello della batteria tende al rosso!) riguarda solo foto ed è limitato a 2 GB, è altamente probabile che nel prossimo futuro lo spazio di archiviazione a disposizione sulla cloud sarà espandibile e riguarderà tutte le tipologie di materiali: audio, video, documenti di testo e via dicendo.
Del resto che questa fosse la direzione lo si era già intuito a settembre quando Facebook aveva stipulato un accordo con Dropbox, colosso dell’archiviazione online di file personali, che prevedeva l’integrazione spinta (in termini di facilità di condivisione ed aggiornamento automatico) tra quanto caricato sui server di Dropbox e quanto condiviso sui propri gruppi Facebook. Ora Facebook porta in house anche i contenuti non pubblicati ed il perché è presto detto: secondo Techcrunch gli ingegneri Zuckerberg sono al lavoro per scrivere algoritmi capaci di estrarre dalla mole di foto detenute (ricordo che nel momento in cui si caricano foto Facebook ne diventa automaticamente proprietario) informazioni in qualche modo monetizzabili (se in una foto indosso una t-shirt Abercrombie la concorrenza potrebbe essere interessata, con inserzioni pubblicitarie mirate, a farmi preferire i loro prodotti…).
Insomma, ritorna prepotente il mai risolto problema della difficile coesistenza tra sostenibilità del business da una parte e rispetto della privacy / dei dati personali dall’altra: personalmente ho sempre sostenuto la necessità che i cittadini digitali, così come nella realtà, si costruiscano le proprie “nuvole personali” (personal cloud) sulle quali essi hanno controllo pressoché totale. Purtroppo tutto ciò ha un costo e c’è da scommettere che il richiamo del “tutto gratis” farà cadere qualsiasi remora o considerazione contraria…

L’insegnamento della quotazione di Facebook ovvero l’importanza di avere un modello di business sostenibile

