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Ebook, è il momento di osare

DOK Delft

DOK Delft (di Gerard Stolk – vers la Chandeleur -, su Flickr)

I dati non sono ancora completi ma oramai non ci sono molti dubbi residui: le ultime festività, che secondo molti dovevano consacrare l’ebook ed in generale l’editoria digitale, sono state avare di soddisfazioni (qui un’accurata sintesi dell’orgia di numeri ai quali siamo stati esposti nelle ultime settimane).
Credere semplicisticamente che questo risultato deludente sia stato influenzato dalla crisi / stagnazione economica che ha contribuito a congelare i consumi non aiuta a comprendere bene lo stato delle cose. Ad esempio lo shopping 2011-12 è andato proporzionalmente meglio nonostante i cataloghi meno forniti! La causa principale di questo mezzo flop va dunque a mio parere ricercata altrove: per la precisione va preso atto che la tecnologia e-ink che caratterizza gli ereader agli occhi dei potenziali acquirenti ha (oramai a parità di prezzo!) un evidente minor appeal rispetto ai tablet, che non a caso non hanno accennato di rallentare la loro corsa (fatta eccezione per quelli di fascia alta prodotti dalla Apple). La prima classe di dispositivi (gli ereader) è appannaggio dei soli cosiddetti “lettori forti” che sono anche i principali “consumatori” di ebook mentre i lettori deboli optano piuttosto per dispositivi più versatili ed “universali” come le tavolette, usate anche per leggere seppur nel corso di “sessioni di lettura” mediamente di minor durata.
Detta in soldoni il rallentamento nelle vendite di lettori per libri digitali potrebbe dunque semplicemente indicare che è stata saturata la peraltro non vastissima platea dei lettori forti (verosimilmente tra i primi ad essere incuriositi dalla novità rappresentata dall’ebook) e che ora viene la parte difficile, ovvero riuscire a convertire al Verbo della lettura digitale chi gran lettore non è!
Ciò a mio avviso non è un’utopia ma senz’altro possibile a patto che tutti gli altri attori osino (e talvolta concedano) qualcosina:
1) partiamo dai produttori di device: gli ereader si stanno sviluppando troppo lentamente (motivo per cui il tasso di sostituzione non è elevato; non fosse per la recente introduzione dell’illuminazione frontale un dispositivo “vecchio” di un paio di anni non è molto inferiore ad uno ora sugli scaffali, laddove i tablet hanno fatto passi da gigante). E’ necessario dunque spingere sulla ricerca al fine di introdurre sul mercato quanto meno ereader con display a colori (su larga scala) e basati su sistema operativo che consente di godersi un minimo di applicazioni multimediali!
2) gli editori da parte loro dovrebbero studiare politiche di prezzo (e di marketing) più aggressive e nel contempo più creative: negli Stati Uniti, per fare un esempio, Humble Bundle nell’ultima tornata è riuscita a raccoglier 10 milioni di dollari vendendo, a prezzi stabiliti dall’acquirente, pacchetti di videogiochi, libri, film… tutti rigorosamente DRM free! Sono certo che in un momento di tagli ai bilanci delle famiglie l’iniziativa sarebbe gradita ed il successo senz’altro replicabile anche di qua dell’Atlantico.
3) le biblioteche dovrebbero premere sull’acceleratore del digitale: sono consapevole che ciò implica onerosi investimenti e che le relative tecnologie sono soggette a veloce obsolescenza ma sono convinto che, se si trova il giusto punto di equilibrio, il sistema sia sostenibile (posto che le biblioteche sono sempre in perdita!). D’altro canto se, come ricorda l’ennesima ricerca del Pew Research Center, il 53% degli utenti statunitensi sopra i 16 anni apprezzerebbe un incremento nell’offerta di ebook, qualcosa bisogna pur fare!
4) gli Stati poi dovrebbero a loro volta fare il massimo per agevolare questo settore strategico: tassazione favorevole sui libri digitali e relativi lettori, investimenti per l’appunto nelle biblioteche (e se i soldi non ci sono favorendo il mecenatismo e/o le sponsorizzazioni!), promozione della lettura e via di questo passo.
Se questa terapia d’urto dovesse venire veramente attuata sono certo che l’intero ecosistema che ruota attorno al libro digitale spiccherebbe, stavolta definitivamente, il volo.

