Amazon decisamente al centro delle cronache in questi ultimi giorni! Se una notizia sarà giunta sicuramente alle orecchie della maggior parte di voi in quanto riguarda direttamente l’Italia, ovvero l’avvio delle consegne del Kindle Touch 3G con una settimana d’anticipio rispetto a quanto inizialmente comunicato, l’altra forse no avendo ricevuto minor attenzione da parte dei media nostrani: Jeff Bezos, CEO dell’azienda di Seattle, ha congelato per il terzo anno consecutivo il suo stipendio ad 81.840 dollari (benefit, premi e compensazioni varie esclusi). Il motivo di tanta austerità è presto detto: la sfida all’iPad è incentrata soprattutto sul prezzo altamente competitivo del Fire e tale politica aggressiva deve continuare. Bezos vuole pertanto comunicare, all’interno ed all’esterno dell’azienda, con quanta determinazione egli intenda continuare la battaglia.
Al di là del significato simbolico, il gesto fa però a mio avviso trasparire come a Seattle si sia consapevoli che i margini di guadagno sono ristretti e bisogna tirare la cinghia! Il capo, in sostanza, non fa altro che dare il buon esempio. Del resto più volte ho evidenziato la pericolosità di una siffatta politica dei prezzi: sinora la sfida è stata vincente in quanto i volumi di vendita decisamente elevati (a proposito Jorrit Van der Meulen, vice presidente e responsabile per l’Europa di Amazon, nel comunicato stampa di ieri ha tenuto a rimarcare come la risposta del Vecchio Continente al Kindle Touch 3G sia stata superiore alle aspettative ma come da prassi non ha diffuso cifre precise), favoriti dal fatto che i principali rivali (famiglia Samsung Galaxy ed iPad) hanno un costo nettamente superiore.
Se questo è il quadro, c’è da chiedersi cosa accadrà nel momento in cui arriverà il tablet di Google, il Nexus, soprattutto se verrà confermato il prezzo di appena 150 dollari con cui si dice potrebbe presentarsi sul mercato! Inutile dire che la pressione su Amazon sarebbe notevolissima e difficile dire se l’azienda di Jeff Bezos abbia spazi di manovra per poter rilanciare nuovamente al ribasso. Non serve essere un laureato in economia per rendersi conto che in caso di risposta negativa la duplice combinazione di a) margini di guadagno per pezzo ridotti e b) volumi di vendita in calo, potrebbe avere pessime conseguenze sui conti aziendali.
Insomma, la battaglia si preannuncia aspra e sul campo potrebbero rimanere morti e feriti.
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21 Apr
Jeff Bezos e la scommessa dell’ereader
3 Apr
La guerra dei display – Part 2
Che il display sia una componente fondamentale di qualsiasi smartphone, phablet, tablet od ereader è quasi banale sottolinearlo; è però difficile negare che negli ultimi tempi la battaglia tra i colossi dell’high-tech si sia spostata proprio sul fronte del tipo di schermo adottato (e relative prestazioni).
Un breve riepilogo delle “puntate principali” di questo scontro rende bene l’idea: a fine settembre aveva iniziato Amazon, annunciando il Kindle Touch (che come già scritto a giorni arriverà in Italia con inclusa la connessione 3G), a dicembre aveva risposto Qualcomm con il suo rivoluzionario Mirasol Display, a marzo ha rilanciato Apple montando la sua tecnologia Retina Display anche a bordo del suo New iPad; pochi giorni fa, infine, LG ha annunciato l’avvio della produzione di massa del suo E-Paper Display (EPD).
Premesso che la scelta di trattare assieme schermi destinati ad ereader a quelli per tablet (= accostare dispositivi con tecnologie completamente differenti) può essere considerata borderline, bisogna riconoscere che non c’è altra alternativa essendo la tipologia / le caratteristiche dello schermo spesso e volentieri il principale criterio di scelta tra questo o quel device.
Alla luce di questi recenti annunci, quali sono le prospettive nel settore degli schermi? Ci sono stati significativi passi in avanti rispetto al precedente post (che resta comunque di riferimento) dedicato all’argomento? La nuova tecnologia EPD è realmente rivoluzionaria?
Personalmente ritengo che solo alcuni degli annunci anzidetti abbiano significato un netto stacco rispetto alla situazione precedente. Per quanto riguarda Amazon va notato che non c’è stato alcun progresso circa la risoluzione (ferma a 600×800 pixel; solo con il DX si sale a 800X1224) né tanto meno il colore, essendo stata l’unica miglioria quella di aggiungere uno strato touch. Diverso il discorso per Mirasol di Qualcomm: in questo caso la tecnologia è davvero innovativa ma per ora i big la stanno un po’ snobbando, tant’è che le uniche applicazioni concrete si hanno solo in alcuni paesi dell’Asia ed in pratica con lo stesso modello (il capostipite coreano Kyobo Reader infatti presenta caratteristiche estetiche, software ed hardware pressoché identiche all’Hanvon C18 e Bambook Sunflower cinesi ed al Koobe Jin Yong taiwanese); probabilmente si tratta di un fattore di costi ed occorre dunque attendere che questi calino per vedere i primi dispositivi con Mirasol a bordo anche in Europa. Inutile aggiungere che il suo arrivo darebbe sicuramente una scossa e costringerebbe la concorrenza a correre ai ripari (leggasi: puntare con decisione su ereader a colori oltre che creare grattacapi ai produttori di tavolette, rappresentando il Mirasol una valida alternativa ai tablet).
