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Jeff Bezos e la scommessa dell’ereader

Bezos_Amazon_Kindle

Bezos_Amazon_Kindle di sam_churchill, su Flickr

Amazon decisamente al centro delle cronache in questi ultimi giorni! Se una notizia sarà giunta sicuramente alle orecchie della maggior parte di voi in quanto riguarda direttamente l’Italia, ovvero l’avvio delle consegne del Kindle Touch 3G con una settimana d’anticipio rispetto a quanto inizialmente comunicato, l’altra forse no avendo ricevuto minor attenzione da parte dei media nostrani: Jeff Bezos, CEO dell’azienda di Seattle, ha congelato per il terzo anno consecutivo il suo stipendio ad 81.840 dollari (benefit, premi e compensazioni varie esclusi). Il motivo di tanta austerità è presto detto: la sfida all’iPad è incentrata soprattutto sul prezzo altamente competitivo del Fire e tale politica aggressiva deve continuare. Bezos vuole pertanto comunicare, all’interno ed all’esterno dell’azienda, con quanta determinazione egli intenda continuare la battaglia.
Al di là del significato simbolico, il gesto fa però a mio avviso trasparire come a Seattle si sia consapevoli che i margini di guadagno sono ristretti e bisogna tirare la cinghia! Il capo, in sostanza, non fa altro che dare il buon esempio. Del resto più volte ho evidenziato la pericolosità di una siffatta politica dei prezzi: sinora la sfida è stata vincente in quanto i volumi di vendita decisamente elevati (a proposito Jorrit Van der Meulen, vice presidente e responsabile per l’Europa di Amazon, nel comunicato stampa di ieri ha tenuto a rimarcare come la risposta del Vecchio Continente al Kindle Touch 3G sia stata superiore alle aspettative ma come da prassi non ha diffuso cifre precise), favoriti dal fatto che i principali rivali (famiglia Samsung Galaxy ed iPad) hanno un costo nettamente superiore.
Se questo è il quadro, c’è da chiedersi cosa accadrà nel momento in cui arriverà il tablet di Google, il Nexus, soprattutto se verrà confermato il prezzo di appena 150 dollari con cui si dice potrebbe presentarsi sul mercato! Inutile dire che la pressione su Amazon sarebbe notevolissima e difficile dire se l’azienda di Jeff Bezos abbia spazi di manovra per poter rilanciare nuovamente al ribasso. Non serve essere un laureato in economia per rendersi conto che in caso di risposta negativa la duplice combinazione di a) margini di guadagno per pezzo ridotti e b) volumi di vendita in calo, potrebbe avere pessime conseguenze sui conti aziendali.
Insomma, la battaglia si preannuncia aspra e sul campo potrebbero rimanere morti e feriti.

L’ascesa dell’e-reading… ed il declino della biblioteca?

eBook Reader di goXunuReviews

eBook Reader di goXunuReviews, su Flickr

Trovo sempre molto interessanti le ricerche provenienti dagli Stati Uniti e questo perché notoriamente quanto accade al di là dell’Atlantico anticipa di almeno un paio d’anni quanto avverrà in Europa; in questo specifico caso la ricerca pubblicata qualche giorno fa dal Pew Research Center è degna della massima attenzione per i seguenti ulteriori motivi: 1) riserva un occhio di riguardo per il mondo delle biblioteche 2) non si limita alla solita analisi delle differenze indotte dall’avvento dell’e-book in opposizione al libro cartaceo ma amplia lo sguardo all’insieme dei contenuti digitali disponibili in Rete (e-content), quali giornali online, webzine, etc. 3) seppur con uno specifico interesse per i possessori di e-reader e/o tablet, tiene in considerazione tutti i possibili dispositivi di lettura (è, in altri termini, una ricerca nei limiti del possibile neutral device).
Quali sono dunque, in sintesi, i principali risultati di questa ricerca? In primo luogo va osservato che dal 1978 ad oggi è aumentato (per la precisione dall’8 al 19%) il numero di coloro che non legge alcun libro / non risponde; chi legge, lo fa soprattutto per piacere e per informarsi. In questo contesto dal 2010 in poi si è assistito ad un incremento sostanziale di chi afferma di aver letto un e-book; in particolare a giugno 2012 alla domanda sul formato di libro letto nell’ipotetico giorno-tipo antecedente al sondaggio, il 95% rispondeva libro a stampa e 4% e-book mentre oggi tali percentuali sono passate ad 84 e 15% rispettivamente (in altri termini il libro elettronico ha triplicato la sua quota); ancor più netta l’ascesa dell’e-book se ampliamo l’arco temporale: il 21% dei cittadini statunitensi ha letto un libro digitale nel corso dell’ultimo anno.
La crescita dell’e-reading fa da pendant con la diffusione di appositi device di lettura, su tutti e-book reader e tablet: tra i primi domina nettamente l’Amazon Kindle (62%) seguito a lunga distanza dal Nook di Barnes & Noble (22%) mentre quote irrisorie sono detenute da Sony con il 2% (magro bottino per un’azienda che è stata tra le pioniere del settore) e Kobo Reader (1%; anche qui il risultato è deludente, considerando come la piattaforma di Kobo sia tra le più note). Tra le tavolette invece il primato spetta, manco a dirlo, alla Apple con le varie versioni del suo iPad anche se viene confermato il ruolo emergente di Amazon, il cui Kindle Fire si attesta al 14%; i vari Samsung Galaxy (5%), Nook Color (1%) e Motorola Xoom (1%) recitano praticamente il ruolo di comparse.
Interessanti anche le “intenzioni di acquisto”: il 13% di coloro che non possiedono un e-reader ne valutano o ne hanno già pianificato l’acquisto, percentuale che sale al 18% qualora in ballo sia l’acquisto di un tablet. Come si noterà non si tratta di cifre altissime, il che porta a chiedersi quali siano le ragioni che inducono a non effettuare l’acquisto; in questo senso la ricerca di PEW non pone domande specifiche, ma qualcosa lo possiamo intuire dalle motivazioni usate da coloro che non hanno alcun dispositivo: il 24% afferma di non averne il bisogno / di non volerlo e il 19% di non poter permetterselo a causa del prezzo elevato. Degne di nota anche le giustificazioni addotte per spiegare il perché non si possiede un e-reader (“preferisco la carta”, 16%; sarebbe stato interessante sapere se tale presa di posizione abbia origini “ideologiche” o se sia il frutto di una valutazione razionale dei pro e contro del libro a stampa in confronto al libro digitale) o una tavoletta (“ho già sin troppi device, non me ne servono altri”, 3%, argomentazione questa assai più generica e probabilmente derivante da considerazioni di ordine economico), le quali confermano, com’era lecito attendersi, come i possessori di e-reader (e per converso i non possessori) valutino questo strumento in primo luogo dal punto di vista dell’utilità concreta circa la funzione di lettura.
Finora abbiamo parlato specificamente di e-book, ma alla luce dei dati emersi sarebbe più corretto guardare all’intero panorama degli e-content: il 43% dei cittadini statunitensi sopra i 16 anni ha infatti letto una qualche forma di testo digitale di una certa lunghezza, una percentuale assai superiore rispetto a quelle del 14 e 21% citate poc’anzi! La pratica dell’e-reading inoltre appare “benefica” se si considera che, rispetto ai lettori tradizionali, i lettori “digitali” a) leggono di più e per più motivi (piacere, ricerca, istruzione, lavoro, etc.), b) consumano libri in più formati oltre a quello digitale (a stampa ed audiobook) c) così come di più tipologie (quotidiani, riviste, etc.) e, fatto non trascurabile, d) ne comprano pure di più (e sono più propensi a farlo rispetto ai lettori tradizionali).
Tale apporto positivo trova ulteriore conferma nel seguente dato: il massiccio diffondersi dei contenuti digitali non ha danneggiato la lettura, anzi! A fronte di un 60% che dichiara di leggere come prima un cospicuo 30% legge persino di più e dice di farlo sui più disparati device: smartphone, personal computer (42%) ed ovviamente dispositivi ad hoc quali tavolette ed e-reader (41%).
Quelle che rappresentano note positive circa la diffusione dell’e-book purtroppo costituiscono, sia nello specifico di questa ricerca sia inserendole in una prospettiva di medio termine, altrettante note dolenti proprio per la biblioteca: infatti con l’affermarsi del libro digitale rischiano di imporsi alcune pratiche che semplicemente “fanno a pugni” con quelli che sono i compiti tradizionali della public library: i lettori di e-book ad esempio preferiscono acquistare il proprio libro (digitale) rispetto ai lettori “generici” (61% VS 54%) ed assai meno a riceverlo in prestito, e questo a prescindere dalla provenienza (amici, parenti, biblioteca)! Qualora il nostro lettore di e-book possieda anche un qualche dispositivo di lettura, questo atteggiamento si fa ancor più marcato: alla precisa domanda su come avessero ottenuto l’ultimo libro da loro letto, i possessori di tablet hanno affermato di averlo acquistato per il 59 e quelli di e-book reader addirittura nel 64% dei casi; per contro solo nel 10 ed 11% dei casi rispettivamente essi dichiaravano di averlo preso in prestito da una biblioteca.
Le cose non vanno meglio se si guarda a come i lettori di e-book sono “arrivati” a questi libri: nel 64% dei casi il canale principale è stato il passaparola di amici e famigliari, seguito da online bookstore e siti web (28%) e librai (23%). Il bibliotecario e/o il sito web della biblioteca chiudono tristemente ultimi con il 19%.
Nemmeno quando si cerca un preciso libro la biblioteca è in cima alle opzioni: nel 75% dei casi la scelta ricade su un’online bookstore od un sito web e solo nel 12% dei casi si fa affidamento sui servizi della propria public library.
Analoghe le proporzioni pure nel caso di lettori di e-book che sono anche possessori di device di lettura: se famiglia, amici e colleghi restano prima fonte di consigli / suggerimenti con l’81% la biblioteca (o meglio il suo sito) è utilizzata dal 21%. Qualora poi si possieda un dispositivo di lettura e si sia alla ricerca di un titolo specifico la ricerca online è di gran lunga la strategia più seguita (84%) contro un misero 11% appannaggio delle biblioteche.
I numeri, dunque, non sono incoraggianti per l’istituzione “biblioteca”, soprattutto alla luce del fatto che questa mezza débacle avviene negli Stati Uniti, dove il sistema bibliotecario è sicuramente avanzato e il digital lending è un servizio fornito ormai dalla maggior parte delle biblioteche! Che fare dunque? Esiste un modo per invertire quest’inerzia?
Guardando al profilo del lettore digitale (caratterizzato da maggiore propensione all’acquisto e minor ricorso al prestito) ed al contesto generale (la Rete come simbolo della disintermediazione) indubbiamente il timore che, man mano che le generazioni native digitali diventeranno “maggioranza”, la situazione possa addirittura peggiorare è indubbiamente fondato; ciò non significa che le biblioteche non abbiano alcune carte da giocarsi, alcune delle quali desumibili dalla stessa ricerca del PRC.
In primo luogo i soggetti intervistati hanno manifestato alcune perplessità relativamente al costo degli e-book reader (ricordo che l’elevato prezzo è uno dei principali fattori che dissuadono dall’acquisto): per quanto il costo di questi dispositivi sia visibilmente in calo, è un dato di fatto che ad oggi il lettore di e-book tipo è (sempre secondo la ricerca di PRC) bianco e con un reddito ed un’istruzione medio-alta. In tal senso la funzione “democratizzante” e la mission della biblioteca nel fornire libero accesso alla conoscenza a tutti i cittadini escono intatte se non addirittura rafforzate (riprova ex contro sia che a richiedere in prestito e-book sono appartenenti delle minoranze, con reddito ed istruzione medio-bassi).
In secondo luogo, molti lettori affermano che uno dei vantaggi del libro di carta è quello di poterlo prestare ed in generale di poterne disporre con maggior libertà rispetto al corrispettivo digitale, il che è un assurdo in termini essendo come noto in ambiente digitale la distribuzione praticamente a costo zero ed immediata; evidentemente non si tratta di difficoltà legate al formato, ma dipendenti dai vari “lucchetti” (DRM) (im)posti dagli editori! Pertanto la battaglia che le biblioteche stanno conducendo per togliere o perlomeno limitare queste restrizioni potrebbe procurare loro molti nuovi “amici” che magari un giorno decideranno pure di diventarne utenti, ribadendone l’importanza in seno a questa nuova società così incentrata sulle tecnologie digitali.
Quello dei servizi è il terzo aspetto della vicenda: è infatti evidente che esiste un problema di offerta e non mi sto qui riferendo esclusivamente alla disponibilità a catalogo di titoli di questo argomento o in quella lingua (a proposito gli intervistati della ricerca difficilmente non trovano quel che stanno cercando) ma soprattutto alla funzione di search; fintantoché agli utenti verrà spontaneo ricercare un libro a partire dalle pagine web o dalle app degli online bookstore è quasi automatico che le biblioteche ricopriranno un ruolo marginale in ambito e-book! Occorre pertanto che vengano approntati SOPAC (Social Online Public Access Catalogue) e relative applicazioni per dispositivi mobili capace di ricreare quell’ambiente unico della biblioteca, vale a dire un ambiente nel quale si incontrano 1) una comunità di amanti del libro / della lettura, 2) i libri e 3) un bibliotecario la cui presenza potrebbe essere anche “on demand” e che dovrebbe fungere un po’ da guida e un po’ da moderatore.
Concludo ricordando come la ricerca abbia sottolineato più volte come la biblioteca sia punto di riferimento pressocché esclusivo allorché si tratta di audiobook; ovviamente quest’ultima deve ambire a svolgere un ruolo “universale” ma non è nemmeno da sottovalutare la possibilità di specializzarsi in un settore di nicchia qual è appunto quello degli audiobook (ma potrebbe trattarsi di qualsiasi nuovo formato che l’evoluzione tecnologica ci riserverà), tanto più che si tratta di un servizio di norma destinato a persone con problemi di lettura.
In definitiva il destino delle biblioteche non è segnato ma sicuramente solo con un buon mix di intraprendenza, reattività ai cambiamenti e nel contempo fedeltà ai valori fondanti può permettere a questa millenaria istituzione di preservare, nel nuovo contesto digitale, la sua vitalità al servizio della comunità.

