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Il Kindle Fire arriva finalmente in Italia, mentre per l’ereader Paperwhite bisogna aspettare. Con questa mossa Bezos ha veramente ammazzato il mercato?

Kindle Fire HD 7''

Kindle Fire HD 7” (fonte foto: http://amazon-press.it/immagini-stampa.html)


PREMESSA

Mi ero intimamente ripromesso, per motivi di prudenza, di commentare la messe di device lanciati in questi ultimi giorni a bocce ferme, vale a dire dopo il 12 settembre, giorno in cui Apple dovrebbe presentare l’iPhone 5 e, a detta di molti, un Mini iPad. La quantità di colpi sparati l’altro ieri da Jeff Bezos è però stata tale e tanta, i dibattiti in Rete che ne sono seguiti così accesi, gli articoli ed i commenti sui siti specializzati talmente numerosi che non riesco a mantenere la promessa!

I NUOVI DEVICE

Dal momento che le novità e le specifiche tecniche saranno ormai arcinote a tutti voi, riassumo a solo titolo d’inventario quanto “disvelato” da Jeff Bezos in quel di Santa Monica focalizzandomi, dal momento che in giro ho visto parecchie imprecisioni, soprattutto su prezzi e date di consegna (dati ricavati dai siti Amazon.com ed Amazon.it):
1) l’ereader Kindle Paperwhite, caratterizzato dallo schermo assai più definito e dall’illuminazione “notturna”, è disponibile in versione solo WiFi oppure con connettività 3G rispettivamente a 119 e 179 dollari; per ora NON è in vendita in Italia (contestualmente il “vecchio” Kindle base, anch’esso oggetto di qualche miglioria nella definizione dello schermo e nella reattività della pagina, scende a 69 dollari – 79 euro in Italia)
2) il tablet New Kindle Fire: a dispetto del nome si tratta in realtà del “vecchio” Kindle Fire (cioè di quello presentato nel settembre 2011) sottoposto ad un discreto upgrade per quanto riguarda il processore (più veloce), la memoria (raddoppiata) e la durata della batteria; costa 159 dollari e, con deciso ritardo, arriva pure in Italia dove costerà 159 euro (cambio dollaro / euro 1 ad 1!) con consegne a partire dal 25 ottobre (contro il 14 settembre degli Stati Uniti)
3) il nuovo (questa volta sì!) tablet Kindle Fire HD; anche in questo caso il nome non deve ingannare giacché con esso si fa riferimento a più dispositivi talvolta significativamente diversi tra di loro (in particolare le versioni da 8,9 differiscono rispetto a quelle da 7 pollici, oltre che per le dimensioni, per la maggior definizione dello schermo, per la presenza di un sistema audio dual-stereo – VS dual drive stereo – e per un processore leggermente più potente – 1,5 GHz VS 1,2 -; per un raffronto tra i vari modelli rimando alla tabella comparativa presente in fondo a questa pagina). Entrando nello specifico le “versioni” esistenti sono le seguenti: a) quella con display da 7 pollici, dal costo di 199 dollari se si vuole la memoria da 16GB oppure di 249 dollari se si opta per quella più “sostanziosa” da 32GB; in consegna rispettivamente a partire dal 14 settembre e 25 ottobre, è disponibile anche nel mercato italiano al prezzo “invariato” (nel cambio) di 199 e 249 euro, con consegne che però slittano al 25 ottobre b) quella con schermo da 8,9 pollici: è questa a mio avviso l’autentica novità, dal momento che va a sfidare direttamente l’iPad 3 per dimensioni e specifiche tecniche (ricordo che la tavoletta della Mela ha uno schermo da 9,7 pollici; n.d.r.) e conseguentemente per prestazioni e relative applicazioni e servizi che è possibile farci girare. L’offerta di Amazon in questo caso è ancora più sottoarticolata: abbiamo infatti da un lato la versione con sola connettività Wi-Fi con memoria interna da 16 GB al prezzo di 299 dollari oppure quella da 32 GB a 369 dollari, mentre dall’altro lato la versione con connettività LTE (4G) con memoria da 32 GB a 499 dollari oppure quella da 64 GB a 599 dollari. La consegna per tutti questi ultimi device è stimata per il 20 novembre e per il momento NON riguarda Italia (del resto della versione 4G non ce ne faremmo granché non essendo praticamente sviluppata la relativa rete!).

BEZOS AMMAZZA IL MERCATO?