Ma veniamo agli annunci più recenti ed anche più “succosi”, iniziando dall’azienda della Mela morsicata: come forse saprete sono tra coloro che hanno salutato il New iPad in modo tutt’altro che entusiastico (per la precisione l’ho considerato un’occasione mancata da parte di Apple) ma saprete anche che non ho potuto non riconoscere il passo in avanti compiuto con l’adozione della tecnologia retina display; dal punto di vista tecnologico è un classico schermo LCD solo che gli ingegneri di Apple sono riusciti a ridurre considerevolmente le dimensioni dei pixel (motivo per cui a parità di schermo ve ne sono quattro volte tanti) e soprattutto sono stati capaci di rispettare la regola “un pixel un contatto elettrico”, grazie allo sdoppiamento su due piani distinti degli stessi. Il risultato finale è il controllo ottimale di ogni pixel che si traduce in una miglior resa dei colori; inoltre, essendo i pixel fisicamente più piccoli sono meno visibili ad occhio nudo e complessivamente le immagini risultano più nitide ed i colori più brillanti, il tutto, si badi, senza che i consumi energetici aumentassero (anche se l’autonomia di 10 ore – 9 con LTE attivato – resta a mio giudizio insoddisfacente).
Concludo, in rigoroso ordine cronologico, con l’annuncio più recente, ovvero quello di LG; ovviamente il comunicato stampa del chaebol sudcoreano si sforza di mettere in evidenza i punti di forza del nuovo prodotto (come tecnologia rientra in quella degli e-ink) rispetto al corrispettivo in vetro, vale a dire: a) la maggior resistenza agli urti (la foto dimostra addirittura come sia pieghevole sino a 40 gradi) ed alle cadute b) il minor ingombro, in termini di sottigliezza e peso c) l’elevata definizione (1024X768 pixel) d) i bassi consumi energetici e soprattutto e) gli inferiori costi di produzione. Ora, naturalmente ognuno deve portare acqua al proprio mulino, però è indubbio che quasi su tutti i punti LG abbia ragione: chi non vorrebbe uno schermo meno “delicato”, meno ingombrante e meno costoso ma nel contempo più efficiente e più definito? Uso quel “quasi” perché, tanto per cambiare, alcune perplessità le nutro: a) per quanto riguarda i costi, non è garantito che questi scendano anche per il consumatore finale (l’azienda potrebbe benissimo decidere di trattenere per sè i maggiori risparmi = guadagni) b) circa i consumi, questi erano già bassi ed un’ulteriore calo, per quanto sempre da accogliere con favore, non è detto che influisca più di tanto sulle scelte di acquisto degli utenti c) anche l’aumento nella definizione è ovviamente una buona notizia, ma continua a mancare il colore, motivo per cui il Nook Color di Barnes & Noble (che di definizione fa 1024 X 600) continua a restare un prodotto di tutto rispetto! Nulla inoltre si dice sul tempo di refresh, ovvero sull’eventuale riproducibilità di video… caratteristica a mio vedere assolutamente da ricercare! Infine, per il momento la produzione riguarderà display fino a 6 pollici: se all’interno di questo range ricadono molti big vendor (tutti gli Amazon Kindle tranne il Dx, tutti i Cybook, i Leggo IBS 603 e 612, il Sony Reader solo per citarne alcuni) sarebbe interessante sapere chi effettivamente userà la nuova tecnologia sviluppata da LG, la quale nel suo comunicato, con comprensibile riserbo, ha semplicemente detto che la produzione partiva dagli ODM in Cina e che per la fine di aprile i pezzi sarebbero arrivati in Europa.
In altri termini quella che effettivamente è una notizia interessante per lo sviluppo del settore degli ereader, e a cascata degli ebook, potrebbe vedere sminuita la sua portata per logiche industriali che, si sa, talvolta non sono molto lineari.
29 Mar
Amazon Kindle Fire: a quando in Italia?
L’annuncio di ieri da parte di Amazon che in ben 100 paesi (Italia inclusa) verrà a breve commercializzato il Kindle Touch 3G con connessione (al Kindle Store) inclusa, è stata accolto favorevolmente da “addetti ai lavori” e comuni utenti. I motivi di cui rallegrarsi effettivamente non mancano: il Kindle Touch è uno degli ereader maggiormente apprezzati e sicuramente tra i più diffusi, ed ora vanta pure il plus della connessione gratuita inclusa nel “pacchetto”; insomma, un’offerta allettante che alcuni commentatori si augurano possa far decollare una volta per tutte il mercato dell’ebook in Italia.
La mossa di Amazon ha nel contempo sollevato un intenso dibattito (caratterizzato talvolta da considerazione tipicamente “dietrologiche” all’italiana) incentrato sulla domanda cruciale: quando arriverà nella Penisola il pezzo pregiato dei dispositivi targati Amazon, vale a dire la tavoletta low cost Kindle Fire?
A riguardo le posizioni che vanno per la maggiore in Rete sono le seguenti: a) bisogna aspettare che venga approntata la versione di Android customizzata per il mercato italiano, mercato che secondo altri => b) non sarebbe ancora ritenuto maturo da parte del management di Amazon c) le pressioni delle varie lobby nostrane (editori, librai, content provider, etc.) hanno indotto il gigante dell’e-commerce, peraltro sovente accusato di “ammazzare” la concorrenza con pratiche sleali, a ritardare la commercializzazione in attesa che si addivenga ad un accordo su come spartirsi la torta (il tutto, sempre secondo gli assertori di questa opzione, a danno del consumatore finale) d) secondo altri, infine, un ruolo potrebbe averlo svolto il timore che la notoriamente restrittiva legislazione sulla privacy potesse far incorrere il dispositivo made in Seattle in indagini / sanzioni da parte dell’Unione Europea, soprattutto per quel che riguarda il funzionamento del browser “cloud-accelerated” Silk.