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La guerra dei display – Part 2

LG epaper display

LG epaper display di AksgeekLive, su Flickr

Che il display sia una componente fondamentale di qualsiasi smartphone, phablet, tablet od ereader è quasi banale sottolinearlo; è però difficile negare che negli ultimi tempi la battaglia tra i colossi dell’high-tech si sia spostata proprio sul fronte del tipo di schermo adottato (e relative prestazioni).
Un breve riepilogo delle “puntate principali” di questo scontro rende bene l’idea: a fine settembre aveva iniziato Amazon, annunciando il Kindle Touch (che come già scritto a giorni arriverà in Italia con inclusa la connessione 3G), a dicembre aveva risposto Qualcomm con il suo rivoluzionario Mirasol Display, a marzo ha rilanciato Apple montando la sua tecnologia Retina Display anche a bordo del suo New iPad; pochi giorni fa, infine, LG ha annunciato l’avvio della produzione di massa del suo E-Paper Display (EPD).
Premesso che la scelta di trattare assieme schermi destinati ad ereader a quelli per tablet (= accostare dispositivi con tecnologie completamente differenti) può essere considerata borderline, bisogna riconoscere che non c’è altra alternativa essendo la tipologia / le caratteristiche dello schermo spesso e volentieri il principale criterio di scelta tra questo o quel device.
Alla luce di questi recenti annunci, quali sono le prospettive nel settore degli schermi? Ci sono stati significativi passi in avanti rispetto al precedente post (che resta comunque di riferimento) dedicato all’argomento? La nuova tecnologia EPD è realmente rivoluzionaria?
Personalmente ritengo che solo alcuni degli annunci anzidetti abbiano significato un netto stacco rispetto alla situazione precedente. Per quanto riguarda Amazon va notato che non c’è stato alcun progresso circa la risoluzione (ferma a 600×800 pixel; solo con il DX si sale a 800X1224) né tanto meno il colore, essendo stata l’unica miglioria quella di aggiungere uno strato touch. Diverso il discorso per Mirasol di Qualcomm: in questo caso la tecnologia è davvero innovativa ma per ora i big la stanno un po’ snobbando, tant’è che le uniche applicazioni concrete si hanno solo in alcuni paesi dell’Asia ed in pratica con lo stesso modello (il capostipite coreano Kyobo Reader infatti presenta caratteristiche estetiche, software ed hardware pressoché identiche all’Hanvon C18 e Bambook Sunflower cinesi ed al Koobe Jin Yong taiwanese); probabilmente si tratta di un fattore di costi ed occorre dunque attendere che questi calino per vedere i primi dispositivi con Mirasol a bordo anche in Europa. Inutile aggiungere che il suo arrivo darebbe sicuramente una scossa e costringerebbe la concorrenza a correre ai ripari (leggasi: puntare con decisione su ereader a colori oltre che creare grattacapi ai produttori di tavolette, rappresentando il Mirasol una valida alternativa ai tablet).
Ma veniamo agli annunci più recenti ed anche più “succosi”, iniziando dall’azienda della Mela morsicata: come forse saprete sono tra coloro che hanno salutato il New iPad in modo tutt’altro che entusiastico (per la precisione l’ho considerato un’occasione mancata da parte di Apple) ma saprete anche che non ho potuto non riconoscere il passo in avanti compiuto con l’adozione della tecnologia retina display; dal punto di vista tecnologico è un classico schermo LCD solo che gli ingegneri di Apple sono riusciti a ridurre considerevolmente le dimensioni dei pixel (motivo per cui a parità di schermo ve ne sono quattro volte tanti) e soprattutto sono stati capaci di rispettare la regola “un pixel un contatto elettrico”, grazie allo sdoppiamento su due piani distinti degli stessi. Il risultato finale è il controllo ottimale di ogni pixel che si traduce in una miglior resa dei colori; inoltre, essendo i pixel fisicamente più piccoli sono meno visibili ad occhio nudo e complessivamente le immagini risultano più nitide ed i colori più brillanti, il tutto, si badi, senza che i consumi energetici aumentassero (anche se l’autonomia di 10 ore – 9 con LTE attivato – resta a mio giudizio insoddisfacente).
Concludo, in rigoroso ordine cronologico, con l’annuncio più recente, ovvero quello di LG; ovviamente il comunicato stampa del chaebol sudcoreano si sforza di mettere in evidenza i punti di forza del nuovo prodotto (come tecnologia rientra in quella degli e-ink) rispetto al corrispettivo in vetro, vale a dire: a) la maggior resistenza agli urti (la foto dimostra addirittura come sia pieghevole sino a 40 gradi) ed alle cadute b) il minor ingombro, in termini di sottigliezza e peso c) l’elevata definizione (1024X768 pixel) d) i bassi consumi energetici e soprattutto e) gli inferiori costi di produzione. Ora, naturalmente ognuno deve portare acqua al proprio mulino, però è indubbio che quasi su tutti i punti LG abbia ragione: chi non vorrebbe uno schermo meno “delicato”, meno ingombrante e meno costoso ma nel contempo più efficiente e più definito? Uso quel “quasi” perché, tanto per cambiare, alcune perplessità le nutro: a) per quanto riguarda i costi, non è garantito che questi scendano anche per il consumatore finale (l’azienda potrebbe benissimo decidere di trattenere per sè i maggiori risparmi = guadagni) b) circa i consumi, questi erano già bassi ed un’ulteriore calo, per quanto sempre da accogliere con favore, non è detto che influisca più di tanto sulle scelte di acquisto degli utenti c) anche l’aumento nella definizione è ovviamente una buona notizia, ma continua a mancare il colore, motivo per cui il Nook Color di Barnes & Noble (che di definizione fa 1024 X 600) continua a restare un prodotto di tutto rispetto! Nulla inoltre si dice sul tempo di refresh, ovvero sull’eventuale riproducibilità di video… caratteristica a mio vedere assolutamente da ricercare! Infine, per il momento la produzione riguarderà display fino a 6 pollici: se all’interno di questo range ricadono molti big vendor (tutti gli Amazon Kindle tranne il Dx, tutti i Cybook, i Leggo IBS 603 e 612, il Sony Reader solo per citarne alcuni) sarebbe interessante sapere chi effettivamente userà la nuova tecnologia sviluppata da LG, la quale nel suo comunicato, con comprensibile riserbo, ha semplicemente detto che la produzione partiva dagli ODM in Cina e che per la fine di aprile i pezzi sarebbero arrivati in Europa.
In altri termini quella che effettivamente è una notizia interessante per lo sviluppo del settore degli ereader, e a cascata degli ebook, potrebbe vedere sminuita la sua portata per logiche industriali che, si sa, talvolta non sono molto lineari.