Finora ho parlato soprattutto di hardware ma, come ha tenuto a sottolineare Jeff Bezos durante la presentazione, Amazon produce servizi, non gadget. E meno male, vien da dire, perché quella fatta dall’azienda di Seattle è vera innovazione tecnologica che fa impallidire al confronto le “novità” lanciate dalla concorrenza nei giorni precedenti! Avevano iniziato mercoledì Nokia e Motorola: riguardo all’azienda finlandese molti analisti, rivitalizzando i rumor diffusi all’epoca della presentazione di Surface di Microsoft, avevano ipotizzato che sarebbe stato annunciato un tablet o meglio ancora un phablet (inutile oramai creare un doppione del Surface!), invece la società guidata da Stephen Elop si è limitata a svelare la sua nuova linea di smartphone Lumia 920 (peraltro mi sembra quantomeno accattivante, peccato solo per la gaffe del PureView!). Analoga delusione è arrivata da Motorola: anche in questo caso, per quanto la presenza del Nexus 7 inducesse a far ritenere la cosa poco probabile, vi era chi ipotizzava la presentazione di qualcosina di più del solito smartphone: ebbene, il nuovo Razr Maxx è effettivamente un cellulare cresciutello (display da 4,7 pollici contro i 5,3 del Samsung Note) ma nulla di più.
Paradossalmente a cercare di sparigliare le carte è stata un’outsider, vale a dire quella Kobo che a forza di internazionalizzazione a tappe forzate ed accordi con editori e librerie indipendenti sta cercando di ritagliarsi un ruolo “antagonista”: a leggere le specifiche tecniche la triade di nuovi prodotti lanciati dall’azienda nippo-canadese (ovvero gli ereader Glo e Mini ed il tablet Arc) non sfigurano affatto rispetto ai device proposti da ben più quotati competitor e, aggiungo, sono anche esteticamente deliziosi!
Purtroppo un grosso limite è il prezzo, e qui arriviamo alla domanda da un milione di dollari: Amazon, con gli annunci di ieri, si accinge ad ammazzare il mercato degli ereader? Ad esempio sarebbe stato interessante vedere l’accoglienza del mercato per il Kobo Mini da 5 pollici (un ereader letteralmente tascabile!) ma il prezzo di 79,99 dollari non lo aiuta se pensiamo che l’entry level del Kindle è da ieri a 69,99 dollari. Discorso analogo per il Kobo Glo: costa 129,99 dollari, quanti lo preferiranno al Kindle Paperwhite che ne costa 10 in meno?
Un minimo più problematica la scelta in campo tablet. L’Arc, ad esempio, è sulla carta sicuramente superiore al New Kindle Fire mentre (a parità di soldi, ovvero 199 dollari) rispetto al Kindle Fire HD da 7 pollici oltre a non avere il doppio WiFi è sicuramente inferiore per qualità audio e memoria interna (8 GB VS 16!); vanta invece un certo vantaggio in quanto a processore (1,5 GHz VS 1,2) e pareggia in quanto a definizione dello schermo (ma mai come in questo caso sarebbe necessaria una prova diretta; Amazon assicura di aver abbattuto del 25% i riflessi della luce solare togliendo lo strato di vuoto esistente tra schermo LCD e strato touch ma anche Kobo garantisce “cristallinità” dell’immagine ad angolazioni elevate!). Ma ad uscire forse peggio di tutti nell’arena delle tavolette low cost è il Nexus 7 di Google (da martedì 4 peraltro in vendita anche in Italia) il quale nella versione più costosa viene 249 dollari / euro, vale a dire quanto il Kindle Fire HD che però ha il doppio di memoria interna e come ricordato per l’Arc poco sopra il doppio Wi-Fi, lo schermo antiriflesso, l’audio dual stereo, etc. (in definitiva gli unici plus del Nexus 7 sono il processore leggermente più performante ed il sistema NFC, il quale però ora come ora rappresenta soprattutto un fronzolo senza molte applicazioni concrete…). Insomma, se l’altro giorno durante la presentazione dei Motorola Razr Eric Schimdt ammetteva candidamente che Android (e Google) erano indietro nei tablet, probabilmente dopo la presentazione della nuova famiglia Kindle (che usano sì Android, ma tendono ad occultarlo sotto l’interfaccia Amazon) sarà ancora più preoccupato.
Ragionando numeri alla mano, dunque, sembra proprio che la risposta alla domanda posta a titolo di questo paragrafo sia affermativa, in linea con quanto già sentenziato da Pianeta eBook in uno dei suoi tweet:

E’ infatti innegabile che Amazon abbia assestato un durissimo colpo al mercato, avendo essa lanciato prodotti con un rapporto qualità / prezzo difficilmente avvicinabile dai competitor a meno che anch’essi non si accontentino di margini risicati, che è esattamente il concetto sotteso da Bezos nel momento in cui afferma: “We want to make money when people use our devices, not when they buy our devices”! In altri termini per l’azienda di Seattle i device non sono che un mezzo come un’altro attraverso il quale stringere una relazione con i clienti ai quali successivamente vendere prodotti e servizi a prezzi, man mano che la relationship si fa più profonda ed aumentano le quote di mercato detenute, sempre più stracciati e tali da mandare gambe all’aria la concorrenza (è quella che JMAX, in un post apparso sul blog TKBR qualche mese fa, definiva engagement economy; l’autore vi sostiene che non ci sarebbe da meravigliarsi se Amazon un giorno, portando alle estreme conseguenze tale politica, mettesse in vendita ebook ad un prezzo tendente a zero).
Come noto l’economia però non è solo numeri ma dipende molto anche da fattori psicologici, motivo per cui non si può rispondere alla domanda iniziale senza prendere in considerazione alcuni fattori soggettivi: essa sarà affermativa (sì, Amazon ammazza il mercato) se la percezione che ha il cliente finale della relazione instaurata rimarrà invariata e quest’ultimo continuerà a ragionare soprattutto con il portafogli e con una prospettiva di breve respiro; credo al contrario che la risposta possa essere negativa (no, il mercato è salvo e le varie aziende continueranno a farsi concorrenza più o meno spietata) se almeno una parte degli utenti (attuali e potenziali) riterrà che la liason con Amazon rischi di diventare troppo “vincolante”. Lasciamo stare le accuse nuovamente lanciate al browser Silk di ledere la privacy (ma almeno dovrebbe esserci la possibilità di opt-out) e soprassediamo pure al fatto che sia impossibile eliminare, anche a pagamento, la pubblicità ma soffermiamoci invece sui soli aspetti “librari” (per quanto questi, bilanci alla mano, oramai non costituiscano da un pezzo la principale fonte di guadagni per l’azienda di Seattle): la consapevolezza che gli ereader Kindle supportano solo il formato proprietario .mobi e che questo non è compatibile (direttamente) con la gran parte degli altri dispositivi di lettura in commercio (che si stanno più o meno uniformando sull’ePub come modello standard), unita al fatto che gli ebook che acquistiamo in realtà… non li acquistiamo ma piuttosto li noleggiamo “a lungo termine” (vera o fasulla che sia, la storia di Bruce Willis era lì lì per scoperchiare un vero vaso di Pandora, peccato che sia velocemente sparita dal dibattito delle Rete e non abbia praticamente sfiorato i media mainstream!) dovrebbero bastare a dissuadere una certa quota di utenti che preferiscono pagare di più ma “fare quel che vogliono”!
In ultima analisi è dunque una questione profondamente soggettiva e che a sua volta rimanda a come l’individuo forma le sue convinzioni (ad es. ruolo di familiari ed amici, media ai quali è esposto, etc.), un argomento evidentemente sterminato ma che esula dagli obiettivi di questo post. Pertanto mi fermo qui ed aggiungo solo che, senza voler dividere manicheisticamente tra buoni e cattivi, in Rete ci sono tutti gli strumenti e le informazioni per documentarsi indipendentemente, farsi la propria opinione e decidere quale sia la proposta migliore (o la meno peggiore…).