Personalmente ritengo che un po’ tutte queste posizioni abbiano un fondo di verità: sicuramente la presenza di un SO ad hoc rappresenta un valore aggiunto del prodotto (e pertanto vale la pena attenderne lo sviluppo) così come che la valutazione del “contesto operativo” (ovvero peculiarità del mercato locale, ruolo della concorrenza, cornice legislativa) ha inciso sulle tempistiche di Amazon. Credo però che tra tutti i fattori quello che ha pesato di più sia stato la sostanziale immaturità del mercato italiano non solo e non tanto in fatto di penetrazione dell’ebook (il Rapporto AIE 2011 lo indicava fermo allo 0,04% seppur con trend positivo) ma in generale dell’economia digitale: negli Stati Uniti per il Fire è stato “confezionato” un pacchetto Premium da 70 dollari che consente di ascoltare musica in formato MP3, vedere film, storage illimitato sulla nuvola e via discorrendo. In Italia, a parte la necessità preliminare di stipulare i relativi accordi, semplicemente una cosa simile non sarebbe possibile: la quota di mercato della musica digitale, seppur in crescita, non è ancora in linea con gli altri paesi e per quanto riguarda i film non abbiamo Netflix (e nemmeno il corrispettivo) e questo anche perché infrastrutturalmente (leggasi disponibilità di banda larga… che sia veramente larga) solo poche aree metropolitane riuscirebbero a supportare il servizio. Al contrario, in un perverso meccanismo in cui l’assenza di alternative legali induce ai download illegali ci facciamo rispettare nelle classifiche della pirateria informatica.
Tenendo presente questo quadro di riferimento, è verosimile l’ipotesi, formulata da alcuni osservatori, che indicano il Natale 2012 come data possibile dell’arrivo in Italia (magari in contemporanea con il lancio del fantomatico “Fire 2”)? Dal punto di vista delle tempistiche sicuramente sì… ma forse pure troppo, nel senso che il Kindle Fire arriverebbe da noi ad oltre un anno dal lancio negli Stati Uniti, vale a dire vecchio per quelli che sono i tempi dell’hi-tech. Inoltre dal punto di vista della maturità (e maturazione) del mercato italiano, onestamente non penso che da qui a nove mesi i fondamentali possano cambiare di molto. Intendiamoci, quello natalizio è un periodo propizio per le vendite (Amazon stessa insegna), tanto più che, come ho sostenuto più volte, per quanto il rapporto dispositivi di lettura / ebook sia reciproco, è il primo a far da volano al secondo e pertanto la presenza del Fire potrebbe dare un impulso decisivo nel processo di maturazione del mercato di casa nostra.
Fin qui il ragionamento non fa una piega ma se guardiamo alle mosse della concorrenza, mi viene da ipotizzare un lancio prima di Natale: in estate infatti Google scenderà nell’arena dei tablet con il suo Nexus (questo il nome trapelato) il quale avrà dalla sua un prezzo davvero allettante (150 dollari), il sistema operativo Android Ice Cream Sandwich (mentre il Fire per ora resta ancorato al “vecchio” Gingerbread) oltre che (presumibilmente) la massima integrazione dei vari servizi di Big G e tutti i contenuti del Play Store. Chiaramente un avversario temibile che creerà seri grattacapi; di qui la mia idea che a Seattle potrebbero decidere di giocare in anticipo, con diverse risposte scaglionate nel tempo: a) passaggio ad Android 4 per l’estate (e questa potrebbe essere l’occasione per “sfornare” anche la versione per l’Italia, saltando in pratica la 2.3 ed offrendoci un prodotto appetibile non solo nel prezzo ma anche nel SO) b) per Natale grande battaglia con il lancio di un nuovo Fire il quale, a dar credito alle indiscrezioni, potrebbe avere uno schermo più grande dell’attuale (che ce l’ha da 7 pollici, scelta azzeccata come confermano anche i dati di vendita del Samsung Note; quest’ultimo da pochi giorni è upgradabile ad Android 4.0, a riprova del fatto che è questo lo standard cui ci si deve allineare) giusto per ampliare la gamma di prodotti, tra i quali potrebbe pure comparire un nuovo ereader.
Insomma, i mesi a venire saranno sicuramente densi di novità e, soprattutto, cruciali per il destino dell’ebook.
PS Considerati i massicci riferimenti ai rumor provenienti dalla rete ho approntato su Storify una versione di quest post con gli
5 Gen
Natale col botto per tablet ed e-reader, ma il 2012 cosa ci riserva?
A quanto pare Babbo Natale ha portato sotto l’albero moltissimi tablet così come parecchi e-reader! Già, perché a leggere qua e là su vari blog specializzati sembra proprio che le vendite di questi sempre più diffusi dispositivi siano andate a gonfie vele; i dati sinora diffusi non sono ancora definitivi ma permettono ugualmente di fare alcune considerazioni nonché di azzardare delle previsioni per il futuro e soprattutto di precisare con maggior dettaglio quanto in precedenti post ho potuto solo abbozzare.
Le notizie sono sostanzialmente due: 1) nel settore dei tablet l’iPad Apple mantiene la sua leadership di mercato ma ha trovato un degno concorrente nel Kindle Fire di Amazon (l’azienda di Seattle ha comunicato di aver venduto a dicembre 1 milione di dispositivi della famiglia Kindle a settimana, con il Fire a recitare la parte del leone); 2) non solo Amazon ed Apple sorridono: le vendite di e-reader in generale sono andate bene, favorite dai prezzi molto bassi (ormai negli USA è la norma trovarne nelle grandi catene sotto la quota simbolica dei 100 dollari).