Amazon Kindle Fire: a quando in Italia?

Amazon Kindle Fire

Amazon Kindle Fire di blogeee.net, su Flickr

L’annuncio di ieri da parte di Amazon che in ben 100 paesi (Italia inclusa) verrà a breve commercializzato il Kindle Touch 3G con connessione (al Kindle Store) inclusa, è stata accolto favorevolmente da “addetti ai lavori” e comuni utenti. I motivi di cui rallegrarsi effettivamente non mancano: il Kindle Touch è uno degli ereader maggiormente apprezzati e sicuramente tra i più diffusi, ed ora vanta pure il plus della connessione gratuita inclusa nel “pacchetto”; insomma, un’offerta allettante che alcuni commentatori si augurano possa far decollare una volta per tutte il mercato dell’ebook in Italia.
La mossa di Amazon ha nel contempo sollevato un intenso dibattito (caratterizzato talvolta da considerazione tipicamente “dietrologiche” all’italiana) incentrato sulla domanda cruciale: quando arriverà nella Penisola il pezzo pregiato dei dispositivi targati Amazon, vale a dire la tavoletta low cost Kindle Fire?
A riguardo le posizioni che vanno per la maggiore in Rete sono le seguenti: a) bisogna aspettare che venga approntata la versione di Android customizzata per il mercato italiano, mercato che secondo altri => b) non sarebbe ancora ritenuto maturo da parte del management di Amazon c) le pressioni delle varie lobby nostrane (editori, librai, content provider, etc.) hanno indotto il gigante dell’e-commerce, peraltro sovente accusato di “ammazzare” la concorrenza con pratiche sleali, a ritardare la commercializzazione in attesa che si addivenga ad un accordo su come spartirsi la torta (il tutto, sempre secondo gli assertori di questa opzione, a danno del consumatore finale) d) secondo altri, infine, un ruolo potrebbe averlo svolto il timore che la notoriamente restrittiva legislazione sulla privacy potesse far incorrere il dispositivo made in Seattle in indagini / sanzioni da parte dell’Unione Europea, soprattutto per quel che riguarda il funzionamento del browsercloud-accelerated” Silk.
Personalmente ritengo che un po’ tutte queste posizioni abbiano un fondo di verità: sicuramente la presenza di un SO ad hoc rappresenta un valore aggiunto del prodotto (e pertanto vale la pena attenderne lo sviluppo) così come che la valutazione del “contesto operativo” (ovvero peculiarità del mercato locale, ruolo della concorrenza, cornice legislativa) ha inciso sulle tempistiche di Amazon. Credo però che tra tutti i fattori quello che ha pesato di più sia stato la sostanziale immaturità del mercato italiano non solo e non tanto in fatto di penetrazione dell’ebook (il Rapporto AIE 2011 lo indicava fermo allo 0,04% seppur con trend positivo) ma in generale dell’economia digitale: negli Stati Uniti per il Fire è stato “confezionato” un pacchetto Premium da 70 dollari che consente di ascoltare musica in formato MP3, vedere film, storage illimitato sulla nuvola e via discorrendo. In Italia, a parte la necessità preliminare di stipulare i relativi accordi, semplicemente una cosa simile non sarebbe possibile: la quota di mercato della musica digitale, seppur in crescita, non è ancora in linea con gli altri paesi e per quanto riguarda i film non abbiamo Netflix (e nemmeno il corrispettivo) e questo anche perché infrastrutturalmente (leggasi disponibilità di banda larga… che sia veramente larga) solo poche aree metropolitane riuscirebbero a supportare il servizio. Al contrario, in un perverso meccanismo in cui l’assenza di alternative legali induce ai download illegali ci facciamo rispettare nelle classifiche della pirateria informatica.
Tenendo presente questo quadro di riferimento, è verosimile l’ipotesi, formulata da alcuni osservatori, che indicano il Natale 2012 come data possibile dell’arrivo in Italia (magari in contemporanea con il lancio del fantomatico “Fire 2”)? Dal punto di vista delle tempistiche sicuramente sì… ma forse pure troppo, nel senso che il Kindle Fire arriverebbe da noi ad oltre un anno dal lancio negli Stati Uniti, vale a dire vecchio per quelli che sono i tempi dell’hi-tech. Inoltre dal punto di vista della maturità (e maturazione) del mercato italiano, onestamente non penso che da qui a nove mesi i fondamentali possano cambiare di molto. Intendiamoci, quello natalizio è un periodo propizio per le vendite (Amazon stessa insegna), tanto più che, come ho sostenuto più volte, per quanto il rapporto dispositivi di lettura / ebook sia reciproco, è il primo a far da volano al secondo e pertanto la presenza del Fire potrebbe dare un impulso decisivo nel processo di maturazione del mercato di casa nostra.
Fin qui il ragionamento non fa una piega ma se guardiamo alle mosse della concorrenza, mi viene da ipotizzare un lancio prima di Natale: in estate infatti Google scenderà nell’arena dei tablet con il suo Nexus (questo il nome trapelato) il quale avrà dalla sua un prezzo davvero allettante (150 dollari), il sistema operativo Android Ice Cream Sandwich (mentre il Fire per ora resta ancorato al “vecchio” Gingerbread) oltre che (presumibilmente) la massima integrazione dei vari servizi di Big G e tutti i contenuti del Play Store. Chiaramente un avversario temibile che creerà seri grattacapi; di qui la mia idea che a Seattle potrebbero decidere di giocare in anticipo, con diverse risposte scaglionate nel tempo: a) passaggio ad Android 4 per l’estate (e questa potrebbe essere l’occasione per “sfornare” anche la versione per l’Italia, saltando in pratica la 2.3 ed offrendoci un prodotto appetibile non solo nel prezzo ma anche nel SO) b) per Natale grande battaglia con il lancio di un nuovo Fire il quale, a dar credito alle indiscrezioni, potrebbe avere uno schermo più grande dell’attuale (che ce l’ha da 7 pollici, scelta azzeccata come confermano anche i dati di vendita del Samsung Note; quest’ultimo da pochi giorni è upgradabile ad Android 4.0, a riprova del fatto che è questo lo standard cui ci si deve allineare) giusto per ampliare la gamma di prodotti, tra i quali potrebbe pure comparire un nuovo ereader.
Insomma, i mesi a venire saranno sicuramente densi di novità e, soprattutto, cruciali per il destino dell’ebook.