CONCLUSIONI

I raffronti tra i vari device fatti nel corso di questo post testimoniano che Amazon ha sicuramente lanciato una serie di dispositivi eccellenti dal punto di vista tecnico, ad un prezzo concorrenziale e soprattutto accessibile a moltissimi utenti: se questi ultimi dovessero ragionare solo in base a meri calcoli economici, c’è da attendersi che Amazon a breve diverrebbe regina del mercato. Se gli utenti invece scaveranno un po’ più a fondo nel tipo di relazione, realizzeranno che questa non è esattamente paritetica: ad alcuni potrà andare bene ugualmente (infine, l’importante è risparmiare…), altri invece anteporranno la loro “libertà” (per restare nel librario questo significa esigere ebook in un formato aperto in modo da poterli leggere su qualsiasi device, di poterli salvare dove vogliono e soprattutto di possederli per sempre disponendone come meglio si ritiene, si intende sempre nel rispetto delle leggi) e cercheranno altre soluzioni per godersi le proprie letture digitali.
Il fattore discriminante in definitiva risulta essere proprio la sensibilità personale e la volontà di formarsi una propria opinione; nel mio piccolo spero con questo post di aver contribuito almeno in minima parte al raggiungimento di questo obiettivo.

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Con Glacier anche gli archivi storici vanno sulla nuvola

Inside the library

Inside the library di muegyver, su Flickr


LA NOTIZIA

Non sarà passato inosservato ai più l’annuncio, dato da Amazon qualche settimana fa, del lancio di Glacier, servizio di archiviazione sulla nuvola appositamente pensato per quei dati / documenti digitali oramai “vecchi” e poco utilizzati ma dei quali per svariati motivi (prescrizione legislativa, ragioni di opportunità e convenienza, etc.) è prevista la conservazione nel lungo periodo.
Come spiegato in un post di Werner Vogels, CTO di Amazon, il servizio si rivolge ad un pubblico eterogeneo: si spazia dalle grandi aziende alle PMI, passando naturalmente per le giovani e dinamiche start up, senza ovviamente dimenticare gli enti di ricerca, i governi, le aziende sanitarie, le media company, le biblioteche, etc.
A tutti costoro Amazon propone di sottoscrivere un contratto sicuramente aggressivo ed “accattivante”: appena 0,01 dollari per Gigabyte al mese (0,011 qualora come data center di riferimento si scelga quello irlandese) purché non si “movimenti” più del 5% di quanto caricato o non lo si cancelli entro 90 giorni dall’upload; in tale evenienza Amazon applica una tariffa che parte da 0,011 GB nel primo caso e fissa di 0,033 nel secondo (per ulteriori dettagli sul piano tariffario rimando a questa pagina). L’intento è chiaro, ovvero disincentivare gli utenti a fare un uso “improprio” di Glacier che, per l’appunto, è dedicato all’archiviazione (caratterizzata da un relativamente minor numero di operazioni di recupero) e non allo storage di breve respiro; a fungere da ulteriore deterrente a comportamenti “da furbetti”, oltre alla tariffazione, è il tempo stesso impiegato per l’operazione di estrazione dei dati / documenti richiesti, mediamente quantificato in 5 ore!

LE REAZIONI

Dal momento che la stessa Amazon, in linea con tutte le “novità” che gravitano attorno al cloud computing, ha impostato la sua proposta puntando sull’elemento cost-effectiveness, non deve sorprendere che il dibattito sui siti e blog specializzati si sia sviluppato con l’obiettivo preciso di confutare o meno la convenienza del nuovo servizio omettendo quasi del tutto di chiedersi se esso, al di là della dimensione economica, risponda realmente alle esigenze di archiviazione: è banale sottolinearlo ma gli eventuali risparmi ottenibili da soli non giustificano il passaggio ad un diverso sistema di archiviazione, soprattutto qualora quest’ultimo non sia archivisticamente valido almeno quanto quello che si abbandona! Ciò nondimeno, anche alla luce delle perduranti ristrettezze economiche, credo sia utile sintetizzare le posizioni dei due schieramenti, rimandando ai paragrafi successivi per una trattazione più dettagliata delle caratteristiche squisitamente archivistiche di Glacier e delle problematiche sollevate.
I detrattori del nuovo servizio di Amazon si sono sforzati, conti alla mano, di dimostrare come esso non sia competitivo rispetto alle librerie di nastri che vorrebbe pensionare dal momento che costa circa 10 volte tanto (soprattutto in presenza di archivi di notevoli dimensioni; siamo sull’ordine delle decine di Petabyte, n.d.r.). Se da Amazon si sono affrettati a rispondere che per vedere i risparmi bisogna (giustamente a mio avviso, dal momento che stiamo parlando di archiviazione nel lungo periodo) fare proiezioni di spesa che vadano oltre i 5 anni, altri analisti hanno rilevato come i sostenitori delle tape library abbiano omesso di mettere in conto alcune voci di spesa non esattamente irrilevanti, come quelle derivanti dalla necessità di allestire un sito secondario di ripristino oppure ancora una buona quota di quelle di manutenzione e di gestione (e come ben sintetizza Enrico Signoretti, quel che conta è il TCO e non il TCA, vale a dire il costo totale di possesso e non quello di acquisto!); morale della favola, aggiungendo queste ulteriori voci di spesa le soluzioni finiscono per l’equivalersi ma con il vantaggio innegabile, per coloro che si affidano a Glacier, di venir “affrancati” da ogni incombenza diretta sulla materia e soprattutto con la certezza di non venire mai a trovarsi nella poco invidiabile situazione di essere dotati di infrastrutture vuoi sottodimensionate vuoi sovradimensionate (origine nel primo caso di sprechi e di inefficienze, nel secondo di onerosi upgrade); con Glacier, così come con tutti gli altri servizi ispirati al modello del cloud computing, si paga infatti solo in base all’effettivo consumo (pay-as-you-go) con la possibilità di scalare verso l’alto o verso il basso a seconda delle esigenze.