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Perché Android è (e non potrebbe essere altrimenti) il miglior sistema operativo per gli ereader

La notizia dell’avvio della produzione di Pengpod, tablet basato sul sistema operativo (SO) di nicchia ma completamente open source Linux, ha ricevuto notevole attenzione anche da parte della stampa non specialistica, a dimostrazione di come l’argomento sia particolarmente sentito: in effetti quando parliamo di tavolette (specialmente se stiamo pensando di acquistarne una e dunque ne va di mezzo il nostro portafoglio!) il tipo di sistema operativo è un fattore tenuto in estrema considerazione non soltanto per gli ovvi risvolti “prestazionali” ma anche per motivazioni che potremmo definire “ideologiche”: scegliere per un sistema chiuso e proprietario quale iOS di Apple appare oggigiorno una scelta per certi versi “conformista” e di tendenza mentre a rappresentare l’alternativa “libera e aperta” è per contro Android (che non a caso si basa su kernel Linux); il recente arrivo di Windows Otto, che al momento appare più che altro il disperato tentativo di Microsoft di contare qualcosa nell’universo mobile, può essere accolto favorevolmente esclusivamente per il fatto che tenta di spezzare il duopolio che si è di fatto realizzato ma nulla più (l’azienda di Seattle è rimasta infatti fedele alla sia filosofia di creare un ambiente rigorosamente chiuso e proprietario).
Completamente diversa la musica se parliamo di ereader: in questo caso l’attenzione viene posta su altre caratteristiche tecniche quali il peso, la durata della batteria, la memoria interna e soprattutto (per evidenti motivi) lo schermo. Poco o nulla viene detto del sistema operativo, al punto che nelle specifiche tecniche rilasciate dai produttori dei vari dispositivi talvolta manca qualsiasi informazione a riguardo!
Tale silenzio è a mio avviso anomalo considerando che il tipo di SO montato rappresenta, per chi pretende di fare qualcosina di più con il proprio lettore di libri digitali, un fattore fondamentale e questo per molteplici evidenti motivi: se il sistema operativo è aperto e non proprietario (o comunque il codice è a disposizione della comunità di sviluppatori che possono rielaborarlo con un sufficiente grado di libertà) allora è possibile fare quello che in gergo (preso in prestito dalla telefonia cellulare) si dice “moddare”, ovvero, una volta ottenuti i permessi di root (= di amministratore; questa operazione, si badi, invalida la garanzia del dispositivo!), installare una variante personalizzata del sistema operativo.
Dal momento che Apple non ha prodotto alcun ereader (né mai probabilmente lo farà) tutte le considerazioni fatte di qui in avanti riguarderanno esclusivamente il sistema operativo Android che al contrario è presente su diversi lettori attualmente in circolazione ma non su quello maggiormente diffuso, ovvero il Kindle di Amazon: senza pretese di completezza Android lo troviamo imbarcato sul Nook di Barnes & Noble (come si evince dal video qui sopra), sul Kyobo ereader, sul Sony PRS-T1 e sul Trekstor Liro Color (purtroppo il Kobo Touch / Glo ed il Cybook Odissey HD Frontlight si basano su Linux che, come già ricordato, sta alla base di Android).
Ma quali sarebbero, in concreto, i vantaggi di scegliere un ereader Android e di procedere poi alla sua “elaborazione” installando le varie applicazioni (non è comunque garantito, si badi, che tutte girino correttamente)? Elenco di seguito alcuni punti:
1) gestione delle prestazioni: esistono applicazioni che promettono (in genere riuscendoci) di migliorare le prestazioni del dispositivo di norma agendo sulla frequenza di lavoro del processore. Quest’ultima può essere: a) aumentata (overclocking) con il vantaggio di un dispositivo maggiormente “reattivo” ma con consumi maggiori della batteria ed una maggior usura del processore b) abbassata, aumentando la durata della batteria. Dal momento che la battery life non è un problema degli ereader e che i processori installati sono mediamente più che adeguati (800 – 1000 MHz), personalmente non ritengo sia il caso agire su questo aspetto a meno che, per l’appunto, non si installi una quantità / tipologia di applicazioni tale da rendere necessario un aumento delle prestazioni. Insomma, è un po’ la storia del gatto che si morde la coda: installo applicazioni perché il processore altrimenti è virtualmente inutilizzato, esagero con queste ultime, processore e batterie vanno in affanno, mi trovo costretto a gestire quest’ultimo aspetto. In definitiva l’ideale è riuscire a trovare il giusto equilibrio tra i vari aspetti in campo.
2) accedere agevolmente alla propria biblioteca sulla nuvola: sempre più persone salvano le proprie risorse digitali (ebook inclusi) su servizi quali Dropbox, SkyDrive, Drive, etc. Se vi vogliamo accedere con il nostro ereader (ovviamente il modello deve avere un qualche tipo di connettività!) abbiamo due opzioni: a) accedere al servizio attraverso il web browser installato nel dispositivo, operazione abbastanza farraginosa, oppure b) avere sul desktop del proprio device una bella icona attraverso la quale “volare” direttamente sulla propria nuvola e di qui scaricare i propri libri (con Dropbox, giusto per fare un esempio, si tratta di usare le opzioni Sharelink + Download) sul dispositivo. A mio avviso la seconda opzione è la migliore non solo perché più immediata ma soprattutto perché da un senso allo schermo touch: se quest’ultimo finisce per essere usato per girare le pagine, cliccare una tantum sulle copertine dei libri e scrivere qualche nota allora tanto valeva tenersi i vecchi comandi analogici!
3) una migliore navigazione tra gli ebook store, base imprescindibile per assicurarsi una vera libertà di scelta e di acquisto: anche in questo caso le applicazioni fanno la differenza perché un conto è visitare le librerie online attraverso i tradizionali browser, un conto attraverso le apposite applicazioni (in alternativa la speranza è che lo store abbia predisposto una bella versione mobile per agevolare la navigazione)!
4) una migliore lettura delle pagine web, installando applicazioni come Readability, che adatta le varie pagine di nostro interesse ottimizzandole per essere lette su dispositivi mobili, o ancora meglio dotEPUB, che addirittura le trasforma in file in formato ePub! Perché va bene leggere libri, ma non bisogna dimenticare che le pagine web restano una fonte inestimabile di cose da leggere e sarebbe bello che il nostro ereader fosse in grado di rendere questa esperienza di lettura la più vasta e piacevole possibile!
5) Last but not least rootare il proprio dispositivo Android dà la possibilità di installare quelle “utilità” oramai ritenute standard e che rendono completo il nostro dispositivo: un programma per la posta (potrebbe essere GMail), la calcolatrice, una app per le previsioni meteo, data ed ora e via discorrendo.
Tirando le somme smanettando con il nostro ereader riusciamo a fargli fare cose egregie, addirittura impensabili nella sua configurazione “ufficiale”! E’ questo il motivo per cui sono convinto che Android sia, ora come ora, il miglior sistema operativo possibile; certo, se si “rootta e modda” entro i primi due anni dall’acquisto decade la garanzia, ma credo che il gioco valga la candela.