PS Considerati i massicci riferimenti ai rumor provenienti dalla rete ho approntato su Storify una versione di quest post con gli

iPad 3: un’occasione mancata?

Apple iPad 3 Media Invitation

Apple iPad 3 Media Invitation di Photo Giddy, su Flickr

Tanto di cappello alla Apple, non c’è che dire! L’azienda di Cupertino è riuscita a sollevare un enorme clamore mediatico per un prodotto, l’iPad 3, che alla prova dei fatti non rappresenta nulla di trascendentale e soprattutto non costituisce chissà quale passo in avanti rispetto al predecessore: intendiamoci, le migliorie ci sono (a livello di sistema operativo, di processore, di GPU, di foto/videocamera, di connettività, di schermo) ma non tali da far esclamare: “Lo devo avere, il mio iPad 2 in confronto è ferraglia!”.
Di LTE, servizi cloud, processori quadcore e videocamere ad alta definizione se n’è parlato in abbondanza al Mobile World Congress di una settimana fa, motivo per cui il nuovo nato non mi ha particolarmente impressionato. Diciamocelo chiaramente: è mancato il classico “asso nella mancia”, il che mi fa ipotizzare che l’iPad 3, al di là dei numeri di vendita che saranno sicuramente elevati, sarà per Apple più una cartuccia sparata a vuoto piuttosto che l’ennesimo colpo a bersaglio.
Ho, in altri termini, la forte sensazione che la strategia dell’azienda della Mela sia improntata al massimo attendismo e per questo del tutto errata; dalla Apple era o non era lecito attendersi un coup de théatre che sbaragliava tutte le aspettative? la presenza di quel “di più” tecnologico che sbaraglia la concorrenza e che negli ultimi anni le ha consentito di restare una spanna avanti rispetto alla concorrenza?
La cosa più preoccupante è che questo “attendismo” non ha riguardato solo le scelte più prettamente tecnologiche ma anche quelle di riposizionamento strategico vale a dire il lancio di un tablet dalle dimensioni inferiori, tale da poter presidiare quel segmento di mercato completamente sguarnito e lasciato alle varie Samsung, LG, Acer e prossimamente probabilmente Google – Motorola.
In tal modo entriamo in argomenti di precisa competenza di questo blog: l’iPad 3 mantiene invariato rispetto al predecessore lo schermo da 9,7″, ma con un aumento sia dello spessore, il quale passa da 8,8 mm a 9,4 mm, che del peso (mediamente di circa 50 grammi, dipende anche se è LTE o meno). Insomma, la maneggevolezza e comodità di trasporto non sono sicuramente il punto forte dell’iPad e nella post PC era questo non costituisce esattamente un vantaggio! Vogliamo mettere l’emozione e l’impatto che avrebbe suscitato Tim Cook se si fosse presentato sul palco dell’Yerba Buena sfoderando un iPad “tascabile”? Senz’ombra di dubbio enorme. Inoltre un simile device sarebbe diventato istantaneamente un must anche in ambito business, mentre così l’iPad rimane ancorato alla concezione iniziale di un dispositivo pensato soprattutto per essere adoperato in attività ludiche / di entertainment e solo eventualmente per il lavoro. Deludente l’autonomia della batteria, che restando ferma ad un massimo di 10 ore (che scendono a 9 per la versione con connettività LTE), non elimina quell’ansia da battery life che ben conoscono i possessori di iPhone; in linea con le aspettative, almeno con quelle del sottoscritto, la mancata presenza di un iPad3 con memoria da 128 GB: oramai è evidente che la memoria interna è considerata dai grandi costruttori come complementare rispetto a quella sulla nuvola, motivo per cui è inutile investirci sopra (perché è vero che con una videocamera come quella installata bastano pochi filmati per occupare lo spazio interno a disposizione, ma è altrettanto vero che con le reti di nuova generazione – per chi è fortunato di averle già pronte – l’upload anche di file di grandi dimensioni rappresenta un’operazione sempre più veloce e di ordinaria amministrazione).
In definitiva, per chiudere, l’unica novità degna di nota è la presenza del retina display, il quale, come affermato da Pablo Defendini su Digital Book World “makes [the iPad 3] a superb reading device. Type will be much easier to read, and comics adapted from print, in particular, will be much more legible at their reduced, on-screen sizes”. Insomma, dopo il restyling di iBook, il lancio di iAuthor e le varie iniziative in ambito educational, Apple aggiunge un ulteriore tassello che conferma come essa punti molto sull’editoria digitale. Cosa sicuramente da tener presente per i futuri equilibri di questo settore in rapida trasformazione.

Natale col botto per tablet ed e-reader, ma il 2012 cosa ci riserva?

Kindle Fire, Full Color 7″ Multi-touch Display, Wi-Fi

Kindle Fire, Full Color 7″ Multi-touch Display, Wi-Fi di aric123, su Flickr

A quanto pare Babbo Natale ha portato sotto l’albero moltissimi tablet così come parecchi e-reader! Già, perché a leggere qua e là su vari blog specializzati sembra proprio che le vendite di questi sempre più diffusi dispositivi siano andate a gonfie vele; i dati sinora diffusi non sono ancora definitivi ma permettono ugualmente di fare alcune considerazioni nonché di azzardare delle previsioni per il futuro e soprattutto di precisare con maggior dettaglio quanto in precedenti post ho potuto solo abbozzare.
Le notizie sono sostanzialmente due: 1) nel settore dei tablet l’iPad Apple mantiene la sua leadership di mercato ma ha trovato un degno concorrente nel Kindle Fire di Amazon (l’azienda di Seattle ha comunicato di aver venduto a dicembre 1 milione di dispositivi della famiglia Kindle a settimana, con il Fire a recitare la parte del leone); 2) non solo Amazon ed Apple sorridono: le vendite di e-reader in generale sono andate bene, favorite dai prezzi molto bassi (ormai negli USA è la norma trovarne nelle grandi catene sotto la quota simbolica dei 100 dollari).
Archiviato dunque il Natale in modo soddisfacente pressoché per tutti, interessante ora vedere un po’ quali sono gli scenari futuri(bili). Sono convinto che la variabile decisiva sarà sicuramente quella relativa alle scelte tecnologiche effettuate ai diversi livelli dai vari “operatori”.

QUALE SISTEMA OPERATIVO

Sul fatto che Android sarà quello dominante ormai non vi è più alcun dubbio; il suo Market si sta arricchendo sempre più di app ed a breve non ci saranno più sensibili differenze con l’offerta dell’AppStore della Apple. Ciò nonostante non è tutto oro quel che luccica: Amazon ad esempio ha troppo “blindato” il suo Kindle Fire cercando di tenere tutto “in casa” e limitando l’accesso a molte delle applicazioni disponibili: così succede che (a meno che uno non si metta a smanettare – Android in questo è magnifico e chi è capace ed ha voglia di farlo può veramente divertirsi – rootando il dispositivo od installando manualmente i file APK) io, aficionado di Dropbox, non posso caricare i miei e-book su quest’ultima nuvola essendo vincolato a quella messa a disposizione da Amazon stessa (ma solo per quei libri, film, etc. acquistati sul sito Amazon!!!). Pur con tutte queste limitazioni la scelta di adottare il sistema operativo promosso da Google da parte dell’azienda di Jeff Bezos è già un passo in avanti, considerando come quest’ultima, giusto per restare in tema di libri elettronici, ancora si arrocchi sul formato Mobipocket! Molto più aperta su questo fronte si è dimostrata Barnes & Noble, il cui Nook Color 2 è stato l’altro best seller di questo Natale 2011, grazie anche ad un prezzo di vendita che lo rende assai appetibile, fattore che lo accomuna al rivale Kindle Fire! A riguardo onestamente mi chiedo se una politica dei prezzi così aggressiva sia sostenibile nel lungo periodo, essendo i margini di guadagno giocoforza ridotti all’osso! Ma il principale fattore di incertezza riguarda proprio il sistema operativo Android: nel momento in cui Google scenderà in prima persona nell’arena dei tablet verrà garantito l’accesso pieno al codice sorgente a quelli che da un momento all’altro si trasformeranno in competitor? Verranno imposte fee (ricordo che Google stessa “gira” somme non indifferenti alle varie Microsoft, Nokia, HP, RIM, etc. per brevetti usati in Android) tali da rendere questo SO non più conveniente? E se sì, come penseranno queste aziende di ovviare al problema? Realizzando in casa un sistema operativo ex novo oppure riesumando WebOS, recentemente scaricato da HP che lo ha reso open source, oppure ancora ritornando dalla cara vecchia Microsoft (che presto o tardi, pena il declino, dovrà entrare in grande stile nel segmento dei dispositivi mobili)?