OSSERVAZIONI DI NATURA TECNICA

Come accennato poc’anzi uno dei tratti salienti di Glacier è l’abbandono del nastro magnetico come supporto principe (e low cost!) per l’archiviazione di massa di lunga durata; sollecitata a dare delucidazioni sulle soluzioni tecnologiche adottate, Amazon ha confermato attraverso un portavoce che “essentially you can see [Glacier] as a replacement for tape” che gira su “inexpensive commodity hardware components” (verosimilmente, chiosa l’autore dell’articolo, si tratta di un “very large storage arrays consisting of a multitude of high-capacity low-cost discs”).
Si tratta di una informazione di non poco conto dal momento che si abbandonano i nastri, con la loro lenta memoria ad accesso sequenziale (in sostanza per accedere ad un determinato dato occorre percorrere tutto il nastro a partire dall’ultimo punto cui si era acceduti), in luogo delle più performanti memorie ad accesso diretto: peccato che ciò sia vanificato dai lunghi tempi di latenza (circa 5 ore) entro i quali Amazon garantisce il recupero. Insomma, un servizio low cost ma anche very slow!
Per il resto viene ovviamente posto l’accento sulla ridondanza delle copie: ogni dato viene archiviato in più strutture ed in più dispositivi all’interno della singola struttura, al punto che si garantisce, come anzidetto, la durabilità annuale del 99.999999999% con periodiche, rigorose operazioni di verifica dell’integrità dei dati medesimi.

OSSERVAZIONI DI NATURA ARCHIVISTICA

Dal punto di vista archivistico con Glacier viene fino ad un certo punto ricostituita sulla nuvola l’unitarietà fisica e logica dell’archivio: giusto per restare in casa Amazon se su Amazon Web Services (AWS) va la parte corrente su Glacier va quella storica con la prospettiva, come ricordato da Vogels nel post citato, che in un prossimo futuro le due parti possano dialogare pienamente con il trasferimento dall’una una all’altra.
Ma oltre a questa premessa di cappello ci sono altre considerazioni archivistiche da fare; vediamo in modo un po’ più articolato:
1) poche righe sopra scrivevo che viene a ricrearsi l’unità dell’archivio “fino ad un certo punto”: questa precisazione perché non esiste ad oggi una soluzione intermedia per la fase di deposito né è dato sapersi se mai esisterà! Oramai infatti il cambiamento di status tra le varie fasi, al di là di alcuni aspetti giuridici (ad esempio il passaggio di responsabilità dai responsabili dei vari uffici a quello della conservazione), si risolve dal punto di vista “fisico” nell’allocazione dei dati / documenti in device sempre più omogenei e che differiscono, come ben esemplificano i prodotti di Amazon, “solo” per diverse scelte architetturali e per il livello di prestazioni
2) le cinque ore di tempo di latenza entro il quale Amazon assicura il recupero dei dati e la possibilità di effettuarne il download sono oggettivamente troppi: per anni si è scritto che l’avvento del digitale avrebbe garantito una fruizione universale ed istantanea degli archivi storici, favorendone nel contempo la valorizzazione, ed ora ci si dovrebbe accontentare di un tempo di recupero mediamente assai superiore rispetto a quello occorrente in un Archivio di Stato per vedersi consegnata la busta (cartacea) richiesta?!
Mi si potrà obiettare che non necessariamente i dati / documenti devono essere accessibili al pubblico ed inoltre che, in linea con l’Hyerarchical Storage Management (HSM), è sempre possibile allocare quei dati / documenti “di valore” negli storage device più prestanti, ma ciò vuol dire non tener conto di quanto ultimamente si va dicendo in fatto di big data =>
3) riguardo a quest’argomento assai in voga io stesso in un post di qualche mese fa ho evidenziato come, alla luce degli usi e riusi inaspettati che si fanno (e si faranno sempre più) degli open (linked) data, il relativo life-cycle stia mutando: meno picchi ma al contrario un uso più costante e prolungato nel tempo e soprattutto con numeri di istanze mediamente più elevati. In buona sostanza, considerando che Amazon stessa indica tra i vari scenari applicativi quello degli open data (i quali praticamente per definizione non si sa se, come, quando e da chi verranno utilizzati), non è sensato far aspettare un eventuale ricercatore per ore ed ore! Questo aspetto ci introduce al punto seguente =>
4) il mutato ed imprevedibile data life-cycle dei giorni nostri, al contrario di quello “scontato” che l’ha preceduto (caratterizzato da alto uso durante la fase attiva e poi istanze man mano decrescenti nella fase passiva), rende ovviamente più difficile l’individuazione, che giocoforza deve essere effettuata a priori, di quali dati caricare e conseguentemente delle soluzioni di archiviazione più idonee. Del resto questo problema rimanda a quello più amplio della discrezionalità (in assenza di strumenti avvicinabili al massimario di selezione e scarto), circa cosa caricare e ai conseguenti rischi di rottura del vincolo archivistico
5) critici pure alcuni aspetti denunciati da Andrea Rota (che ha avuto modo di provare Glacier) sul suo blog personale: a prescindere dal fatto che le “operazioni di upload e download possono essere effettuate solo tramite la programmazione delle API di Amazon” (quindi in modo non immediato), Rota sottolinea che “come già avviene per altri servizi di storage di Amazon, i file caricati perdono il loro nome originale, che viene sostituito con una lunga stringa alfanumerica”, motivo per cui “se si vuole tracciare l’associazione fra nome e stringa identificativa, ad esempio per ricercare i file per nome, è necessario mantenere un indice esterno a Glacier oppure usare i metadati associati agli archivi”. Pare dunque di capire che, in assenza di adeguate cautele, vi sia l’elevato pericolo di perdita dei legami esistenti tra i vari dati / documenti.