eReader verso il declino?

eBook Readers Galore di libraryman, su Flickr

eBook Readers Galore di libraryman, su Flickr

La questione ritorna periodicamente alla ribalta ed è stata più volte affrontata anche in questo blog (tra i numerosi post si veda almeno questo): gli ereader sono destinati a sparire di fronte all’avanzata inarrestabile dei tablet?
Infatti benché i primi, anche prendendo come data ufficiale di nascita il 19 novembre 2007 (giorno in cui venne presentato al pubblico il Kindle di prima generazione; in verità il device della casa di Seattle non è il primo ereader in assoluto, risalendo i primi dispositivi di questa categoria a circa un decennio prima, n.d.r.), abbiano preceduto i secondi di oltre due anni (Steve Jobs infatti lanciò l’iPad di prima generazione il 27 gennaio 2010; anche in questo caso non si trattava della prima tavoletta in assoluto a vedere la luce, ma fu la prima ad imporsi – in termini geografici e di vendite – globalmente), da subito si iniziò a discettare della possibilità che queste due classi di dispositivi potessero o meno coesistere.
A riguardo le posizioni furono sin dall’inizio variegate: a fianco di coloro che decretavano la vittoria a breve dei tablet stavano coloro che non mancavano di sottolineare le peculiarità, tali da garantire loro la sopravvivenza, degli ereader; vi erano infine coloro (e tra questi va inserito il sottoscritto) che vedevano in prospettiva una convergenza tra queste due tipologie di dispositivi.
Queste tre “scuole di pensiero” sono a grandi linee quelle tuttora prevalenti ed è interessante rilevare come, a distanza di tre anni, ciascuna potrebbe affermare di avere avuto sinora ragione:
1) la prima ha dalla sua i crudi numeri: i tablet sono, secondo tutti i dati di vendita, l’unico segmento del mercato PC a crescere nonostante la crisi con volumi di vendita impressionanti (le varie Gartner, IDC, Canalys, etc. su questo punto concordano)
2) la seconda ha dalla sua la qualità: nonostante gli sviluppi degli schermi LCD quelli con inchiostro digitale rimangano imbattibili in quanto a facilità di lettura e minor affaticamento degli occhi
3) la terza, infine, ha dalla sua alcuni fatti incontrovertibili: la convergenza infatti si è materializzata, oltre che per il form factor, dal lato delle tavolette con la ricerca di schermi più performanti in termini di resa dell’immagine (luminosità, nitidezza dell’immagine, visione ad angoli elevati, eliminazione di riflessi, etc.) e di consumi di energia, dal lato degli ereader con l’aggiunta di funzionalità quali lo schermo touch, la connettività (Wi-Fi o 3G), la comparsa del colore e la possibilità (ad onor del vero ancora più teorica che pratica) di vedere brevi filmati.
Poco sopra ho appositamente usato il grassetto per evidenziare quel “sinora” in quanto un recentissimo articolo dell’agenzia Reuters a firma di Jeremy Wagstaff (articolo ampiamente ripreso in Italia da Wired) sembrerebbe celebrare il funerale degli ebook reader. In effetti, stando a Wagstaff, la situazione appare a dir poco complicata e tutte le stime di mercato (confortate dal tracollo di vendite di eInk Holding nell’ultimo bimestre 2011) pessime. I fattori che spingono a formulare queste previsioni nere sono presto detti: con una forchetta di appena 70 euro nel prezzo tra gli ereader di punta (ovvero i 129 euro del Kindle Paperwhite o del Kobo Glo) e rispettabilissime tavolette entry level quali il Kindle Fire HD od il Nexus 7 di Google (che si trovano a 199 euro) è evidente che la maggior parte dei consumatori, a meno che non si tratti di grandi lettori, si orienterà verso quest’ultima classe! Un ulteriore aspetto che induce a cattivi presagi è poi quello delle “potenzialità”: a detta di numerosi analisti intervistati la tecnologia e-ink si sviluppa più lentamente rispetto a quella LCD e ciò avviene nonostante gli ingenti investimenti effettuati (la crisi in realtà riguarda anche Qualcomm che starebbe cercando di “piazzare” in licenza la sua ottima tecnologia Mirasol…).