LE MOSSE DI GOOGLE

Quali sorprese ci riserverà nel 2012 l’azienda di Mountain View? Per quanto ora ci riguarda la novità più rilevante dovrebbe essere, quale naturale frutto dell’acquisizione di Motorola, la commercializzazione di un tablet di BigG. C’è da scommettere che in esso saranno presenti tutti quei servizi sviluppati pazientemente nel corso degli anni: GMail, Google Maps / Navigator, la suite di produttività online Google Docs senza dimenticare Google Libri / Google eBookstore (nei quali è confluito il tanto discusso progetto Google Books Library Project), la vetrina di giornali Google News, la “classica” funzione di search e via discorrendo! In pratica, grazie alla possibilità di connetterci in mobilità ed alla potenza della nuvola Google, moltissimi dei servizi citati, che usiamo quotidianamente seppur in modo non integrato, verrebbero a trovarsi quasi per magia in un’unica piattaforma pensata appositamente! Idea molto affascinante ma che nel contempo lascia perplessi per i seri rischi di “effetto lock-in”. Nemmeno per Google poi son tutte rose e fiori: la decisione di scendere in prima persona nell’agone dei device mobili potrebbe avere indesiderati risvolti negativi; all’annuncio dell’acquisizione di Motorola i grandi utilizzatori di Android asiatici hanno storto il naso (la stessa reazione degli editori quando Amazon ha lanciato il suo programma rivolto agli autori) al punto che hanno iniziato a cautelarsi cercando le possibili alternative ed iniziando a diversificare la gamma dei SO usati. Insomma l’eccessivo protagonismo potrebbe aiutare la concorrenza! Ulteriore nodo da risolvere, per finire, il destino del progetto Chromium: in base a quanto fatto finora, e soprattutto agli ottimi risultati ottenuti, è naturale pensare che continui ad essere Android (giunto alla sua versione 4.0 Ice cream Sandwich) il SO operativo imbarcato sui “GTablet”, motivo per cui Chromium potrebbe venir cancellato o quanto meno fatto confluire in Android stesso.

LE MOSSE DI APPLE

Per l’azienda di Cupertino la sfida del 2012 è quella di gestire il vantaggio che già si detiene e di rintuzzare gli attacchi dei competitor. Il primo punto sarà risolto lanciando la terza versione del celeberrimo iPad, per il secondo il discorso si fa più articolato. Considerando che l’iPod ormai non tira più come una volta, molti ipotizzano che pur di non lasciare scoperta la fascia di prezzo presidiata dal famoso lettore MP3, l’azienda della Mela stia considerando di produrre anch’essa un tablet low cost che fronteggi il Kindle Fire ed il Nook Color 2. Conoscendo Apple, che raramente rinuncia alle prestazioni (così come ai margini di guadagno), ritengo che la strada che verrà seguita per mantenere entro livelli accettabili il prezzo sarà quella di limitare le dimensioni complessive del dispositivo: non mi sorprenderebbe se nel prossimo anno vedesse la luce qualcosa di affine al Samsung Galaxy Note.

LE MOSSE DEGLI ALTRI

Con il citato Galaxy Note arriviamo a parlare di quelli che sono stati i grandi sconfitti del Natale 2011 (anni fa ci saremmo tutti messi a ridere alla sola idea che i dispositivi più venduti potessero essere marchiati Amazon o Barnes & Noble!). Tutti hanno i loro bei problemi: Samsung ha già sparato la sua cartuccia (fuori bersaglio) con il Galaxy Tab ma il suddetto Note le ha aperto un’interessante nicchia di mercato che è bene sfrutti a dovere prima dell’arrivo della concorrenza e soprattutto deve capire se continuare a “fidarsi” di Google e del suo Android. Anche Nokia mi attendo che batta un colpo nel settore delle tavolette: l’alleanza con Microsoft non può partorire la sola famiglia di telefonini intelligenti Lumia e d’altro canto credo che l’azienda di Redmond spinga per avere un tablet che funga da “vetrina” per il suo Windows Phone 7.5 (Mango). Di HP onestamente non so che dire: dopo aver acquisito Palm, pensato di abbandonare la divisione PC, svenduto il proprio TouchPad, scaricato WebOS, il management non ha ancora deciso “che fare da grande”! L’unica cosa che mi sento di suggerire è che si diano una mossa perché un anno di immobilità significherebbe perdere il contatto con le aziende di punta… a meno che non stiano pensando di tornare di nuovo sul mercato (che sarebbe davvero un non-senso, avendo due anni fa sborsato fior di quattrini per Palm senza poi farsene nulla!) magari puntando a RIM, che come già scritto fa gola a parecchi!

LA SCOMMESSA SUGLI E-READER

Come ricordato all’inizio di questo lungo post, a dicembre sono andate bene anche le vendite di e-reader; per capire ciò che sta dietro a questo risultato apparentemente inatteso possono tornare utili alcuni dati diffusi da Gartner. Questa importante società di analisi sottolinea come i margini di crescita sono ancora elevati soprattutto in Europa occidentale e nella regione Asia / Pacifico in particolare per quel segmento di e-reader avanzati (dotati di connettività, schermo tattile) che possono svolgere, per utenti non esigenti e pronti a qualche rinuncia in quanto a dotazioni tecnologiche, funzioni avvicinabili a quelle dei tablet ma ad un prezzo nettamente inferiore. Gartner non nasconde l’esistenza del rischio cannibalizzazione ma sottolinea come puntando su fattori quali il prezzo e l’esistenza di una nicchia di lettori forti un futuro “autonomo” sia ancora possibile, al punto che colossi del calibro di Dell ed HP (sovvenzionati in questo dai content provider) stanno valutando di entrare in questo mercato dominato da Amazon, Barnes & Noble e Sony, affiancate da una pletora di produttori relativamente più piccoli.

CONCLUSIONI

Nel 2012 assisteremo dunque ad un boom di coloro che attraverso i propri dispositivi nuovi fiammanti scriveranno mail, lavoreranno, leggeranno libri e giornali, guarderanno film, “socializzeranno” e via dicendo. Tablet ed e-reader insomma saranno tra noi e diventeranno un oggetto con il quale avremo particolare familiarità.
Se per i consumatori sarà dunque l’anno della definitiva consacrazione (tanto più che per la prima volta ci sarà una reale possibilità di scelta tra diversi modelli in base alle specifiche esigenze), per i produttori sarà quello delle scelte strategiche: di sistema operativo, di target di consumatori, di prodotto (tablet e/o e-reader).
Da queste scelte deriveranno i dispositivi che ci troveremo tra le mani nel prossimo futuro e sulle caratteristiche dei quali mi arrischio in alcune previsioni. Chiariamo innanzi tutto che personalmente continuo a ritenere che non assisteremo a nessuna cannibalizzazione bensì ad una lenta ma inesorabile convergenza tra tavolette e lettori per libri elettronici. Se, come abbiamo visto, la connettività ed il touchscreen sono già due caratteristiche acquisite, il prossimo step sarà uno schermo a colori adatto sia alla fruizione di video che alla lettura di e-book (un buon esempio in questa direzione è il Mirasol). Caduto il gap imposto dallo schermo a colori e risolto il problema dell’autonomia delle batterie (Qualcomm sostiene essere i consumi energetici del Mirasol estremamente bassi) la completa fusione tra queste due classi di dispositivi potrà dirsi compiuta; a quel punto starà ai produttori segmentare il mercato producendo device di fascia medio – alta o per contro medio – bassa. Dal momento che una “dotazione minima” sarà sempre garantita il fattore che farà realmente la differenza credo sarà il form factor e non solo per l’impatto diretto che questo ha sui costi finali di produzione, ma anche perché a parità di caratteristiche tecniche sarà il consumatore a decidere se preferisce avere un dispositivo realmente tascabile (tipo Galaxy Note per intenderci) oppure qualcosa di più performante ma nel contempo ingombrante (diciamo un iPad). Insomma, per chiudere con uno slogan, “potere al consumatore”!