OSSERVAZIONI DI NATURA LEGALE

Non meno importanti gli aspetti di natura legale sulla valutazione complessiva del servizio: valgono infatti in toto le considerazioni fatte a suo tempo per i servizi di storage sulla nuvola. Non a caso l’uso di Glacier è soggetto al medesimo contratto che regolamenta Amazon Web Services (si veda a riguardo AWS Customer Agreement) ed in particolare, tra le tante, vige la seguente condizione (punto 11; i grassetti sono miei, n.d.r.):

WE AND OUR AFFILIATES OR LICENSORS WILL NOT BE LIABLE TO YOU FOR ANY DIRECT, INDIRECT, INCIDENTAL, SPECIAL, CONSEQUENTIAL OR EXEMPLARY DAMAGES […], EVEN IF A PARTY HAS BEEN ADVISED OF THE POSSIBILITY OF SUCH DAMAGES. FURTHER, NEITHER WE NOR ANY OF OUR AFFILIATES OR LICENSORS WILL BE RESPONSIBLE FOR ANY COMPENSATION, REIMBURSEMENT, OR DAMAGES ARISING IN CONNECTION WITH: (A) YOUR INABILITY TO USE THE SERVICES, INCLUDING […] (II) OUR DISCONTINUATION OF ANY OR ALL OF THE SERVICE OFFERINGS, OR, (III) WITHOUT LIMITING ANY OBLIGATIONS UNDER THE SLAS, ANY UNANTICIPATED OR UNSCHEDULED DOWNTIME OF ALL OR A PORTION OF THE SERVICES FOR ANY REASON, INCLUDING AS A RESULT OF POWER OUTAGES, SYSTEM FAILURES OR OTHER INTERRUPTIONS; […] (D) ANY UNAUTHORIZED ACCESS TO, ALTERATION OF, OR THE DELETION, DESTRUCTION, DAMAGE, LOSS OR FAILURE TO STORE ANY OF YOUR CONTENT OR OTHER DATA. IN ANY CASE, OUR AND OUR AFFILIATES’ AND LICENSORS’ AGGREGATE LIABILITY UNDER THIS AGREEMENT WILL BE LIMITED TO THE AMOUNT YOU ACTUALLY PAY US UNDER THIS AGREEMENT FOR THE SERVICE THAT GAVE RISE TO THE CLAIM DURING THE 12 MONTHS PRECEDING THE CLAIM

Condizioni, si intende, che definire sbilanciate è un eufemismo e che peraltro stridono con le numerose rassicurazioni date in ordine all’affidabilità tecnica (si veda il 99.999999999% di durabilità media annuale): non ha senso da un lato promettere mari e monti e dall’altra declinare praticamente ogni responsabilità impegnandosi a risarcimenti spesso irrisori!

CONCLUSIONI

Tirando le somme, Glacier è sicuramente interessante in quanto costituisce il primo esempio di servizio sulla nuvola pensato per la conservazione permanente di dati e documenti digitali, questi ultimi in prospettiva “raccordati” pure con la parte corrente; è questa probabilmente l’unica nota positiva assieme al pricing aggressivo (che indubbiamente costituisce un ottimo biglietto da visita) giacché è bastata la veloce analisi alla quale ho sottoposto il nuovo servizio made in Seattle per evidenziare come esso patisca le consuete “tare”: discrezionalità su cosa caricare con conseguente rischio di rottura del vincolo, assenza di metadati (la cui presenza dipende dalla buona volontà di chi carica i dati), termini legali insoddisfacenti, cui si aggiungono un tempo di latenza imbarazzante e la vexata quaestio se sia o no un vantaggio affidare a terzi la gestione dei propri archivi digitali (o più correttamente delle infrastrutture sulle quali questi risiedono). Come saprete ritengo che almeno le istituzioni pubbliche dovrebbero farsi carico di queste incombenze ma a vedere il trend sono in minoranza…