A mio avviso è purtroppo indubbio che gli ereader non stiano “crescendo” come dovrebbero: i colori restano una caratteristica di pochi dispositivi (tra l’altro va rilevato che Barnes & Noble, per ora, ha puntato sul Nook Glowlight con illuminazione frontale e non su una versione migliorata del Color!) e peraltro restano assai “sbiaditi”, la connettività nella maggior parte dei casi avviene via Wifi, non esiste (ad eccezione del Kyobo, che si basa su una versione personalizzata di Android) un sistema operativo di riferimento con il suo ricco sistema di applicazioni tale da conferire maggiore appeal alla categoria, il refresh delle pagine lascia ancora a desiderare e lo stesso schermo touch non è sensibile al tocco quanto lo è il corrispettivo sulle tavolette. Insomma, gli unici vantaggi indiscutibili rimangono la maggiore facilità di lettura / minor affaticamento dell’occhio (aspetto questo assolutamente decisivo) e l’invidiabile autonomia delle batterie.
Quale dunque il futuro? Ha ragione Wagstaff? Personalmente rimango della mia opinione che si vada verso la convergenza (al termine della quale sarà arduo per ovvi motivi stabilire se avremo tra le mani più un tablet od un ereader) e questo perché il tracollo dei lettori di libri digitali non potrà essere così repentino: 1) i benefici effetti delle economie di scala si faranno sentire anche per questi ultimi (già ora se uno si accontenta con 50 euro si porta a casa un ereader anzianotto quanto si vuole ma comunque capace di fare il suo dovere) ed i prezzi caleranno di conseguenza, rendendoli più appetibili 2) se è vero che in ambito educational tutti (corpo docente, istituzioni scolastiche, etc.) sembrano preferire le tavolette per le indubbie maggiori proprietà “multimediali” / interattive, non andrebbero nemmeno sottaciuti i ben noti svantaggi (difficoltà di concentrazione, affaticamento vista, fragilità schermi, etc.) 3) dal punto di vista editoriale non è ancora stata raggiunta una vera standardizzazione sul formato da adottare e forse, a causa della continua evoluzione tecnologica, mai ci si arriverà (l’unica costante sarà la Rete come “ambiente operativo”), motivo per cui device alternativi troveranno sempre una nicchia di sopravvivenza.
Insomma, non la farei così scontata come il report Reuters lascia intravedere: sicuramente un importante banco di prova sarà il Natale 2012, al quale peraltro i produttori di ereader si presentano ben armati (oltre ai vari lettori con illuminazione frontale sono incuriosito dai risultati che riuscirà ad ottenere l’interessante Kobo Mini): se le vendite saranno soddisfacenti allora si potranno mettere in cantiere ulteriori modelli per il prossimo biennio (rinviando la “morte” dell’ereader) mentre in caso contrario è prevedibile l’uscita di molti operatori.
Una volta mancati i necessari capitali molti progetti resteranno sulla carta mentre altri (mi riferisco a quelli di quegli operatori che finora hanno tenuto il piede in due scarpe, leggasi tablet ed ereader) verranno verosimilmente accorpati. E allora sì che sarà veramente convergenza!