PS Come spesso faccio, ho pensato di realizzare la versione (con leggeri adattamenti) su Storify di questo post, fornita di tutti i rimandi (per chi volesse approfondire l’argomento e verificare le fonti) ai vari siti che mi sono stati di spunto e stimolo nella sua redazione

Cloud computing in biblioteca: quali prospettive

Biblioteca José Vasconcelos / Vasconcelos Library

Biblioteca José Vasconcelos / Vasconcelos Library di * CliNKer *, su Flickr

PREMESSA

Avrete notato che non c’è quasi post nel quale io non faccia riferimento, almeno “en passant“, al modello del cloud computing. Avendo già dedicato un articolo approfondito alle possibili applicazioni negli archivi, è ora giusto, per par condicio, delinearne i possibili utilizzi pratici all’interno delle biblioteche. Per facilità espositiva credo sia utile distinguere tra quelle applicazioni che possono venir implementate, volendolo fare, da subito e quelle che invece lo saranno in un futuro che comunque è ben più vicino di quanto si pensi.

CHE COS’E’ IL CLOUD COMPUTING (IN BREVE)

Come forse sarà noto, il cloud computing è una “declinazione” tecnologica grazie alla quale è possibile accedere da remoto, in modo scalabile e personalizzabile, a risorse hardware e software offerte da uno o più provider che le virtualizzano e distribuiscono attraverso la rete Internet. Per certi aspetti si tratta dunque della normale evoluzione di un qualcosa che era già intuibile in nuce con l’avvento della Rete ed ora semplicemente condotto alle sue estreme conseguenze; per altri si tratta di qualcosa di “rivoluzionario” cambiando radicalmente per i singoli utenti, con il passaggio alla nuvola, le modalità di implementazione delle nuove tecnologie da un lato e del loro utilizzo pratico dall’altro.

MODALITA’ DI UTILIZZO GIA’ IMPLEMENTABILI

Nella definizione sopra data si spiega chiaramente come a venir coinvolte dal passaggio al cloud sono sia la dimensione hardware che quella software; tenendo pertanto presente che esiste un’intima correlazione tra queste due componenti (essendo la prima funzionale alla seconda), risulta però assai più agevole, al fine di una trattazione più lineare, affrontare distintamente i due aspetti ed è così che intendo procedere.
1) Hardware: nelle realtà più avanzate, soprattutto in quelle in cui si è proceduto nella direzione della realizzazione del modello di biblioteca digitale, si è reso indispensabile dotarsi di un’infrastruttura tecnologica complessa (server, router, cablaggi vari, etc. il tutto collocato in ambienti debitamente condizionati) il che, se da un lato ha permesso di ampliare il ventaglio dei servizi offerti, dall’altro ha finito con l’accrescere i costi dovuti non solo alle spese in strumentazioni tecnologiche ma anche all’ “appesantimento” degli organici (la presenza di personale con conoscenze informatiche si è rivelata un’esigenza imprescindibile). Questa trasformazione, oltre ad appalesare problemi di profonda insostenibilità economica (quel “profonda” sta a ricordare che nessuna biblioteca non comporta costi), rischia anche di snaturare la natura stessa dell’ “istituto biblioteca”, finendo le spese in tecnologia con l’assorbire quote sempre più consistenti del budget a disposizione e questo talvolta anche a discapito della mission istituzionale. Visto sotto tale luce il cloud computing, consentendo di “affibbiare ad altri” l’onere di realizzare e gestire queste sempre più importanti e costose infrastrutture, rappresenta una boccata d’ossigeno non da poco per le finanze sempre più striminzite della maggior parte delle biblioteche (ibride, virtuali o digitali che siano). Purtroppo questa via di delegare in toto a terzi non è percorribile così “a cuor leggero”: le problematiche in fatto di sicurezza dei dati (personali, record bibliografici, etc.) non sono di facile soluzione a meno di non ripiegare su soluzioni intermedie come potrebbero essere le hybrid o private cloud (senza scendere nei dettagli, si tratta di modelli “intermedi” nei quali si mantiene un certo grado di controllo sull’infrastruttura tecnologica senza per questo rinunciare alla maggior parte dei benefici della nuvola). Al netto di queste controindicazioni, credo che l’uso del cloud computing in modalità IaaS (Infrastructure as a Service), già diffuso in alcune realtà, sarà nel volgere di pochi anni più la regola che l’eccezione.
2) Software: basta solo pensare che praticamente qualsiasi programma attualmente installato nel nostro personal computer può / potrebbe tranquillamente venir erogato in modalità cloud per intuire come il cosiddetto SaaS (Software as a Service) sia denso di implicazioni anche per il settore biblioteconomico; in effetti già nel momento in cui scrivo molti importanti poli bibliotecari hanno adottato SW (con funzioni di catalogazione, di gestione del prestito, di evasione delle pratiche amministrative, etc.) cui si accede per via telematica previa autenticazione e che dal punto di vista “fisico” risiedono presso i server della società sviluppatrice assieme a tutti i dati di natura amministrativa, catalografica, etc. caricati dai singoli operatori “sparsi” nelle diverse biblioteche / nodi appartenenti alla rete. Senza nemmeno qui scendere nei dettagli, i pro del passaggio alla nuvola sono evidenti (una catalogazione partecipata e collaborativa, una miglior ottimizzazione delle risorse, ad es. tramite acquisti coordinati ed una circolazione delle risorse più razionale) così come i contro (in caso di interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica oppure in assenza di connessione, semplicemente il sistema non funziona!). Tutti fattori da valutare con un’attenta analisi costi / benefici anche perché, ponendosi nel worst case scenario, la necessità di garantire la continuità del servizio imporrebbe anche a realtà minori (che difficilmente possono permetterselo) la presenza di gruppi di continuità e connessioni garantite (linee dirette, molteplici fonti del segnale, etc.), ovvero soluzioni talvolta non adottate nemmeno da realtà ben più grandi!

APPLICAZIONI E SCENARI FUTURI

Dal momento che vanno a modificare prassi consolidate, gli utilizzi pratici del cloud sin qui descritti rappresenteranno un sicuro elemento di novità nel settore bibliotecario; eppure, pur con tutta la loro rilevanza, essi rischiano di apparire gran poca cosa se raffrontati a quanto potrebbe avvenire di qui a pochi anni! In effetti, senza che ciò significhi abbandonarsi a voli pindarici, guardando a ciò che potrebbe divenire a breve realtà sembra davvero di poter affermare che nel prossimo futuro saremo testimoni di cambiamenti epocali! In particolare a mio avviso il cloud computing moltiplicherà gli effetti di altri processi attualmente in corso in modo più o meno indipendente tra di loro (e dei quali, per inciso, talvolta esso stesso è nel contempo premessa e conseguenza!): a) diffusione dell’e-book b) diffusione di dispositivi per la fruizione di contenuti digitali in mobilità (smartphone, e-reader, tablet, etc.) da parte di individui sempre più connessi c) presenza di una incontrollabile massa di risorse digitali parte delle quali, stando alla teoria, dovrebbero essere “appannaggio” delle biblioteche (digitali). Partiamo da quest’ultimo punto: sulla centralità del ruolo che potranno giocare le biblioteche (digitali) onestamente nutro più di un dubbio; troppa la disparità degli investimenti effettuati ed in generale delle risorse (umane, finanziarie, tecnologiche) disponibili! Purtroppo temo che in futuro il ruolo di intermediazione attualmente svolto dalla biblioteca fisica, con la quale tutti noi abbiamo familiarità, non sarà altro che un ricordo essendo essa sostituita dall’interfaccia grafica messa a disposizione in Rete da quelli che genericamente sono definibili come fornitori di risorse digitali; in sostanza dunque l’utente (cliente?) effettuerà ricerche, accederà alle collezioni digitali, fruirà delle risorse reperite rielaborandole e condividendole “socialmente”, il tutto direttamente a partire dal sito web / dall’applicazione sviluppato/a dal DRP (Digital Resources Provider) ed indipendentemente dal tipo device in uso. In concreto il DRP in parte creerà direttamente piattaforme ed applicativi ed in parte si inserirà in un ambiente digitale nel quale applicazioni di terzi si integreranno tra di loro espandendo, a seconda degli interessi e delle esigenze dell’utilizzatore, il suo “habitat” digitale (=> le varie fasi di ricerca, utilizzo, condivisione, conservazione, etc. avverranno in un ambiente percepito dall’utente come unico).
Se questo sarà a mio vedere il probabile scenario di riferimento, è il caso di soffermarsi su alcuni aspetti di specifico interesse biblioteconomico: 1) non è tutt’altro che scontato che, nella sua ricerca di e-book, l’utente si rivolga alle biblioteche né d’altro canto è così pacifico che le biblioteche digitali saranno le DRP per eccellenza di quella specifica risorsa che chiamiamo “libro elettronico”; anzi è altamente probabile che il ruolo dei motori di ricerca (non mi riferisco qui solo a quelli generalisti come Google, ma anche a quelli dedicati come Ebook-Engine.com) così come quello dei cataloghi delle case editrici (meglio ancora se “evoluti” in chiave social in stile aNobii) sarà vieppiù crescente. 2) Proprio l’atteggiamento di queste ultime è attentamente da valutare; se da una parte esse pure vedono con il fumo negli occhi il ruolo di rigidi gate-keeper svolto dai SE nei riguardi dei contenuti che loro stesse – le case editrici, intendo – concorrono a creare (e potrebbero perciò allearsi con le biblioteche contro il comune nemico), dall’altra non si può non interpretare come “ostili” i peraltro non numerosi accordi fin qui stipulati in tema di digital lending! Essi fanno intravedere, nel momento in cui gli editori stessi (o ulteriori società “intermediarie” specializzate) si accollano l’onere di sviluppare e gestire piattaforme attraverso le quali effettuare le operazioni di ricerca ed eventuale “prestito” per conto delle biblioteche, la prospettiva di una marginalizzazione di queste ultime, ridotte a poco più di mere “procacciatrici” di utenti / clienti! (A rendere critico il rapporto biblioteche – editori è anche la questione del DRM ed in generale della tutela dei diritti di proprietà intellettuale, che è in via di ridiscussione e, viste le posizioni di partenza scarsamente conciliabili, rendono verosimile un peggioramento rispetto alle regole, già non perfette, esistenti nel “mondo fisico”).