Quando il caffè fa la differenza

Waterstone's

Il punto vendita Waterstone’s di Inverness presso il Mark & Spencer Mall

Persino le poche settimane (agostane ergo vacanziere) trascorse nel Regno Unito mi sono state sufficienti per farmi un’idea di come alcuni cambiamenti strutturali, non ancora pienamente esplicati in Italia, stiano coinvolgendo librerie e biblioteche d’oltremanica (d’altronde se Amazon UK, nel giro di appena due anni, ha annunciato il sorpasso delle vendite di ebook sui corrispettivi cartacei vuole dire che il digital shifting c’è stato eccome!).
Intendiamoci, esteriormente librerie e biblioteche preservano il consueto aspetto: libri in bella mostra, scaffali, locali accoglienti e sedi di pregio o comunque in posizioni centrali. A cambiare è il messaggio che si rivolge al cliente / utente circa l’offerta di prodotti e servizi a quest’ultimo destinati; come si evince dalle foto pubblicate in questo post, specie per le librerie, all’oggetto libro non viene praticamente più riservato il posto di rilievo che ci si potrebbe attendere: certo, i nuovi arrivi ed i best sellers sono ancora in bell’evidenza sulle vetrine, ma è innegabile che ormai si punta su altro: personalmente sono stato sorpreso dall’enfasi con cui si sottolinea la presenza all’interno di librerie e biblioteche dell’ormai immancabile area caffè. Emblematico il caso di Waterstone’s qui sopra, con il brand della catena libraria presentato quasi con lo stesso rilievo di quello di Costa Coffee (la risposta britannica allo statunitense Starbucks, che oltreoceano ha fatto da apripista nel campo con l’ormai ventennale alleanza con Barnes & Noble per poi penetrare all’interno delle biblioteche di college ed università), al punto che vien da chiedersi se stiamo entrando in una libreria od in una caffetteria! Nelle biblioteche questa tendenza è meno accentuata, ma la presenza di un angolo caffè (e non sto parlando dei distributori automatici!) è la regola, del resto accolta anche nelle ultime realizzazioni in Italia.
Ma il punto più interessante, e qui avviene l’interessante “saldatura” tecnologica, è che, si tratti di caffè all’interno di librerie o di biblioteche, i tavolini o divanetti sono sempre affollati di gente intenta a leggere ebook con i suoi e-reader o che comunque armeggia su tablet e smartphone; evidentemente, nonostante la copertura Wi-Fi (con reti aperte!) delle città inglesi sia eccellente in quanto a qualità del segnale e a capillarità degli hot spot, gli utenti / clienti ricercano in questi luoghi il silenzio e la quiete che altrove non possono trovare.
Insomma, la possibilità già ventilata che librerie e biblioteche diventino luoghi privilegiati per il download e la lettura di ebook, ma in generale di diffusione di una cultura del libro digitale, sembra trovare una conferma gettando luci speranzose sul futuro di queste storiche istituzioni, mettendo però in conto una grossa, paradossale evenienza: che l’utente scelga un posto anziché l’altro non per la qualità dei servizi erogati o per la preparazione e gentilezza dei suoi addetti ma per la bontà (o meno) del suo caffè: insomma, dopo anni di discorsi e convegni sulla (certificazione della) qualità totale, la differenza potrebbe finire per farla il caffè!

Café W di Waterstone's

Il Waterstone’s di Blackett Street a Newcastle upon Tyne. Anche qui in evidenza il proprio servizio bar (Café W)


Orkney Library & Archives

Orkney Library & Archives: in questo caso in primo piano è il prestito di ebook (via Overdrive)


Biblioteca del Baltic Centre for Contemporary Art

Biblioteca del Baltic Centre for Contemporary Art (Newcastle upon Tyne): nella sala adiacente, da copione, si trova un piccolo ma decisamente accogliente caffè


La biblioteca del GoMA (Gallery of Modern Art) di Glasgow

La biblioteca del GoMA (Gallery of Modern Art) di Glasgow, pure fornita di ampia e frequentata zona caffè

#SalTo12. Riflessione n. 2

Salone del Libro di Torino 2012

Salone del Libro di Torino 2012

In questo secondo ed ultimo post dedicato al Salone del Libro di Torino riprendo, sviluppandolo, un argomento presente in nuce già nell’articolo di ieri; infatti nel momento in cui evidenziavo come il modello di business ad oggi prevalente nell’editoria digitale rischi di fungere da freno anziché da traino sottintendevo implicitamente come ciò andasse in primo luogo a discapito di quello che dovrebbe essere il protagonista assoluto, vale a dire il lettore.
In effetti, a parole, tutti nel mondo dell’editoria affermano di avere a cuore di quest’ultimo ma nella realtà le cose stanno un po’ diversamente e quanto visto e (non) sentito al Salone conferma questa mia idea.
Infatti posto che la tecnologia dovrebbe migliorare la vita e non complicarla vien da chiedersi: è veramente pensato per facilitare la vita del lettore/cliente un sistema che prevede il DRM? A Torino i grandi dell’editoria hanno sì ventilato l’ipotesi di togliere i tanto vituperati (da parte dei lettori) “lucchetti digitali” ma non è giunto, a quanto mi risulta, nessun annuncio ufficiale (diversamente da quanto avvenuto al Salone di Londra di qualche settimana fa)!
Ancora: è veramente pensato per l’utente un sistema che adotta un formato proprietario come il .mobi leggibile solo con il device che tu stesso produci a meno che non ti metti a smanettare con programmi di “conversione”? Già, perché se andavi allo stand di Amazon i ragazzi (peraltro gentilissimi) mica ti dicevano di questo piccolo “inconveniente”!
E proseguiamo: è veramente pensato per l’utente un sistema in cui si è praticamente “costretti” a comprare i propri libri in un determinato online bookstore che magari non ha nemmeno un adeguato catalogo e questo perché non è stato trovato l’accordo con tutte le case editrici sulla ripartizione dei profitti? Ok, la situazione sta sensibilmente migliorando, ma ciò non toglie che siamo ben lungi dal raggiungere l’optimum!
Per finire, siamo così sicuri che il ricorso alla nuvola (alla quale, per inciso, da sempre guardo con interesse) rappresenti, così come viene raffigurato da alcuni operatori, un passo in avanti? Ad esempio nel momento in cui mi si elencano le virtù insite in un sistema come quello rappresentato da Reader di BookRepublic (app di lettura presentata al Salone che scommette proprio sul cloud; n.d.r.) ovvero possibilità di creare una propria biblioteca sulla nuvola, lettura a partire da n dispositivi che vi si collegano, sincronizzazione ergo possibilità di riprendere la lettura lì dove l’abbiamo interrotta, etc. non sarebbe forse opportuno ricordare come in caso di crash dei server o di assenza di connessione la lettura non è semplicemente possibile (a meno che non si possieda anche una copia in locale)? E non sarebbe male nemmeno rammentare che per accedere alla nuvola serve una connessione dati e che quest’ultima implica la presenza di un hotspot Wi-Fi gratuito e/o la sottoscrizione di un abbonamento sempre che il device da noi posseduto sia dotato di antenna Wi-Fi e/o slot per SIM-card? Insomma, il cloud fa molto figo ma come tutte le tecnologie ha anche delle controindicazioni che sarebbe bello venissero spiegate.
In definitiva, mi sembra che dell’utente ci si ricordi “a singhiozzo” e forse sarebbe il caso di imparare qualcosa dalle biblioteche (sulla sorte delle quali proprio al Salone del Libro ci si è posti inquietanti domande) e dalla loro cultura di servizio che, sicuramente nella teoria e sicuramente anche in alcune realtà avanzate, pone davvero al centro l’utente (approccio user-centered)! Forse nel nostro futuro digitale della biblioteca e dei bibliotecari non avremo più bisogno ma della cultura della biblioteca indubbiamente sì.