Facebook entró al mercado Nasdaq

Facebook entró al mercado Nasdaq di clasesdeperiodismo, su Flickr

Il recente flop della quotazione di Facebook al NASDAQ, con tutto lo strascico di polemiche ed azioni legali che si è portato dietro, merita un approfondimento giacché da esso si può prendere spunto per alcune riflessioni valide pure per il settore editoriale.
Partiamo dall’inizio: com’è potuto accadere che “la più grande IPO tecnologica di tutti i tempi” sia finita così male, con il titolo che nel momento in cui scrivo quota attorno ai 31 dollari, ben al di sotto dei 38 euro di collocamento?! E’ successo che attorno alle operazioni di sbarco in borsa si è creato un enorme battage mediatico il quale ha fatto sfuggire ai più un “piccolo” dettaglio: Facebook, constatato che molti dei suoi utenti accedono ai suoi servizi attraverso dispositivi mobili, aveva modificato il proprio “prospetto informativo” agli investitori nel punto in cui si parlava dei futuri introiti. Già, perché i proventi per utente mobile sono assai inferiori rispetto a quelli “tradizionali” da PC. Il bello è che tutte queste informazioni erano pubbliche e non ha dunque senso ora andare a prendersela con Morgan Stanley (che avrà pure comunicato ad un numero ristretto di investitori le sue analisi aggiornate e fatto operazioni di vendita poco trasparenti): Josh Constine aveva spiegato tutto per filo e per segno in un dettagliato post su Techcrunch con tanto di documento presentato alla SEC!
Il punto cruciale è proprio questo: lo spostamento verso il mobile sta ulteriormente cambiando i modelli di business di Internet, prevalentemente basati sulla pubblicità, e questo vale non solo per Facebook, che forse non ne ha mai avuto uno, ma anche per Google: i click sugli ads di Mountain View calano assai se la navigazione avviene in mobilità!
Alla luce di quanto finora detto la domanda interessante da porsi è la seguente: quali saranno le conseguenze di questo shifting nel settore editoriale?
Ovviamente sull’argomento si potrebbe scrivere un trattato ed in questa sede l’analisi non può che essere di poche righe; resterò dunque parecchio sul generale con l’ulteriore precauzione, per praticità espositiva, di affrontare separatamente i settori dell’editoria periodica e dell’editoria libraria nonostante nella realtà i principali gruppi operino in entrambi i campi.
Partiamo dall’editoria periodica (con un occhio di riguardo per il giornalismo, il segmento a sua volta più effervescente), la quale complessivamente arranca con un calo sensibile delle vendite delle copie fisiche (e di conseguenza del giro d’affari) ed una crescita numerica degli utenti della versione digitale (= sito online + versione ad hoc per tablet od ereader) alla quale però non corrisponde un parallelo aumento dei ricavi derivanti dalle inserzioni pubblicitarie. Morale della favola: i costi sono in disordine od al massimo in precario equilibrio (e questo vale anche per le testate interamente online, la cui semplice sopravvivenza rappresenta già un successo). Inserito in questo contesto il passaggio alla navigazione in mobilità rappresenta un duplice pericolo giacché, ammettendo che valga la regola che calano gli introiti pubblicitari, i conti rischiano di sprofondare in rosso una volta per tutte! Né, allo stato delle cose, ricorrere alle app sembra essere risolutivo: sono proprio queste quelle in cui la pubblicità deve giocoforza essere maggiormente “occultata”, riducendo di conseguenza le possibilità di click. L’alternativa, ovvero farsi pagare per le news, non mi convince molto perché in Internet la gente si è abituata a trovare gratis anche quel che prima pagava senza batter ciglio; in questo senso l’esperienza del New York Times, con ripetuti tentativi di passare al modello pay ed altrettanti ritorni è emblematica delle difficoltà di trovare una soluzione accettabile (attualmente il NYT propone diversi “piani tariffari” e i risultati sembrano essere soddisfacenti).
Almeno sulla carta per gli editori librari la situazione è propizia, dal momento che la navigazione in mobilità avviene attraverso quei dispositivi (tablet ed ereader) che sono volano imprescindibile per la diffusione dei libri digitali. In realtà, lasciando ora stare il fenomeno pirateria e la probabile entrata di nuovi temibilissimi competitor, la situazione è molto più ingarbugliata di quanto si creda e per capirlo può essere utile dare un’occhiata a quanto capitato al settore discografico, dove al crollo delle vendite di CD ha fatto sì da contraltare un aumento dei download e degli ascolti in streaming a pagamento ma senza riuscire a tornare al giro d’affari precedente all’avvento del digitale (il che è peraltro normale dal momento che, a parità di “dischi” venduti, quelli digitali costano meno – per fortuna – dei corrispettivi analogici per via dei minori costi di produzione). Dovesse l’editoria libraria seguire un percorso analogo, c’è dunque da aspettarsi un passaggio da analogico a digitale (posto che la transizione sarà lunga e che le due realtà coesisteranno a lungo) che comporterà dolorose ristrutturazioni e soprattutto metterà in crisi i bilanci di quelle aziende “ibride” (vale a dire la maggior parte) che dovranno sopportare tanto i costi della carta quanto quelli necessari per passare alle nuove modalità di produzione, distribuzione e vendita. In tutto questo trapasso quelle case editrici esclusivamente digitali sorte negli ultimi anni potrebbero risultare avvantaggiate non dovendo sostenere, per l’appunto, quei costi fissi propri dell’old economy.
Tirando le somme l’editoria periodica, che aveva riposto le sue speranze sulla pubblicità, vede queste ultime vacillare dal passaggio al mobile e pure l’editoria libraria dovrà ristrutturarsi tenendo conto che il giro d’affari futuro, a parità di vendite, potrebbe essere inferiore all’attuale. La scommessa è dunque riuscire a vendere di più, obiettivo raggiungibile a mio avviso proponendo formule innovative del tipo “pacchetti” flat (con 50 euro annui si possono leggere libri illimitati, un po’ come fa Amazon, oppure una combinazione a scelta “libro + periodico”) o, ancor meglio, una “ricarica” di 50 euro per un TOT di contenuti (articoli di giornale, libri o sue parti, etc.) o quant’altro possa risultare appetibile oltre che comodo per l’utente/cliente. Insomma, le possibilità ci sono ed il bello del digitale è che consente formule prima impensabili.

PS Da rimarcare come il processo di shifting to mobile non danneggi il settore “archivistico” ma al contrario apra nuove possibilità di business, argomento che sarà oggetto di un prossimo post.