CONCLUSIONI

Per concludere, dunque, il cloud computing in biblioteca nella sua declinazione IaaS se da un lato pare assicurare quei vantaggi connessi all’uso di infrastrutture tecnologiche all’avanguardia contenendo allo stesso tempo i costi entro limiti ragionevoli, dall’altra sembra pericolosamente strizzare l’occhiolino al bibliotecario e dire: “Ehi, tranquillo! Non preoccuparti della ferraglia, ci pensiamo noi!”, senza farlo riflettere sul fatto che la perdita di controllo sull’infrastruttura IT non è cosa da poco! Anzi a ben guardare è solo la prima di una lunga serie di “concessioni” che si fanno in rapida successione: ad esempio con il digital lending, almeno per come è stato fatto finora in Italia, si perde pure quello sulla piattaforma, senza poi considerare come in ambiente digitale vadano completamente ricalibrate le strategie di comunicazione con gli utenti, che rischiano di essere “scippati” dagli onnipresenti social network. Alla luce di queste considerazioni anche gli indubbi vantaggi ottenibili a livello di piattaforma (PaaS) e di software (SaaS), con la nuvola che trasforma davvero quasi per magia i poli bibliotecari in un’unica grande biblioteca, con un patrimonio trattato omogeneamente, utenti condivisi, procedure comuni, etc., perdono gran parte del loro valore.
Un ultimo appunto è, infine, di ordine squisitamente teorico: è opinione diffusa in letteratura che alla biblioteca elettronica (= per Carla Basili e Corrado Pettenati “una biblioteca automatizzata, non necessariamente connessa alla Rete”) si sarebbero quasi evoluzionisticamente succedute la biblioteca virtuale ( = una biblioteca connessa in ruolo di client, ovvero che trae dalla Rete parte delle sue risorse per espandere il posseduto) e quella digitale ( = una biblioteca che mette a disposizione di utenti remoti le proprie risorse digitali pubblicandole in Rete). Ebbene con il cloud computing mi sembra che questo ruolo “attivo” in qualità di server venga un po’ meno: d’accordo, la biblioteca possiederà sicuramente delle risorse digitali, ma è indubbio che queste (quand’anche dal punto di vista legale di sua proprietà) risiederanno su server di terzi. Inoltre, dovesse il trend rafforzarsi (ed i soldi rimanere sempre pochi), le biblioteche acquisteranno sempre meno “risorse digitali” optando per formule ibride quali noleggio / affitto rinunciando perciò anche al ruolo di interfaccia tra utente e risorse (questo perché gli accordi stipulati prevederanno che della piattaforma di ricerca e prestito si occupi il “noleggiatore”). Insomma, mi pare proprio si possa affermare che le biblioteche con il passaggio alla nuvola rimarranno ancorate al ruolo di client e quand’anche dovessero progettare di ampliare i propri servizi consentendo l’accesso a risorse digitali presenti in Rete, in gran parte dei casi non lo farebbero impegnandosi in prima persona. In altri termini, la definizione di “biblioteca digitale” così come formulata dalla teoria rischia di restare pura speculazione.

Quale destino per RIM?

Blackberry, Egham UK

Blackberry, Egham UK di louisiana, su Flickr

Questo post, incentrato così com’è su questioni industriali e di merge & acquistion, potrebbe apparire per molti lettori fuori luogo pubblicato in questo blog. A mio avviso ovviamente non lo è e non solo perché nel mio piccolo sono sempre stato affascinato da quel che combinano le grandi aziende padrone del mercato globale e globalizzato, ma soprattutto perché sono profondamente convinto che una completa comprensione delle dinamiche che guidano l’evoluzione di interi settori quali l’editoria digitale (intesa qui in senso più che lato) così come quello che offre servizi di archiviazione / storage online sia impossibile se non si guarda alle mosse compiute più a monte da quelle aziende che hanno la capacità di influenzarne le sorti. (Giusto per fare un esempio, è impensabile contestualizzare l’evoluzione dell’e-book senza guardare a quanto fatto da Amazon negli ultimi 10 – 15 anni o da Google con il suo progetto Google Books e la relativa telenovela giudiziaria con l’Authors Guild statunitense).
Ebbene, entrando in media res, i rumors del giorno parlano di un forte interessamento dell’accoppiata Microsoft – Nokia, da qualche mese convolate a nozze per quanto riguarda il sistema operativo dei prossimi cellulari della casa finlandese (che saranno per l’appunto forniti dall’azienda di Seattle), per RIM (Research in Motion), produttrice dei celeberrimi telefonini intelligenti della famiglia BlackBerry che ultimamente però vedono la propria immagine sempre più appannata presso i consumatori di tutto il mondo. La notizia, così da sola, non dice molto, ma se aggiungiamo che altre indiscrezioni parlano di avances da parte di Amazon (oltre a contatti per accordi di partnership con Samsung ed HTC, con queste ultime che vogliono cautelarsi nell’evenienza in cui Android diventi un sistema operativo chiuso), si vede che a questa sorta di gara per accaparrarsi RIM non manca quasi nessuno (Google manca all’appello solo perché si è già sistemata con l’acquisto di Motorola Mobility in estate)!
La vicenda si fa interessante: chiaramente RIM fa gola a molti in virtù dei numerosi clienti business che potrebbe portare in dote e del prezzo relativamente modesto con il quale si potrebbe fare “la spesa” (i corsi azionari dell’azienda canadese sono ai minimi); sicuramente poi ai potenziali acquirenti si porrebbero problemi industriali: i nuovi prodotti lanciati sul mercato (PlayBook su tutti) non hanno trovato il favore dei consumatori e lo stesso sistema operativo rischia di rimanere schiacciato dal consolidamento in atto e che vede, in assenza di concorrenti, Android ed iOS recitare la parte del leone (avendo HP di fatto cestinato WebOS ed essendo Windows Mobile ancora sulla rampa di lancio).
Se la maggior parte degli osservatori focalizzano l’attenzione su questa sfida, dal mio punto di vista però è ancor più interessante notare come in profondità stiano avvenendo radicali mutamenti in player che, nati come “mediatori / venditori di contenuti” (leggasi Amazon e Google), stanno gradualmente ampliando i propri interessi non solo (ed è in fondo nell’ordine delle cose) all’infrastruttura che veicola tali contenuti (che diviene base per nuovi servizi e talvolta rendendola disponibile a terzi) così come agli strumenti attraverso i quali essi vengono fruiti. Il rimescolamento dei ruoli è così profondo che oramai non suona più strano porsi domande quali: “a quando lo smartphone di Amazon”? “a quando il tablet di Google (per inciso, si parla dell’estate prossima…)”?
Riassumendo è in atto un riposizionamento strategico di questi big player, riposizionamento che vede il settore editoriale ricoprire un ruolo di primo piano, a riprova di come lo tsunami digitale stia per travolgere questo settore trasformandolo radicalmente. Le mosse sopra descritte suggeriscono che in un futuro sempre più vicino qualsiasi fruizione di contenuti digitali sarà accompagnata dalla relativa capacità di archiviazione online, motivo per cui la nostra diverrà sempre più una esistenza digitale. Se le prospettive sono queste superfluo aggiungere che a godere di una sorta di “vantaggio competitivo” sono quelle aziende dotate di una imponente infrastruttura cloud: Amazon, Google, Apple.