Archiviato dunque il Natale in modo soddisfacente pressoché per tutti, interessante ora vedere un po’ quali sono gli scenari futuri(bili). Sono convinto che la variabile decisiva sarà sicuramente quella relativa alle scelte tecnologiche effettuate ai diversi livelli dai vari “operatori”.
QUALE SISTEMA OPERATIVO
Sul fatto che Android sarà quello dominante ormai non vi è più alcun dubbio; il suo Market si sta arricchendo sempre più di app ed a breve non ci saranno più sensibili differenze con l’offerta dell’AppStore della Apple. Ciò nonostante non è tutto oro quel che luccica: Amazon ad esempio ha troppo “blindato” il suo Kindle Fire cercando di tenere tutto “in casa” e limitando l’accesso a molte delle applicazioni disponibili: così succede che (a meno che uno non si metta a smanettare – Android in questo è magnifico e chi è capace ed ha voglia di farlo può veramente divertirsi – rootando il dispositivo od installando manualmente i file APK) io, aficionado di Dropbox, non posso caricare i miei e-book su quest’ultima nuvola essendo vincolato a quella messa a disposizione da Amazon stessa (ma solo per quei libri, film, etc. acquistati sul sito Amazon!!!). Pur con tutte queste limitazioni la scelta di adottare il sistema operativo promosso da Google da parte dell’azienda di Jeff Bezos è già un passo in avanti, considerando come quest’ultima, giusto per restare in tema di libri elettronici, ancora si arrocchi sul formato Mobipocket! Molto più aperta su questo fronte si è dimostrata Barnes & Noble, il cui Nook Color 2 è stato l’altro best seller di questo Natale 2011, grazie anche ad un prezzo di vendita che lo rende assai appetibile, fattore che lo accomuna al rivale Kindle Fire! A riguardo onestamente mi chiedo se una politica dei prezzi così aggressiva sia sostenibile nel lungo periodo, essendo i margini di guadagno giocoforza ridotti all’osso! Ma il principale fattore di incertezza riguarda proprio il sistema operativo Android: nel momento in cui Google scenderà in prima persona nell’arena dei tablet verrà garantito l’accesso pieno al codice sorgente a quelli che da un momento all’altro si trasformeranno in competitor? Verranno imposte fee (ricordo che Google stessa “gira” somme non indifferenti alle varie Microsoft, Nokia, HP, RIM, etc. per brevetti usati in Android) tali da rendere questo SO non più conveniente? E se sì, come penseranno queste aziende di ovviare al problema? Realizzando in casa un sistema operativo ex novo oppure riesumando WebOS, recentemente scaricato da HP che lo ha reso open source, oppure ancora ritornando dalla cara vecchia Microsoft (che presto o tardi, pena il declino, dovrà entrare in grande stile nel segmento dei dispositivi mobili)?
LE MOSSE DI GOOGLE
Quali sorprese ci riserverà nel 2012 l’azienda di Mountain View? Per quanto ora ci riguarda la novità più rilevante dovrebbe essere, quale naturale frutto dell’acquisizione di Motorola, la commercializzazione di un tablet di BigG. C’è da scommettere che in esso saranno presenti tutti quei servizi sviluppati pazientemente nel corso degli anni: GMail, Google Maps / Navigator, la suite di produttività online Google Docs senza dimenticare Google Libri / Google eBookstore (nei quali è confluito il tanto discusso progetto Google Books Library Project), la vetrina di giornali Google News, la “classica” funzione di search e via discorrendo! In pratica, grazie alla possibilità di connetterci in mobilità ed alla potenza della nuvola Google, moltissimi dei servizi citati, che usiamo quotidianamente seppur in modo non integrato, verrebbero a trovarsi quasi per magia in un’unica piattaforma pensata appositamente! Idea molto affascinante ma che nel contempo lascia perplessi per i seri rischi di “effetto lock-in”. Nemmeno per Google poi son tutte rose e fiori: la decisione di scendere in prima persona nell’agone dei device mobili potrebbe avere indesiderati risvolti negativi; all’annuncio dell’acquisizione di Motorola i grandi utilizzatori di Android asiatici hanno storto il naso (la stessa reazione degli editori quando Amazon ha lanciato il suo programma rivolto agli autori) al punto che hanno iniziato a cautelarsi cercando le possibili alternative ed iniziando a diversificare la gamma dei SO usati. Insomma l’eccessivo protagonismo potrebbe aiutare la concorrenza! Ulteriore nodo da risolvere, per finire, il destino del progetto Chromium: in base a quanto fatto finora, e soprattutto agli ottimi risultati ottenuti, è naturale pensare che continui ad essere Android (giunto alla sua versione 4.0 Ice cream Sandwich) il SO operativo imbarcato sui “GTablet”, motivo per cui Chromium potrebbe venir cancellato o quanto meno fatto confluire in Android stesso.
LE MOSSE DI APPLE
Per l’azienda di Cupertino la sfida del 2012 è quella di gestire il vantaggio che già si detiene e di rintuzzare gli attacchi dei competitor. Il primo punto sarà risolto lanciando la terza versione del celeberrimo iPad, per il secondo il discorso si fa più articolato. Considerando che l’iPod ormai non tira più come una volta, molti ipotizzano che pur di non lasciare scoperta la fascia di prezzo presidiata dal famoso lettore MP3, l’azienda della Mela stia considerando di produrre anch’essa un tablet low cost che fronteggi il Kindle Fire ed il Nook Color 2. Conoscendo Apple, che raramente rinuncia alle prestazioni (così come ai margini di guadagno), ritengo che la strada che verrà seguita per mantenere entro livelli accettabili il prezzo sarà quella di limitare le dimensioni complessive del dispositivo: non mi sorprenderebbe se nel prossimo anno vedesse la luce qualcosa di affine al Samsung Galaxy Note.