La valenza “archivistica” dei social network. Alcune considerazioni

From Facebook: December 17, 2011 at 07:50AM

From Facebook: December 17, 2011 at 07:50AM di djwudi, su Flickr

Che gli italiani stravedano per i social network è cosa arcinota, ma che i social network stiano acquisendo ogni giorno di più una valenza “archivistica” (il termine rischia di essere fuorviante ma rende l’idea) è decisamente meno risaputo.
All’argomento mi ero avvicinato, con mille cautele e precauzionale uso del condizionale, già in Archivi e biblioteche tra le nuvole: in esso sostenevo che a) sotto alcune condizioni (in particolare facevo presente come fosse necessario effettuare una sorta di lavoro di “esegesi delle fonti”), alcuni social network erano per certi versi considerabili come i moderni archivi di persona b) per molti enti ed organizzazioni, tanto pubblici quanto privati, essi venivano a ricoprire un ruolo strumentale (nel senso proprio del termine) tale da renderli contemporaneamente mezzi e fonti di informazioni, notizie e documenti.
Ebbene, a distanza di nemmeno un anno queste mie affermazioni sembrano essere state persino troppo moderate!
Facciamo una rapida carrellata della situazione attuale per trarre in un secondo momento alcune necessariamente provvisorie conclusioni.
Alcuni social network mantengono la loro rilevanza in quanto “meri contenitori” di informazioni: è il caso di LinkedIn, rete sociale nella quale gli iscritti pubblicano i loro curriculum vitae (studi, esperienze lavorative, posizioni e ruoli ricoperti, etc.) e ricreano la propria rete di contatti in ambito lavorativo. Se lo scopo immediato è quello di relazionarsi con potenziali datori di lavoro o colleghi per intraprendere assieme un business, inutile dire che tali e tanti sono i profili accessibili (la registrazione è gratuita, ma sottoscrivendo l’account premium si possono sfruttare alcune funzionalità addizionali) che si possono ricostruire intere carriere di milioni di persone così come, per i più volenterosi, gli organigrammi passati e presenti di centinaia di migliaia di aziende.
Se LinkedIn “batte” sulle persone, Mendeley invece punta moltissimo sulla qualità dei documenti e sul target elevato dei suoi utilizzatori, moltissimi dei quali appartengono alla comunità accademica; Mendeley infatti consente all’utente di caricare i propri documenti in pdf (poniamo una ricerca sul diabete), effettuare sottolineature ed annotazioni che possono essere condivise con altre persone (ipotizziamo gli appartenenti ad un gruppo di ricerca ristretto su questa malattia oppure un gruppo tematico esistente su Mendeley), sottoporre il proprio lavoro ad una sorta di peer review, generare citazioni e bibliografie a partire dalla ricca base di dati a disposizione ed ovviamente salvare la propria attività in locale con backup automatico sulla nuvola (il che lo rende disponibile sempre e su qualsiasi dispositivo). Sebbene ad oggi la stragrande maggioranza dei documenti presenti sia di carattere scientifico, non è da escludere che in futuro questo servizio, sorta di ibrido tra archivio / biblioteca personale e gruppo di lavoro online, venga usato per creare documenti di rilevanza pubblica (mi vien in mente, giusto per fare un esempio, la prassi sempre più diffusa di sottoporre ad una “revisione” pubblica disegni di legge, bozze di regolamenti, etc.).
Affianco a questo uso dei social network in quanto “giacimenti di informazioni” permane quello che li considera (non a torto) strumenti propedeutici all’attività istituzionale: da manuale il caso di Twitter, il quale annovera tra i suoi tweeter non solo privati cittadini ma anche politici, enti pubblici ed aziende. I cinguettii di questi ultimi si affiancano in tutto e per tutto ai tradizionali comunicati stampa “unidirezionali” ed in quanto tali andrebbero conservati così come conserviamo i corrispettivi cartacei (conscia dell’importanza di alcuni tweet da quasi due anni la Library of Congress conserva tutti i cinguettii lanciati nel mondo; se sul merito sono d’accordo, sul metodo – conservazione indiscriminata dell’intero archivio – nutro più di un dubbio). Per inciso l’uso di Twitter da parte di personalità pubbliche crea casi ibridi decisamente interessanti (e problematici): l’attuale Ministro degli Affari Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha un suo profilo personale (non legato dunque alla carica che ricopre) dal quale però lancia tweet inerenti al suo incarico i quali di norma anticipano nel contenuto un successivo comunicato stampa od una nota ufficiale rilasciata dalla Farnesina ma che talvolta non sono seguiti da alcuna comunicazione ministeriale e pertanto devono essere considerati come opinioni personali dello stesso.