L’ebook cambia il rapporto con le fonti documentarie?

Forum del Libro e della Letteratura

Forum del Libro e della Letteratura (Vicenza, 26-28 Ottobre 2012)

Sabato scorso, in occasione della nona edizione del “Forum del libro e della lettura” ho avuto la ventura di assistere ad un interessantissimo workshop nel quale si è cercato di delineare le possibili evoluzioni del libro in ambiente digitale. Come anticipava il titolo dell’incontro (“Sul futuro del libro: la lettura tra web 2.0 e mp3”) l’orizzonte nel quale ci si è mossi ha spaziato dall’ebook di puro testo ai libri “potenziati” (enhanced ebook) fino agli audiolibri; insomma, la carne messa al fuoco è stata moltissima e giocoforza non tutte le questioni sollevate hanno potuto essere sviluppate appieno.
Personalmente ho trovato particolarmente interessante la tematica sollevata da Effe (uno dei relatori) con il caso oramai da manuale di eZagreb, il romanzo di Arturo Robertazzi ambientato ai tempi delle guerre balcaniche che, nella sua versione digitale, contiene oltre alla parte di finzione rimandi a mappe, articoli di giornale, documenti ufficiali del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja ed altro materiale “vero”.
Trascendendo ora dal caso specifico, non occorre possedere una fervida fantasia per immaginare come a breve avremo a che fare con libri digitali che, un po’ come i CD-ROM degli anni Novanta, saranno arricchiti non solo di testi ed immagini ma pure di audio e di video (le opinioni sullo stato attuale dell’arte sono state discordi: a detta di alcuni le soluzioni tecnologiche sono già disponibili, per altri non ci sono oppure i risultati non sono soddisfacenti oppure ancora sono raggiungibili solo con cospicui investimenti peraltro economicamente non giustificabili dal momento che un mercato ben definito – a dirla tutta – nemmeno esiste).
Come si capirà le potenzialità sono enormi: se le prime ad essere beneficiate dovrebbero essere le edizioni per ragazzi ed i testi scolastici, lo storico (sopito) che è in me non ha potuto non rilevare come potrebbe venir riscritto il rapporto attualmente esistente con quelle fonti imprescindibili per attestare la scientificità dell’opera ed è su quest’ultimo aspetto che vorrei ora soffermarmi. Perlomeno tre sono a mio avviso i punti rimarchevoli:
1) la fine del primato delle fonti documentarie scritte: la diffusione di dispositivi capaci di catturare suoni e filmati è sotto gli occhi di tutti ed il loro facile utilizzo (in termini di ricerca e riproduzione) da una parte nonché la mole di “documenti” realizzabili dall’altra lascia supporre che le prossime generazioni di storici non potranno che farne un uso più esteso rispetto a quanto fatto finora, ad esempio, con le fonti orali
2) la verificabilità pressoché immediata delle fonti utilizzate: quel complesso apparato fatto di note, rimandi, riferimenti bibliografici a cui siamo stati abituati in fin dei conti ci dava solo la possibilità teorica (e questa in definitiva ci bastava!) di verificarne l’esattezza. All’atto pratico infatti ben pochi avevano la possibilità (e men che meno la voglia!) di verificare di persona recandosi in questo archivio od in quella biblioteca… Oggi invece con un click del mouse o con un tocco delle dita abbiamo modo di accedere direttamente alla fonte utilizzata per supportare una interpretazione od avvalorare una tesi, verificando di persona; ne consegue che lo storico non solo è costretto a fare un uso il più accorto possibile delle fonti medesime ma anzi deve ad esse attenersi con il massimo scrupolo, pena il vedere il proprio lavoro screditato