#SalTo12. Riflessione n. 1

Stand Amazon

Lo stand Amazon al Salone del Libro di Torino del 2012

L’editoria digitale è stato il tema principe della venticinquesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino: gli organizzatori della manifestazione hanno non a caso scelto come slogan quello di “Primavera Digitale”, volendo con esso evidenziare come un po’ tutti gli operatori ripongano le loro speranze nelle nuove frontiere digitali per risollevare le sorti complessive dell’editoria e magari garantirle un prospero futuro.
Per chi come il sottoscritto si diletta a scrivere di “cose digitali” è sicuramente una cosa da salutare con favore ma sul fatto che poi si tratti di una speranza ben riposta è tutto da verificare! I lettori più assidui di questo blog ben sapranno che sull’argomento ho una posizione alquanto “problematica”, nel senso che non perdo mai l’occasione di sottolineare come le cifre del digitale in valori assoluti continuano ad essere modeste e che il modello di business che va per la maggiore rischia di fungere da freno anziché da volano per la crescita.
E che l’editoria digitale e l’ebook rappresentino ancora una nicchia appare in modo palese dallo spazio relativamente esiguo occupato a livello di stand espositivi: nonostante il digitale fosse il tema principale del Salone, “mappa alla mano” stimo che l’area “Book to the Future” coprisse al massimo il 7-8 % dell’area espositiva totale. Se si considera poi che in questo 7-8 % fossero presenti produttori di device “puri” come Sony e Trekstor ed altri impuri / ibridi come IBS ed Amazon (ma anche realtà legate al social reading come Zazie.it) si intuisce come gli editori digitali veri e propri fossero davvero una esigua parte e soprattutto come essi possano apparire, specie agli occhi del pubblico “generalista” del Salone, quasi delle mosche bianche!
E proprio ai lettori tradizionali il passaggio attraverso l’area “Book to the Future” deve aver provocato, mi immagino, una certa sensazione di disorientamento: nessuna pila di libri in bella mostra, nessun catalogo delle opere ma modelli di ebook reader o addirittura, presso lo stand di BookRepublic, una gentile ragazza che “confezionava” a tutto spiano con uno strano macchinario palloncini d’aria contenenti un codice grazie al quale, previa registrazione sul sito Bookrepublic.it, ottenere dieci ebook gratis.
Sicuramente una trovata pubblicitaria originale che testimonia appieno come, nel momento in cui viene a mancare il supporto fisico del libro (con la copertina che di suo rappresentava un potentissimo strumento di persuasione all’acquisto, assieme ovviamente ad altre efficaci strategie come il passaparola, le recensioni, le presentazioni in TV, in libreria e in biblioteca, etc.), la funzione aziendale “marketing” si trova a svolgere un ruolo sempre più centrale, quasi alla pari dell’imprescindibile lavoro editoriale “sul testo”, e sicuramente superiore rispetto a quello, attualmente importantissimo per le aziende “fisiche”, della distribuzione / logistica.
Le case editrici stanno cambiando “vestito”, che stia arrivando la Primavera?