Frutto del medesimo approccio “strumentale” è quanto fatto dalla Direzione Generale per gli Archivi (DGA) con il suo canale YouTube, nel quale sono caricati VHS digitalizzati provenienti da diversi archivi italiani: se da un lato con ciò si ribadisce la volontà della pubblica amministrazione di andare dai cittadini là dove questi trascorrono gran parte del loro tempo, dall’altro c’è da interrogarsi sulla natura di quell’archivio “parallelo” (peraltro frutto di una operazione di selezione che archivisticamente parlando può sollevare qualche perplessità) che viene a crearsi su YouTube e soprattutto sulla natura di YouTube stesso, che allontanandosi dal suo motto Broadcast Yourself sembra tornare alle origini allorquando la parola d’ordine era “L’archivio digitale dei tuoi video”: ed è innegabile che in esso, seppur in modo accidentale, venga a formarsi un formidabile “archivio” di video alla portata di click di ciascun cittadino.
Una funzione analoga a YouTube è svolta, per quanto riguarda la foto, da Flickr e dall’astro nascente Pinterest, nei quali fotografi professionisti, architetti, designer, etc. caricano, condividono e conservano le proprie creazioni: anche in questo caso c’è da chiedersi (provocatoriamente) se questi servizi possano rappresentare gli Archivi Alinari del futuro.
Finisco questa carrellata con quello che è universalmente riconosciuto come il principe dei social network, Facebook: nato come servizio che consente alle persone di rimanere in contatto con i propri amici ha successivamente aperto le porte, per motivi di business, anche alle aziende ed alle organizzazioni. Di particolare rilevanza ai fini del discorso che sto qui facendo la nuova funzionalità Timeline: in pratica chiunque abbia un profilo può inserire, lungo una linea del tempo digitale, foto, eventi, video, etc. relativi a fatti accaduti in quel determinato momento. In tal modo un’intera vita può essere ricostruita e “postata”; se per la maggior parte degli utenti si tratterebbe di un’operazione ex post, per un’azienda fondata oggi o per un neonato (in tal caso il profilo ovviamente sarebbe gestito da un genitore; cercate, su FB ci sono già i primi esempi) è tecnicamente possibile riempire questa linea del tempo praticamente in real time al punto che, tra venti o trent’anni, potremmo essere in grado di ripercorrere un’intera esistenza giorno per giorno. Insomma, ci avviciniamo passo dopo passo al concetto una volta fantascientifico di vita digitale!
Ma tornando più sul concreto, le applicazioni pratiche di Facebook Timeline sono particolarmente interessanti per quanto riguarda il versante delle aziende / organizzazioni: sui principali quotidiani è ad esempio circolato il caso di Coca Cola Company la quale ha postato la foto del suo fondatore ed immagini delle prime bottiglie di questa famosa bibita recuperate dal proprio archivio d’impresa. Ancor più ricca di contenuti, a mio avviso, la pagina dell’US Army (per accedervi bisogna essere registrati a FB): dal 1775, anno della Dichiarazione d’Indipendenza ai giorni nostri, la storia dell’esercito è ricostruita attraverso foto, documenti e video molti dei quali provenienti dai National Archives. Una caratteristica molto affascinante è che man mano che ci si avvicina ai giorni nostri i contributi sono sempre più abbondanti e “fitti” fino a diventare pressoché minuto per minuto, con post da ogni parte del mondo e riferimenti ai più svariati reparti, da quelli impiegati in teatri operativi a quelli della Guardia Nazionale!
Giunti al termine di questa giocoforza rapida carrellata, mi sembra che si possa affermare che il rapporto archivi / social network, nella duplice funzione di “utile strumento” e “deposito di documenti digitali”, sia più vivo che mai e proprio per questo non vada affatto trascurato ma anzi seguito con attenzione nella sua evoluzione futura.