LE MOSSE DEGLI ALTRI
Con il citato Galaxy Note arriviamo a parlare di quelli che sono stati i grandi sconfitti del Natale 2011 (anni fa ci saremmo tutti messi a ridere alla sola idea che i dispositivi più venduti potessero essere marchiati Amazon o Barnes & Noble!). Tutti hanno i loro bei problemi: Samsung ha già sparato la sua cartuccia (fuori bersaglio) con il Galaxy Tab ma il suddetto Note le ha aperto un’interessante nicchia di mercato che è bene sfrutti a dovere prima dell’arrivo della concorrenza e soprattutto deve capire se continuare a “fidarsi” di Google e del suo Android. Anche Nokia mi attendo che batta un colpo nel settore delle tavolette: l’alleanza con Microsoft non può partorire la sola famiglia di telefonini intelligenti Lumia e d’altro canto credo che l’azienda di Redmond spinga per avere un tablet che funga da “vetrina” per il suo Windows Phone 7.5 (Mango). Di HP onestamente non so che dire: dopo aver acquisito Palm, pensato di abbandonare la divisione PC, svenduto il proprio TouchPad, scaricato WebOS, il management non ha ancora deciso “che fare da grande”! L’unica cosa che mi sento di suggerire è che si diano una mossa perché un anno di immobilità significherebbe perdere il contatto con le aziende di punta… a meno che non stiano pensando di tornare di nuovo sul mercato (che sarebbe davvero un non-senso, avendo due anni fa sborsato fior di quattrini per Palm senza poi farsene nulla!) magari puntando a RIM, che come già scritto fa gola a parecchi!
LA SCOMMESSA SUGLI E-READER
Come ricordato all’inizio di questo lungo post, a dicembre sono andate bene anche le vendite di e-reader; per capire ciò che sta dietro a questo risultato apparentemente inatteso possono tornare utili alcuni dati diffusi da Gartner. Questa importante società di analisi sottolinea come i margini di crescita sono ancora elevati soprattutto in Europa occidentale e nella regione Asia / Pacifico in particolare per quel segmento di e-reader avanzati (dotati di connettività, schermo tattile) che possono svolgere, per utenti non esigenti e pronti a qualche rinuncia in quanto a dotazioni tecnologiche, funzioni avvicinabili a quelle dei tablet ma ad un prezzo nettamente inferiore. Gartner non nasconde l’esistenza del rischio cannibalizzazione ma sottolinea come puntando su fattori quali il prezzo e l’esistenza di una nicchia di lettori forti un futuro “autonomo” sia ancora possibile, al punto che colossi del calibro di Dell ed HP (sovvenzionati in questo dai content provider) stanno valutando di entrare in questo mercato dominato da Amazon, Barnes & Noble e Sony, affiancate da una pletora di produttori relativamente più piccoli.
CONCLUSIONI
Nel 2012 assisteremo dunque ad un boom di coloro che attraverso i propri dispositivi nuovi fiammanti scriveranno mail, lavoreranno, leggeranno libri e giornali, guarderanno film, “socializzeranno” e via dicendo. Tablet ed e-reader insomma saranno tra noi e diventeranno un oggetto con il quale avremo particolare familiarità.
Se per i consumatori sarà dunque l’anno della definitiva consacrazione (tanto più che per la prima volta ci sarà una reale possibilità di scelta tra diversi modelli in base alle specifiche esigenze), per i produttori sarà quello delle scelte strategiche: di sistema operativo, di target di consumatori, di prodotto (tablet e/o e-reader).
Da queste scelte deriveranno i dispositivi che ci troveremo tra le mani nel prossimo futuro e sulle caratteristiche dei quali mi arrischio in alcune previsioni. Chiariamo innanzi tutto che personalmente continuo a ritenere che non assisteremo a nessuna cannibalizzazione bensì ad una lenta ma inesorabile convergenza tra tavolette e lettori per libri elettronici. Se, come abbiamo visto, la connettività ed il touchscreen sono già due caratteristiche acquisite, il prossimo step sarà uno schermo a colori adatto sia alla fruizione di video che alla lettura di e-book (un buon esempio in questa direzione è il Mirasol). Caduto il gap imposto dallo schermo a colori e risolto il problema dell’autonomia delle batterie (Qualcomm sostiene essere i consumi energetici del Mirasol estremamente bassi) la completa fusione tra queste due classi di dispositivi potrà dirsi compiuta; a quel punto starà ai produttori segmentare il mercato producendo device di fascia medio – alta o per contro medio – bassa. Dal momento che una “dotazione minima” sarà sempre garantita il fattore che farà realmente la differenza credo sarà il form factor e non solo per l’impatto diretto che questo ha sui costi finali di produzione, ma anche perché a parità di caratteristiche tecniche sarà il consumatore a decidere se preferisce avere un dispositivo realmente tascabile (tipo Galaxy Note per intenderci) oppure qualcosa di più performante ma nel contempo ingombrante (diciamo un iPad). Insomma, per chiudere con uno slogan, “potere al consumatore”!
PS Come spesso faccio, ho pensato di realizzare la versione (con leggeri adattamenti) su Storify di questo post, fornita di tutti i rimandi (per chi volesse approfondire l’argomento e verificare le fonti) ai vari siti che mi sono stati di spunto e stimolo nella sua redazione
28 Dic
Cloud computing in biblioteca: quali prospettive
PREMESSA
Avrete notato che non c’è quasi post nel quale io non faccia riferimento, almeno “en passant“, al modello del cloud computing. Avendo già dedicato un articolo approfondito alle possibili applicazioni negli archivi, è ora giusto, per par condicio, delinearne i possibili utilizzi pratici all’interno delle biblioteche. Per facilità espositiva credo sia utile distinguere tra quelle applicazioni che possono venir implementate, volendolo fare, da subito e quelle che invece lo saranno in un futuro che comunque è ben più vicino di quanto si pensi.