3) il tramonto delle fonti ufficiali: la ricerca della verità storica, ammesso che sia raggiungibile, non si basa più sull’uso praticamente esclusivo di fonti di provenienza ufficiale (leggasi: gli Stati) bensì prevede il ricorso a fonti prodotte anche in modo meno istituzionalizzato (mi verrebbe da usare il termine “accidentale”) dai più svariati soggetti produttori. Si badi comunque che anche queste ultime fonti, per quanto mediamente più “genuine”, vanno “maneggiate con cura” soprattutto perché, nel momento in cui si fanno meno mediate (il video realizzato in presa diretta di una cruenta battaglia possiede sicuramente una carica emotiva più forte del resoconto della stessa stilato a tavolino da una commissione militare!) diventano paradossalmente anche più difficilmente “elaborabili”! Ma a prescindere da queste controindicazioni credo che la produzione storiografica che verrà, basandosi su un mix più equilibrato di fonti, sarà in ogni caso complessivamente meno sbilanciata (non uso appositamente il termine “oggettiva”) e meno unilaterale, il che mi sembra un bene.
Non è superfluo, per concludere, sottolineare come l’utilizzo di queste fonti all’interno dei libri digitali del futuro non potrà prescindere da un adeguamento degli archivi (senza peraltro con ciò suggerire che questi istituti debbano essere piegati agli interessi degli storici!): si va dalla necessità di adottare formati capaci di essere “integrati” in questa sorta di super-libri all’esigenza alternativa di garantire la loro “linkabilità” duratura nel tempo (sarebbe assurdo che un testo perdesse il suo apparato di note perché i link ai quali esso rimanda sono morti – definiti in gergo link rot, n.d.r.) fino ovviamente alla loro leggibilità (il link non solo deve essere attivo, ma la risorsa mirata usabile!). Tutti obiettivi conseguibili solo predisponendo infrastrutture informatiche capaci di garantire la conservazione nel lungo periodo di “risorse” identificabili univocamente nel tempo.
Val la pena infine evidenziare che, venendo meno la centralità degli archivi “ufficiali”, sarà importante che tutti i soggetti produttori sviluppino una ben definita “cultura dell’archivio”, senza la quale ben poco di affidabile (trusted) è destinato a rimanerci, nonché acquisiscano competenze adeguate a trattare un materiale che verosimilmente sarà molto più eterogeneo di quello sin qui prodotto. Non c’è che dire: sfide complesse ci attendono!

Ecco l’iPad mini, ma Apple ora sembra rincorrere

Apple iPad mini

Apple iPad mini

Infine il tanto a lungo chiacchierato iPad Mini è arrivato: Tim Cook, dal palco del California Theatre di San José, ha estratto il nuovo nato della casa della Mela. Tutto come da copione, dunque (a parte la sorpresa, quella sì almeno per il sottoscritto, della presentazione della quarta generazione dell’iPad “grande” con grafica e processore potenziati! chissà come l’avranno presa i possessori di New iPad lanciato, ricordo, appena il 7 marzo scorso…), anche se la perplessità rimane: il prodotto non mi sembra granché innovativo ma come sempre ha ragione chi vende: resta dunque da vedere se i fan dell’azienda di Cupertino giudicheranno congrui i 329 dollari necessari per aggiudicarsi la versione mini del più famoso tablet al mondo (ma ciò nonostante dallo schermo “più grande del 35%” rispetto ai rivali!) e se risponderanno pertanto con il consueto entusiasmo mettendosi diligentemente in coda davanti agli Appstore di tutto il mondo (a proposito lo sbarco avverrà a breve pure in Italia: 2 novembre per la versione base) o se al contrario le valide alternative esistenti, targate Amazon, Samsung e Google, li faranno propendere per altre scelte.
Vada come vada, non nascondo il mio scetticismo complessivo (condiviso peraltro anche da Wall Street, dove il titolo della Mela nel momento in cui scrivo perde oltre il 3%; va comunque sottolineato che è una giornata negativa per tutte le contrattazioni, n.d.r.), scetticismo che nemmeno il nuovo iBooks Author (con nuove funzioni calibrate per il mondo della scuola) contribuisce a diminuire: la sensazione che Apple oramai si trovi ad inseguire nel terreno dell’innovazione è sempre più forte e le innumerevoli cause legali intentate in giro per il mondo testimoniano in un certo senso questa debolezza di fondo ma per il momento ben mascherata dai brillanti risultati in termini di vendite e fatturato.