Occhi puntati su Francoforte

Frankfurter Buchmesse 2008

Frankfurter Buchmesse 2008 di dream4akeem

Nell’attesa che domani si inauguri la tradizionale Frankfurter Buchmesse, lunedì c’è stata un’anteprima incentrata sull’ebook con il Publishers Launch Frankfurt. I temi affrontati sono stati molteplici: dall’importanza crescente del self-publishing alla convergenza tra tablet ed ereader, dal ruolo delle politiche di prezzo per far breccia nei lettori al ruolo assunto da big player e newcomer nelle varie realtà locali.
Insomma tanta carne al fuoco e, per l’Italia, qualche nota dolente. Sono stati infatti presentati i dati aggiornati di un’indagine di A.T. Kearney / BookRepublic che avevo a suo tempo commentato.
Oggi come allora ho trovato quei dati, una volta incrociati con gli altri disponibili, interessanti ma oggi come allora ho trovato discutibili le conclusioni da essi desunte.
D’accordo, le sensibilità sono molteplici e ciascuno pone l’accento su un aspetto piuttosto che su un’altro (l’incidenza dell’IVA, l’abitudine all’e-commerce, etc.) ma mi pare che si continui a sottovalutare l’effetto traino che solo la diffusione capillare di tablet ed ereader possono garantire. Non è infatti un caso se in Italia questi due dispositivi assieme arrivano a 900mila unità e l’incidenza dell’ebook sul totale è appena dello 0,5% (lontani anni luce da quell’1% cui si sperava di arrivare per la fine dell’anno) mentre in Germania sono 2 milioni ed 800mila e la quota si assesta allo 0,9% per finire con il Regno Unito dove con 3 milioni e 700mila dispositivi l’ebook arriva al 3,7%! Insomma la regola sembra essere che più dispositivi ci sono, più il libro digitale è diffuso (unica eccezione la Francia dove a fronte di quasi 2 milioni di dispositivi e con molti più titoli la percentuale dell’ebook è identica a quella dell’Italia).
La domanda capitale è dunque la seguente: come far sì che questi dispositivi di lettura riescano a diffondersi il più rapidamente possibile. Anche qui le varie risposte fornite mi sembrano non centrare il bersaglio: d’accordo abbassare il prezzo degli ebook (ed in Italia l’IVA applicata), d’accordo incentivare il self-publishing e d’accordo anche aumentare il numero di titoli, ma se non si crea un sistema equo, privo di lacci e lacciuoli la gente non passa “al nuovo”, visto e considerato che questo nuovo è peggio del vecchio e soprattutto costa come minimo un centinaio di euro! Quindi niente DRM, niente lock-in, niente formati proprietari, niente frammentazione dei titoli tra i vari online bookshop! Solo così, a mio parere, l’ebook potrà decollare anche in Europa.
Ciò detto, non ci resta che aspettare il tradizionale rapporto dell’AIE sullo stato dell’editoria in Italia, che domani verrà presentato sempre a Francoforte, e vedere se ci riserverà qualche sorpresa.

PS Mi si potrà obiettare che negli Stati Uniti l’ebook va alla grande nonostante il sistema patisca quelle “tare” che propongo di abbattere (emblematica Amazon con il suo Kindle ed il relativo formato proprietario mobi); è vero, ma negli Stati Uniti ed in generale nel mondo anglo-sassone (non è una coincidenza se il Regno Unito rappresenta in Europa la punta più avanzata del fenomeno ebook) molte catene librarie, Amazon ovviamente ma anche Barnes & Noble, sono penetrate a fondo nel tessuto sociale. L’azienda di Seattle ad esempio grazie all’eccellente servizio di customer care e ad un marchio riconosciuto come tale ha potuto lanciare il suo Kindle e, sfruttando la reputazione acquistata, farlo accettare ai suoi clienti che “si sono fidati” di lei. B&N d’altro canto, a prescindere dalle valutazioni su un siffatto sistema, è capillarmente diffusa all’interno della rete delle biblioteche di ogni ordine e grado del sistema scolastico americano, fattore che ha funto da volano nel momento in cui si è passati a modalità di studio di tipo e-learning basate ovviamente sul proprio Nook. Condizioni difficili da ricreare in Europa e che rafforzano la mia convinzione circa la necessità di togliere quelle strozzature che elencavo prima, pena l’affossamento di un settore che al contrario potrebbe essere vitalissimo.

Per la versione su Storify cliccate qui.

Amazon Kindle Fire: le prime impressioni

La rivoluzione del kindle fire è nel prezzo

La rivoluzione del kindle fire è nel prezzo; foto paz.ca

Dopo averci scritto a riguardo ripetute volte, in questo blog così come in altri siti e liste di discussione più o meno amici, non posso esimermi dal dire la mia sull’atteso nuovo prodotto di Amazon, il Kindle Fire. Ok, una valutazione migliore di questo nuovo dispositivo potrà essere fatta solo dopo averlo toccato con mano, ma sin da ora alcune considerazioni si possono fare.
La prima cosa che mi vien da sottolineare, rappresentando il miglior biglietto da visita in assoluto, è il prezzo: 199 $ (145 € circa) sono davvero pochi e diciamocelo, Jeff Bezos con questa mossa ha spiazzato tutti (il sottoscritto incluso, avendo non più di una settimana fa ipotizzato una collocazione sul mercato attorno ai 270 $, corrispondenti a circa 200 €). Un simile risultato lo si è potuto conseguire ovviamente sacrificando alcune caratteristiche / dotazioni; vediamo dunque come si presenta il nuovo nato:
1) connettività: c’è solo quella via Wi-Fi e non la 3G e se all’estero la cosa non rappresenta una limitazione in Italia, dove gli hotspot nonostante la parziale recente “liberalizzazione” sono ancora pochi, lo è eccome.
2) memoria interna: è di appena 8 Giga in quanto Amazon mette liberamente a disposizione i propri “archivi sulla nuvola” (ma, attenzione, solo per quei contenuti provenienti da Amazon stessa!); in pratica con due o tre film, qualche centinaio di ebook ed il solito congruo numero di app si arriva al limite.
3) caratteristiche tecniche e dotazioni: il processore dual core dovrebbe garantire ottime prestazioni; del resto un’ulteriore riserva di potenza di calcolo la si ha ricorrendo alla nuvola di Amazon (lo stesso principio regge il nuovo browser Silk, che promette davvero bene); pur non fondamentali, l’assenza di telecamera e di microfono scoraggerà invece qualcuno dall’acquisto.
4) dimensioni: ottima a mio parere la scelta di realizzare un dispositivo di dimensioni e pesi più contenuti del consueto (nemmeno mezzo kilo, con una batteria che garantisce fino ad 8 ore di autonomia, schermo da 7 pollici), in modo da enfatizzarne la portabilità / il poco ingombro / la possibilità di usarlo in mobilità.
5) funzione di reader: in linea con l’impostazione di questo blog non può mancare una digressione circa le peculiari funzioni come strumento di lettura; lo schermo sembra buono (anche qui un giudizio definitivo potrà venir formulato solo dopo averlo visto all’opera), semmai mi aspettavo l’apertura al formato ePub sul quale la maggior parte degli editori stanno puntando, mentre si è rimasti fedeli al tradizionale formato .mobi (non protetto). Questa scelta conferma il vincolo con l’Amazon Store ed, anzi, in considerazione di quanto già sottolineato (il massiccio ricorso a risorse di EC2 in fatto di calcolo e storage) il grado di libertà per l’utente / cliente mi sembra addirittura ridursi, seppur all’interno di un ventaglio di offerte in crescita!
Per concludere con Kindle Fire l’azienda di Seattle si candida ufficialmente al ruolo di anti-Apple nel mercato delle tavolette, percorrendo una via opposta a tutti gli altri competitor, ovvero quella di un prodotto non al top della gamma e di fascia di prezzo medio bassa, vedremo se con successo. Fattori che inducono all’ottimismo sono il poter contare sul proprio negozio online (= i contenuti), l’ottima reputazione guadagnata in questi anni, la base di utenti / clienti, l’infrastruttura cloud, manca solo l’ecosistema di sviluppatori ma l’aver puntato su Android in prospettiva dovrebbe garantire di colmare questa lacuna.
A mio avviso però un neo c’è e riguarda proprio la politica di prezzo la quale, così come è stata concepita, potrebbe colpire il bersaglio sbagliato se non rivelarsi addirittura controproducente. In sostanza mi chiedo: con un Kindle Fire a 199 dollari chi comprerà il Kindle Touch 3G (eReader in bianco e nero, presentato contestualmente al Fire, che presenta la novità dello schermo touch) per appena 50 dollari in meno? Chi infine acquisterà il Kindle Touch senza connettività a 99 dollari? In altri termini ho la sensazione che il Fire possa rubare quote agli altri dispositivi prodotti da Amazon stessa con in più l’ulteriore pericolo che i margini di guadagno per pezzo, che non possono giocoforza essere elevati, non siano compensati da un adeguato volume di vendita.
Insomma, il mercato degli eReader e dei tablet si arricchisce e si complica (a proposito, ora che il Fire è stato svelato voglio vedere se Idc confermerà la propria idea di non considerarlo una tavoletta) ma forse a subire la pressione potrebbe non essere l’iPad bensì tutti quei produttori (l’accoppiata Nook Color e Barnes & Noble in primis; il titolo di quest’ultima non a caso perde in borsa sia ieri che oggi) che finora avevano tentato in qualche modo di opporsi ad Apple.

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