CHE COS’E’ IL CLOUD COMPUTING (IN BREVE)
Come forse sarà noto, il cloud computing è una “declinazione” tecnologica grazie alla quale è possibile accedere da remoto, in modo scalabile e personalizzabile, a risorse hardware e software offerte da uno o più provider che le virtualizzano e distribuiscono attraverso la rete Internet. Per certi aspetti si tratta dunque della normale evoluzione di un qualcosa che era già intuibile in nuce con l’avvento della Rete ed ora semplicemente condotto alle sue estreme conseguenze; per altri si tratta di qualcosa di “rivoluzionario” cambiando radicalmente per i singoli utenti, con il passaggio alla nuvola, le modalità di implementazione delle nuove tecnologie da un lato e del loro utilizzo pratico dall’altro.
MODALITA’ DI UTILIZZO GIA’ IMPLEMENTABILI
Nella definizione sopra data si spiega chiaramente come a venir coinvolte dal passaggio al cloud sono sia la dimensione hardware che quella software; tenendo pertanto presente che esiste un’intima correlazione tra queste due componenti (essendo la prima funzionale alla seconda), risulta però assai più agevole, al fine di una trattazione più lineare, affrontare distintamente i due aspetti ed è così che intendo procedere.
1) Hardware: nelle realtà più avanzate, soprattutto in quelle in cui si è proceduto nella direzione della realizzazione del modello di biblioteca digitale, si è reso indispensabile dotarsi di un’infrastruttura tecnologica complessa (server, router, cablaggi vari, etc. il tutto collocato in ambienti debitamente condizionati) il che, se da un lato ha permesso di ampliare il ventaglio dei servizi offerti, dall’altro ha finito con l’accrescere i costi dovuti non solo alle spese in strumentazioni tecnologiche ma anche all’ “appesantimento” degli organici (la presenza di personale con conoscenze informatiche si è rivelata un’esigenza imprescindibile). Questa trasformazione, oltre ad appalesare problemi di profonda insostenibilità economica (quel “profonda” sta a ricordare che nessuna biblioteca non comporta costi), rischia anche di snaturare la natura stessa dell’ “istituto biblioteca”, finendo le spese in tecnologia con l’assorbire quote sempre più consistenti del budget a disposizione e questo talvolta anche a discapito della mission istituzionale. Visto sotto tale luce il cloud computing, consentendo di “affibbiare ad altri” l’onere di realizzare e gestire queste sempre più importanti e costose infrastrutture, rappresenta una boccata d’ossigeno non da poco per le finanze sempre più striminzite della maggior parte delle biblioteche (ibride, virtuali o digitali che siano). Purtroppo questa via di delegare in toto a terzi non è percorribile così “a cuor leggero”: le problematiche in fatto di sicurezza dei dati (personali, record bibliografici, etc.) non sono di facile soluzione a meno di non ripiegare su soluzioni intermedie come potrebbero essere le hybrid o private cloud (senza scendere nei dettagli, si tratta di modelli “intermedi” nei quali si mantiene un certo grado di controllo sull’infrastruttura tecnologica senza per questo rinunciare alla maggior parte dei benefici della nuvola). Al netto di queste controindicazioni, credo che l’uso del cloud computing in modalità IaaS (Infrastructure as a Service), già diffuso in alcune realtà, sarà nel volgere di pochi anni più la regola che l’eccezione.
2) Software: basta solo pensare che praticamente qualsiasi programma attualmente installato nel nostro personal computer può / potrebbe tranquillamente venir erogato in modalità cloud per intuire come il cosiddetto SaaS (Software as a Service) sia denso di implicazioni anche per il settore biblioteconomico; in effetti già nel momento in cui scrivo molti importanti poli bibliotecari hanno adottato SW (con funzioni di catalogazione, di gestione del prestito, di evasione delle pratiche amministrative, etc.) cui si accede per via telematica previa autenticazione e che dal punto di vista “fisico” risiedono presso i server della società sviluppatrice assieme a tutti i dati di natura amministrativa, catalografica, etc. caricati dai singoli operatori “sparsi” nelle diverse biblioteche / nodi appartenenti alla rete. Senza nemmeno qui scendere nei dettagli, i pro del passaggio alla nuvola sono evidenti (una catalogazione partecipata e collaborativa, una miglior ottimizzazione delle risorse, ad es. tramite acquisti coordinati ed una circolazione delle risorse più razionale) così come i contro (in caso di interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica oppure in assenza di connessione, semplicemente il sistema non funziona!). Tutti fattori da valutare con un’attenta analisi costi / benefici anche perché, ponendosi nel worst case scenario, la necessità di garantire la continuità del servizio imporrebbe anche a realtà minori (che difficilmente possono permetterselo) la presenza di gruppi di continuità e connessioni garantite (linee dirette, molteplici fonti del segnale, etc.), ovvero soluzioni talvolta non adottate nemmeno da realtà ben più grandi!