P.S. Se da oltreoceano non giungono dunque novità di rilievo, qualcosa si muove in Italia: in un incontro pubblico svoltosi pressoché in contemporanea con l’evento californiano Riccardo Cavallero di Mondadori illustrava, riprendendo a grandi linee le tematiche già evidenziate in un mio precedente post, le strategie prossimo venture dell’azienda di Segrate: in esse l’ebook svolge un ruolo cruciale per rilanciare (almeno questa è la speranza) la lettura in Italia e più concretamente per dare un futuro alle librerie, il tutto attraverso l’abbandono progressivo del DRM (anche questo è allo stato attuale delle cose più un auspicio che una promessa) e la riorganizzazione della propria presenza online (in particolare Bol.it andrà sempre più ad integrarsi con il bookshop online di Kobo, come si può già intuire navigando nel sito di quest’ultimo). Insomma, una volta tanto ai luccichii californiani meglio i toni di grigio milanesi.

Amazon svela alcuni segreti della tecnologia Paperwhite: rappresenta davvero lo stato dell’arte?

Amazon ha postato su Youtube un video nel quale svela con maggior dovizia di dettagli alcuni aspetti tecnici relativi al funzionamento del suo nuovo display Paperwhite: in particolare viene spiegato in modo intuitivo come sia stato concepito e realizzato il nuovo sistema di illuminazione frontale (front-lit) grazie al quale è possibile leggere anche in un ambiente non illuminato (il caso classico è a letto prima di addormentarsi).

In sostanza, come si sarà evinto dalla visione del video, diversamente da uno schermo LCD a retroilluminazione, nel Paperwhite la luce arriva dall’alto preservando così i due vantaggi da sempre riconosciuti all’inchiostro elettronico: a) il non affaticare la vista b) la perfetta leggibilità anche nel caso in cui lo schermo sia esposto direttamente ai raggi del sole o comunque usato in un ambiente altamente illuminato.
Il vero capolavoro tecnologico di Amazon comunque non è stato semplicemente l’aggiungere la luce bensì il modo attraverso cui si è raggiunto l’obiettivo: rispetto al Nook Touch Glowlight di Barnes & Noble, che pure è fornito di un particolare reticolo di diffrazione per meglio diffondere la luce emessa dal LED posto sul bordo superiore dell’ereader stesso, l’illuminazione complessiva dello schermo risulta migliore (mentre nel lettore di B&N i bordi, specialmente quello superiore in prossimità del LED, risaltano nettamente, come si constata in questo viedo). I tecnici di Seattle sono stati in altri termini capaci di realizzare, al di sopra del touchscreen capacitivo, uno strato (dello spessore di mezzo millimetro) maggiormente capace rispetto ai device rivali di “trasportare” la luce per tutta la lunghezza del display e di “sparare” la luce verso il basso in modo nettamente più omogeneo (lo stesso sistema di controllo del livello di illuminazione appare più raffinato). Il risultato finale pertanto è davvero notevole tanto più che si è riusciti a non impattare negativamente sulle prestazioni della batteria.
Insomma, il Kindle Paperwhite è davvero un ottimo ereader anche se non posso negare la mia simpatia per il Kobo Glo, che in fatto di omogeneità dell’illuminazione non ha molto da invidiare (qui un video d’esempio) al ben più chiacchierato collega ma che, specifiche tecniche alla mano, a parità di dimensioni dello schermo (6 pollici) pesa meno ed è più fino e, aspetto da non trascurare (anche se qui entriamo nel soggettivo), ha un look decisamente più accattivante.
Per concludere, sicuramente con questa generazione “illuminata” di ebook reader è stata innalzata l’asticella delle caratteristiche tecniche minime indispensabili ma nemmeno si può dire che siano stati raggiunti gli obiettivi finali, ovvero da un lato la possibilità di fruire di contenuti multimediali (leggasi audio e video) dall’altro la comparsa dei colori, indispensabili per far sì che interi generi e tipologie (fumetti, graphic novel, magazine, riviste, etc.) possano venire fruiti con il massimo grado di soddisfazione anche attraverso gli ereader.