Social network, privacy ed archivi

Graphs & Social Networks: Facebook Group Social Graph (Gephi)

Graphs & Social Networks: Facebook Group Social Graph (Gephi) di sociomantic

Il successo dei vari social network, da Facebook a Twitter, da LinkedIn ad aNobii, è così travolgente che non è nemmeno più il caso di spendere parole.
Quasi tutti noi ci cimentiamo quotidianamente in attività più o meno eroiche quali postare il nostro stato d’animo, pubblicare la foto del nostro cane, twittare un articolo reputato interessante e via di questo passo.
Una parte sempre più cospicua di queste azioni le compiamo nel corso della nostra giornata lavorativa, talvolta usando una serie di dispositivi tecnologici non di nostra proprietà ma bensì dell’organizzazione presso la quale siamo impiegati: desktop-PC, cellulari, smartphone, portatili, tablet. Talvolta si tratta di comportamenti fatti in modo “furtivo” senza il beneplacito dei nostri datori di lavoro, tal’altra siamo da questi ultimi direttamente incentivati al fine di sviluppare la dimensione (o quanto meno l’immagine) “sociale” della stessa. Nel primo caso il nostro operato, oggettivamente censurabile, può quanto meno provocarci una reprimenda ma può tranquillamente sfociare in sanzioni disciplinari fino al licenziamento (specie se ci lasciamo andare a commenti poco lusinghieri nei confronti dell’organizzazione cui apparteniamo!); nel secondo caso, al contrario, gli stessi account con i quali ci presentiamo e ci facciamo conoscere in Rete comunicano chiaramente agli altri utenti chi siamo e cosa facciamo e proprio in virtù di questo ruolo di “rappresentanti dell’azienda” ci è richiesto di mantenere un profilo in linea con quella che è l’immagine che la nostra organizzazione vuol trasmettere.
Che ci troviamo nel primo o nel secondo dei casi, l’organizzazione cui apparteniamo è spinta a “sorvegliare” la nostra attività; i motivi di questa “pulsione” sono molteplici: 1) di sicurezza (potremmo più o meno consapevolmente mettere in circolazione informazioni riservate) 2) economici (dal danno causato dalla “mancata prestazione” perché il dipendente trascorre il suo tempo a chattare anziché lavorare al caso opposto dell’ex collaboratore che si tiene la rete di contatti instaurata per conto dell’azienda; recente la causa intentata da un’azienda statunitense contro un suo ex lavoratore che le ha fatto un simile colpo gobbo e che ha valutato l’account Twitter con 17mila follower la bellezza di 340mila dollari) 3) di immagine / brand management (vigilare che il flusso di comunicazioni ed informazioni in uscita crei un feedback positivo; che poi quest’insieme di informazioni e comunicazioni possano essere sfruttati anche in chiave di business e di knowledge management tanto meglio!).
Questo compito di “sorveglianza” però è reso difficoltoso dalla notevole frammentazione in termini di device (= di strumenti di creazione) e di servizi (vale a dire, dei diversi social network di volta in volta usati); proprio per aiutare ad assolvere questa “mission” e a venir incontro a quest’insieme eterogeneo di esigenze talvolta contrastanti sono state fondate numerose aziende (una è Smarsh) che offrono servizi di social media archiving: in pratica è possibile definire il livello di accesso dei propri impiegati ai social network, stabilire quali funzionalità attivare nonché controllare preventivamente se quanto viene scritto è in linea con la propria policy. Il tutto viene indicizzato ed archiviato in data center geograficamente distinti (dal punto di vista tecnologico le soluzioni di archiviazione spaziano dai dischi WORM al cloud computing; la citata Smash ad esempio usa il primo per i messaggi su social network o l’instant messaging il secondo per mail ed sms).
Il ricorso a siffatti servizi, se da una parte è comprensibile, dall’altra proprio per la “promiscuità” intrinseca nello “strumento social network” (con una talvolta inscindibile compresenza di dimensione privata e dimensione pubblica), solleva a mio avviso una duplice preoccupazione per quanto attiene la tutela della privacy: in primo luogo quella relativa all’ingerenza nella sfera personale del proprio datore di lavoro, in secondo luogo quella (comune a tutti i servizi di storage sulla nuvola) relativa alla sicurezza dei dati / informazioni affidati a terzi.
Insomma l’ennesima riprova di come il modello del cloud computing presenti ancora lati oscuri e vada implementato con la massima cautela; nel frattempo IDC ha recentemente stimato che a livello globale i proventi del “message and social media archiving” saliranno dal miliardo di dollari del 2011 agli oltre 2 del 2015. Previsioni più che positive che non lasciano dubbi su quale sia la direzione verso cui stiamo andando: un futuro sempre connesso che se da un lato ci offrirà opportunità impensabili fino a pochi anni fa dall’altro “traccerà” ogni istante delle nostre vite e forse ci renderà un po’ meno liberi.

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