APPLICAZIONI E SCENARI FUTURI
Dal momento che vanno a modificare prassi consolidate, gli utilizzi pratici del cloud sin qui descritti rappresenteranno un sicuro elemento di novità nel settore bibliotecario; eppure, pur con tutta la loro rilevanza, essi rischiano di apparire gran poca cosa se raffrontati a quanto potrebbe avvenire di qui a pochi anni! In effetti, senza che ciò significhi abbandonarsi a voli pindarici, guardando a ciò che potrebbe divenire a breve realtà sembra davvero di poter affermare che nel prossimo futuro saremo testimoni di cambiamenti epocali! In particolare a mio avviso il cloud computing moltiplicherà gli effetti di altri processi attualmente in corso in modo più o meno indipendente tra di loro (e dei quali, per inciso, talvolta esso stesso è nel contempo premessa e conseguenza!): a) diffusione dell’e-book b) diffusione di dispositivi per la fruizione di contenuti digitali in mobilità (smartphone, e-reader, tablet, etc.) da parte di individui sempre più connessi c) presenza di una incontrollabile massa di risorse digitali parte delle quali, stando alla teoria, dovrebbero essere “appannaggio” delle biblioteche (digitali). Partiamo da quest’ultimo punto: sulla centralità del ruolo che potranno giocare le biblioteche (digitali) onestamente nutro più di un dubbio; troppa la disparità degli investimenti effettuati ed in generale delle risorse (umane, finanziarie, tecnologiche) disponibili! Purtroppo temo che in futuro il ruolo di intermediazione attualmente svolto dalla biblioteca fisica, con la quale tutti noi abbiamo familiarità, non sarà altro che un ricordo essendo essa sostituita dall’interfaccia grafica messa a disposizione in Rete da quelli che genericamente sono definibili come fornitori di risorse digitali; in sostanza dunque l’utente (cliente?) effettuerà ricerche, accederà alle collezioni digitali, fruirà delle risorse reperite rielaborandole e condividendole “socialmente”, il tutto direttamente a partire dal sito web / dall’applicazione sviluppato/a dal DRP (Digital Resources Provider) ed indipendentemente dal tipo device in uso. In concreto il DRP in parte creerà direttamente piattaforme ed applicativi ed in parte si inserirà in un ambiente digitale nel quale applicazioni di terzi si integreranno tra di loro espandendo, a seconda degli interessi e delle esigenze dell’utilizzatore, il suo “habitat” digitale (=> le varie fasi di ricerca, utilizzo, condivisione, conservazione, etc. avverranno in un ambiente percepito dall’utente come unico).
Se questo sarà a mio vedere il probabile scenario di riferimento, è il caso di soffermarsi su alcuni aspetti di specifico interesse biblioteconomico: 1) non è tutt’altro che scontato che, nella sua ricerca di e-book, l’utente si rivolga alle biblioteche né d’altro canto è così pacifico che le biblioteche digitali saranno le DRP per eccellenza di quella specifica risorsa che chiamiamo “libro elettronico”; anzi è altamente probabile che il ruolo dei motori di ricerca (non mi riferisco qui solo a quelli generalisti come Google, ma anche a quelli dedicati come Ebook-Engine.com) così come quello dei cataloghi delle case editrici (meglio ancora se “evoluti” in chiave social in stile aNobii) sarà vieppiù crescente. 2) Proprio l’atteggiamento di queste ultime è attentamente da valutare; se da una parte esse pure vedono con il fumo negli occhi il ruolo di rigidi gate-keeper svolto dai SE nei riguardi dei contenuti che loro stesse – le case editrici, intendo – concorrono a creare (e potrebbero perciò allearsi con le biblioteche contro il comune nemico), dall’altra non si può non interpretare come “ostili” i peraltro non numerosi accordi fin qui stipulati in tema di digital lending! Essi fanno intravedere, nel momento in cui gli editori stessi (o ulteriori società “intermediarie” specializzate) si accollano l’onere di sviluppare e gestire piattaforme attraverso le quali effettuare le operazioni di ricerca ed eventuale “prestito” per conto delle biblioteche, la prospettiva di una marginalizzazione di queste ultime, ridotte a poco più di mere “procacciatrici” di utenti / clienti! (A rendere critico il rapporto biblioteche – editori è anche la questione del DRM ed in generale della tutela dei diritti di proprietà intellettuale, che è in via di ridiscussione e, viste le posizioni di partenza scarsamente conciliabili, rendono verosimile un peggioramento rispetto alle regole, già non perfette, esistenti nel “mondo fisico”).
CONCLUSIONI
Per concludere, dunque, il cloud computing in biblioteca nella sua declinazione IaaS se da un lato pare assicurare quei vantaggi connessi all’uso di infrastrutture tecnologiche all’avanguardia contenendo allo stesso tempo i costi entro limiti ragionevoli, dall’altra sembra pericolosamente strizzare l’occhiolino al bibliotecario e dire: “Ehi, tranquillo! Non preoccuparti della ferraglia, ci pensiamo noi!”, senza farlo riflettere sul fatto che la perdita di controllo sull’infrastruttura IT non è cosa da poco! Anzi a ben guardare è solo la prima di una lunga serie di “concessioni” che si fanno in rapida successione: ad esempio con il digital lending, almeno per come è stato fatto finora in Italia, si perde pure quello sulla piattaforma, senza poi considerare come in ambiente digitale vadano completamente ricalibrate le strategie di comunicazione con gli utenti, che rischiano di essere “scippati” dagli onnipresenti social network. Alla luce di queste considerazioni anche gli indubbi vantaggi ottenibili a livello di piattaforma (PaaS) e di software (SaaS), con la nuvola che trasforma davvero quasi per magia i poli bibliotecari in un’unica grande biblioteca, con un patrimonio trattato omogeneamente, utenti condivisi, procedure comuni, etc., perdono gran parte del loro valore.