Microsoft e Barnes & Noble: la strana alleanza

Barnes & Noble eReader Software Coming to iPad

Barnes & Noble eReader Software Coming to iPad di John Federico, su Flickr

La notizia dell’alleanza stipulata tra Microsoft e Barnes & Noble, con la prima azienda che investirà 300 milioni di dollari in una nuova sussidiaria appositamente creata dalla seconda e destinata ad operare nel mercato dell’editoria digitale (con una particolare attenzione, almeno stando al comunicato stampa congiunto, per quella scolastica) mi ha praticamente fatto sobbalzare dalla sedia per le probabili ripercussioni (peraltro non evidenziate dai giornali mainstream, sempre più occupati a fare da mera cassa di risonanza ai vari uffici stampa) che essa avrà nel sistema di alleanze attualmente in essere nel settore dell’editoria digitale.
Questo mercato, come noto, vede attualmente a livello globale la presenza di tre attori (Amazon, Apple e Google) che si spartiscono la maggior parte della torta: che Microsoft non intenda lasciar campo libero ai concorrenti è del tutto comprensibile (peraltro ricordo che il gigante di Redmond ancora nel lontano 2008, prima di Apple, sembrava sul punto di lanciare sul mercato il booklet Courier) così come è quasi automatico che essa abbia individuato in Barnes & Noble, che con il suo Nook sta facendo discrete cose, il partner ideale.
Allo stesso tempo però non sfuggono ad una più attenta analisi delle incongruenze talmente macroscopiche che mi hanno spinto a definire, come da titolo di questo post, questa alleanza “strana”.
La prima incongruenza deriva dal fatto che Microsoft, come risaputo, ha stipulato circa un anno fa un’accordo con Nokia a seguito del quale l’azienda finlandese ha abbandonato il proprio sistema operativo Symbian per sposare Windows Phone 7 e tentare di risalire la china nel decisivo settore degli smartphone; l’operazione non sta andando secondo le aspettative al punto che Nokia ha perso il primato di primo produttore mondiale di telefonia in favore di Samsung ed ha visto un deciso peggioramento dei suoi conti al punto che i rumour su un takeover da parte di Microsoft nei confronti di Nokia (o quanto meno di un consistente scambio azionario) si sono fatti insistenti. Personalmente trovo questa ipotesi più che plausibile dal momento che la società fondata da Bill Gates si ritrova in cassa parecchi quattrini e soprattutto l’attuale CEO, Steve Ballmer, non ha paura di spenderli (i tentativi di acquisizione di Yahoo! lo testimoniano ampiamente).
In questo senso l’investimento nella NewCo di B&N è a tutti gli effetti di poco conto (giusto per fare un paragone, i 300 milioni di dollari in ballo sono bruscolini in confronto ai 44,6 miliardi rifiutati nel 2008 da Jerry Yang) e rischia da un lato di non essere incisivo quanto basta e dall’altro di portare ad una duplicazione che ingenera solo confusione e sprechi. Un primo punto critico è quello del tablet: al Mobile World Congress Stephen Elop, CEO di Nokia, ha fatto intuire che la sua azienda prima o dopo produrrà una tavoletta che evidentemente avrà Windows Phone (o quello che sarà il suo successore) come sistema operativo. Mi chiedo a quale logica risponda ora l’accasarsi con Barnes & Noble, i cui device della famiglia Nook montano tutti SO Android.
E’ ipotizzabile che B&N stia preparando il terreno per l’abbandono di Android (tanto più ora che Google, passo dopo passo, si sta trasformando in un competitor su tutti i fronti)? Certamente sì, tutto è possibile, ma c’è da domandarsi come la prenderanno gli utenti di Barnes & Noble! Android oramai costituisce il più diffuso sistema operativo al mondo ed il suo ecosistema non ha più nulla da invidiare a quello di Apple; al contrario quello di Microsoft oltre a contare percentualmente davvero poco non esercita neppure alcun particolare appeal, motivo per cui le stime di molti analisti, che accreditano a Windows Phone da qui a pochi anni quote rilevanti del mercato, mi sembrano palesemente ottimistiche.
L’ultimo aspetto dell’accordo che non mi ispira fiducia è quel riferimento specifico all’editoria scolastica: perché focalizzarsi solo su quest’ultima? Mancano forse i mezzi per puntare sull’editoria tout court? Viste le aziende in campo non era lecito attendersi l’annuncio di un accordo di carattere generale e, in prospettiva, su scala globale?
In altri termini considerando come, ciascuna per motivi diversi, Microsoft, Barnes & Noble e Nokia svolgono un ruolo da comprimarie nei rispettivi mercati, credo sarebbe stato meglio cercare di rovesciare il tavolo giocandosi il tutto per tutto, vale a dire annunciando un’alleanza globale a tre nella quale Microsoft metteva il software, Nokia l’hardware e Barnes & Noble i contenuti. Solo così facendo queste tre aziende possono tentare di invertire quell’inerzia che altrimenti, a mio avviso, rischia di vederle nel medio – lungo periodo soccombenti. Fermo restando che non necessariamente l’unione fa la forza: spesso i numeri due restano i numeri due anche quando si uniscono.

Amazon, ecco i risultati del primo trimestre 2012

Amazon Kindle Unboxing

Amazon Kindle Unboxing 1 di xsas, su Flickr

Nel giorno in cui Comscore certifica il successo del Kindle Fire (oltre la metà dei tablet Android in circolazione, il 54,4 % per l’esattezza, è costituito da Fire), Amazon ha rilasciato i dati economici relativi al primo trimestre del 2012, i quali sono così sintetizzabili: ricavi in crescita del 34% a 13,18 miliardi di dollari (da 9.86 di un anno fa) ma utile netto in calo del 35% a 130 milioni di dollari. Queste cifre mi sembra confermino quanto da me sostenuto in un post di alcuni giorni fa: le vendite vanno (ed in un periodo di crisi / recessione qual è l’attuale non è poca cosa) ma i margini si riducono, si corre sul filo del rasoio e Jeff Bezos lo sa perfettamente. Che la partita dei libri sia ad un punto cruciale (tanto più ora che le indagini avviate nei confronti di Apple per i presunti accordi stipulati da quest’ultima con alcune case editrici nord-americane potrebbe indebolire uno dei principali competitor) lo si intuisce anche dal fatto che nel comunicato stampa odierno Jeff Bezos parla (o meglio decanta le lodi) esclusivamente di libri, senza nemmeno menzionare la pur importante divisione AWS: dapprima egli si fa vanto dei 130mila titoli presenti in esclusiva sul Kindle Store (16 dei quali rientrano nella classifica dei Top 100), poi arzigogola sulla rivoluzionarietà del Kindle Owners’ Lending Library e da ultimo promette solennemente che il Kindle Store rimarrà uno dei principali fattori che spingeranno a comprare il reader Kindle.
Non per fare il bibliotecario guastafeste ma ho molto da obiettare su ognuno di questi punti sbandierati come altrettanti successi / ulteriori traguardi da raggiungere: 1) il solo pensiero che per comprare un libro io debba rivolgermi ad uno specifico store mi fa semplicemente accapponare la pelle (se fossimo in ambito analogico ci sarebbe qualche attenuante, ma in quello digitale dove la distribuzione non ha costi, è del tutto illogico); la circolazione di un libro, e delle idee in esse contenute, deve avere meno restrizioni possibili! 2) il “rivoluzionario” programma Kindle Owners’ Lending Library, ha gran poco della biblioteca ed ancor meno del prestito (a meno che per prestito si intenda a) spendere i soldi per acquistare il necessario Kindle b) versare i 79 dollari annui necessari per essere un Prime Member) 3) Amazon persevera nell’indurre gli utenti a restare ancorati all’accoppiata Kindle Reader + libri acquistati (con DRM) nel Kindle Store quando i numeri (espressi ed inespressi) dovrebbero aver fatto capire alle alte sfere di Seattle che gli utenti hanno voglia di libertà di scelta: come interpretare altrimenti il fatto che l’app di Kindle per iPad sia, tra quelle gratuite, la quinta maggiormente scaricata dall’Apple Store (fonte: lo stesso comunicato stampa di Amazon citato sopra!)? E che dire delle notizia provenienti dalla London Book Fair? Oramai molte case editrici sono apertamente a favore dell’abbandono del DRM (TOR, del gruppo Macmillan, è una di queste), visto finalmente per quello che è: un intralcio alla crescita dell’editoria digitale.
Insomma, il vento sta cambiando è c’è da augurarsi che anche a Seattle lo capiscano.

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