Quando il caffè fa la differenza

Waterstone's

Il punto vendita Waterstone’s di Inverness presso il Mark & Spencer Mall

Persino le poche settimane (agostane ergo vacanziere) trascorse nel Regno Unito mi sono state sufficienti per farmi un’idea di come alcuni cambiamenti strutturali, non ancora pienamente esplicati in Italia, stiano coinvolgendo librerie e biblioteche d’oltremanica (d’altronde se Amazon UK, nel giro di appena due anni, ha annunciato il sorpasso delle vendite di ebook sui corrispettivi cartacei vuole dire che il digital shifting c’è stato eccome!).
Intendiamoci, esteriormente librerie e biblioteche preservano il consueto aspetto: libri in bella mostra, scaffali, locali accoglienti e sedi di pregio o comunque in posizioni centrali. A cambiare è il messaggio che si rivolge al cliente / utente circa l’offerta di prodotti e servizi a quest’ultimo destinati; come si evince dalle foto pubblicate in questo post, specie per le librerie, all’oggetto libro non viene praticamente più riservato il posto di rilievo che ci si potrebbe attendere: certo, i nuovi arrivi ed i best sellers sono ancora in bell’evidenza sulle vetrine, ma è innegabile che ormai si punta su altro: personalmente sono stato sorpreso dall’enfasi con cui si sottolinea la presenza all’interno di librerie e biblioteche dell’ormai immancabile area caffè. Emblematico il caso di Waterstone’s qui sopra, con il brand della catena libraria presentato quasi con lo stesso rilievo di quello di Costa Coffee (la risposta britannica allo statunitense Starbucks, che oltreoceano ha fatto da apripista nel campo con l’ormai ventennale alleanza con Barnes & Noble per poi penetrare all’interno delle biblioteche di college ed università), al punto che vien da chiedersi se stiamo entrando in una libreria od in una caffetteria! Nelle biblioteche questa tendenza è meno accentuata, ma la presenza di un angolo caffè (e non sto parlando dei distributori automatici!) è la regola, del resto accolta anche nelle ultime realizzazioni in Italia.
Ma il punto più interessante, e qui avviene l’interessante “saldatura” tecnologica, è che, si tratti di caffè all’interno di librerie o di biblioteche, i tavolini o divanetti sono sempre affollati di gente intenta a leggere ebook con i suoi e-reader o che comunque armeggia su tablet e smartphone; evidentemente, nonostante la copertura Wi-Fi (con reti aperte!) delle città inglesi sia eccellente in quanto a qualità del segnale e a capillarità degli hot spot, gli utenti / clienti ricercano in questi luoghi il silenzio e la quiete che altrove non possono trovare.
Insomma, la possibilità già ventilata che librerie e biblioteche diventino luoghi privilegiati per il download e la lettura di ebook, ma in generale di diffusione di una cultura del libro digitale, sembra trovare una conferma gettando luci speranzose sul futuro di queste storiche istituzioni, mettendo però in conto una grossa, paradossale evenienza: che l’utente scelga un posto anziché l’altro non per la qualità dei servizi erogati o per la preparazione e gentilezza dei suoi addetti ma per la bontà (o meno) del suo caffè: insomma, dopo anni di discorsi e convegni sulla (certificazione della) qualità totale, la differenza potrebbe finire per farla il caffè!

Café W di Waterstone's

Il Waterstone’s di Blackett Street a Newcastle upon Tyne. Anche qui in evidenza il proprio servizio bar (Café W)


Orkney Library & Archives

Orkney Library & Archives: in questo caso in primo piano è il prestito di ebook (via Overdrive)


Biblioteca del Baltic Centre for Contemporary Art

Biblioteca del Baltic Centre for Contemporary Art (Newcastle upon Tyne): nella sala adiacente, da copione, si trova un piccolo ma decisamente accogliente caffè


La biblioteca del GoMA (Gallery of Modern Art) di Glasgow

La biblioteca del GoMA (Gallery of Modern Art) di Glasgow, pure fornita di ampia e frequentata zona caffè

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