Un ultimo appunto è, infine, di ordine squisitamente teorico: è opinione diffusa in letteratura che alla biblioteca elettronica (= per Carla Basili e Corrado Pettenati “una biblioteca automatizzata, non necessariamente connessa alla Rete”) si sarebbero quasi evoluzionisticamente succedute la biblioteca virtuale ( = una biblioteca connessa in ruolo di client, ovvero che trae dalla Rete parte delle sue risorse per espandere il posseduto) e quella digitale ( = una biblioteca che mette a disposizione di utenti remoti le proprie risorse digitali pubblicandole in Rete). Ebbene con il cloud computing mi sembra che questo ruolo “attivo” in qualità di server venga un po’ meno: d’accordo, la biblioteca possiederà sicuramente delle risorse digitali, ma è indubbio che queste (quand’anche dal punto di vista legale di sua proprietà) risiederanno su server di terzi. Inoltre, dovesse il trend rafforzarsi (ed i soldi rimanere sempre pochi), le biblioteche acquisteranno sempre meno “risorse digitali” optando per formule ibride quali noleggio / affitto rinunciando perciò anche al ruolo di interfaccia tra utente e risorse (questo perché gli accordi stipulati prevederanno che della piattaforma di ricerca e prestito si occupi il “noleggiatore”). Insomma, mi pare proprio si possa affermare che le biblioteche con il passaggio alla nuvola rimarranno ancorate al ruolo di client e quand’anche dovessero progettare di ampliare i propri servizi consentendo l’accesso a risorse digitali presenti in Rete, in gran parte dei casi non lo farebbero impegnandosi in prima persona. In altri termini, la definizione di “biblioteca digitale” così come formulata dalla teoria rischia di restare pura speculazione.
21 Dic
Quale destino per RIM?
Questo post, incentrato così com’è su questioni industriali e di merge & acquistion, potrebbe apparire per molti lettori fuori luogo pubblicato in questo blog. A mio avviso ovviamente non lo è e non solo perché nel mio piccolo sono sempre stato affascinato da quel che combinano le grandi aziende padrone del mercato globale e globalizzato, ma soprattutto perché sono profondamente convinto che una completa comprensione delle dinamiche che guidano l’evoluzione di interi settori quali l’editoria digitale (intesa qui in senso più che lato) così come quello che offre servizi di archiviazione / storage online sia impossibile se non si guarda alle mosse compiute più a monte da quelle aziende che hanno la capacità di influenzarne le sorti. (Giusto per fare un esempio, è impensabile contestualizzare l’evoluzione dell’e-book senza guardare a quanto fatto da Amazon negli ultimi 10 – 15 anni o da Google con il suo progetto Google Books e la relativa telenovela giudiziaria con l’Authors Guild statunitense).
Ebbene, entrando in media res, i rumors del giorno parlano di un forte interessamento dell’accoppiata Microsoft – Nokia, da qualche mese convolate a nozze per quanto riguarda il sistema operativo dei prossimi cellulari della casa finlandese (che saranno per l’appunto forniti dall’azienda di Seattle), per RIM (Research in Motion), produttrice dei celeberrimi telefonini intelligenti della famiglia BlackBerry che ultimamente però vedono la propria immagine sempre più appannata presso i consumatori di tutto il mondo. La notizia, così da sola, non dice molto, ma se aggiungiamo che altre indiscrezioni parlano di avances da parte di Amazon (oltre a contatti per accordi di partnership con Samsung ed HTC, con queste ultime che vogliono cautelarsi nell’evenienza in cui Android diventi un sistema operativo chiuso), si vede che a questa sorta di gara per accaparrarsi RIM non manca quasi nessuno (Google manca all’appello solo perché si è già sistemata con l’acquisto di Motorola Mobility in estate)!
La vicenda si fa interessante: chiaramente RIM fa gola a molti in virtù dei numerosi clienti business che potrebbe portare in dote e del prezzo relativamente modesto con il quale si potrebbe fare “la spesa” (i corsi azionari dell’azienda canadese sono ai minimi); sicuramente poi ai potenziali acquirenti si porrebbero problemi industriali: i nuovi prodotti lanciati sul mercato (PlayBook su tutti) non hanno trovato il favore dei consumatori e lo stesso sistema operativo rischia di rimanere schiacciato dal consolidamento in atto e che vede, in assenza di concorrenti, Android ed iOS recitare la parte del leone (avendo HP di fatto cestinato WebOS ed essendo Windows Mobile ancora sulla rampa di lancio).
Se la maggior parte degli osservatori focalizzano l’attenzione su questa sfida, dal mio punto di vista però è ancor più interessante notare come in profondità stiano avvenendo radicali mutamenti in player che, nati come “mediatori / venditori di contenuti” (leggasi Amazon e Google), stanno gradualmente ampliando i propri interessi non solo (ed è in fondo nell’ordine delle cose) all’infrastruttura che veicola tali contenuti (che diviene base per nuovi servizi e talvolta rendendola disponibile a terzi) così come agli strumenti attraverso i quali essi vengono fruiti. Il rimescolamento dei ruoli è così profondo che oramai non suona più strano porsi domande quali: “a quando lo smartphone di Amazon”? “a quando il tablet di Google (per inciso, si parla dell’estate prossima…)”?
Riassumendo è in atto un riposizionamento strategico di questi big player, riposizionamento che vede il settore editoriale ricoprire un ruolo di primo piano, a riprova di come lo tsunami digitale stia per travolgere questo settore trasformandolo radicalmente. Le mosse sopra descritte suggeriscono che in un futuro sempre più vicino qualsiasi fruizione di contenuti digitali sarà accompagnata dalla relativa capacità di archiviazione online, motivo per cui la nostra diverrà sempre più una esistenza digitale. Se le prospettive sono queste superfluo aggiungere che a godere di una sorta di “vantaggio competitivo” sono quelle aziende dotate di una imponente infrastruttura cloud: Amazon, Google, Apple.









