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Quale destino per RIM?

Blackberry, Egham UK

Blackberry, Egham UK di louisiana, su Flickr

Questo post, incentrato così com’è su questioni industriali e di merge & acquistion, potrebbe apparire per molti lettori fuori luogo pubblicato in questo blog. A mio avviso ovviamente non lo è e non solo perché nel mio piccolo sono sempre stato affascinato da quel che combinano le grandi aziende padrone del mercato globale e globalizzato, ma soprattutto perché sono profondamente convinto che una completa comprensione delle dinamiche che guidano l’evoluzione di interi settori quali l’editoria digitale (intesa qui in senso più che lato) così come quello che offre servizi di archiviazione / storage online sia impossibile se non si guarda alle mosse compiute più a monte da quelle aziende che hanno la capacità di influenzarne le sorti. (Giusto per fare un esempio, è impensabile contestualizzare l’evoluzione dell’e-book senza guardare a quanto fatto da Amazon negli ultimi 10 – 15 anni o da Google con il suo progetto Google Books e la relativa telenovela giudiziaria con l’Authors Guild statunitense).
Ebbene, entrando in media res, i rumors del giorno parlano di un forte interessamento dell’accoppiata Microsoft – Nokia, da qualche mese convolate a nozze per quanto riguarda il sistema operativo dei prossimi cellulari della casa finlandese (che saranno per l’appunto forniti dall’azienda di Seattle), per RIM (Research in Motion), produttrice dei celeberrimi telefonini intelligenti della famiglia BlackBerry che ultimamente però vedono la propria immagine sempre più appannata presso i consumatori di tutto il mondo. La notizia, così da sola, non dice molto, ma se aggiungiamo che altre indiscrezioni parlano di avances da parte di Amazon (oltre a contatti per accordi di partnership con Samsung ed HTC, con queste ultime che vogliono cautelarsi nell’evenienza in cui Android diventi un sistema operativo chiuso), si vede che a questa sorta di gara per accaparrarsi RIM non manca quasi nessuno (Google manca all’appello solo perché si è già sistemata con l’acquisto di Motorola Mobility in estate)!
La vicenda si fa interessante: chiaramente RIM fa gola a molti in virtù dei numerosi clienti business che potrebbe portare in dote e del prezzo relativamente modesto con il quale si potrebbe fare “la spesa” (i corsi azionari dell’azienda canadese sono ai minimi); sicuramente poi ai potenziali acquirenti si porrebbero problemi industriali: i nuovi prodotti lanciati sul mercato (PlayBook su tutti) non hanno trovato il favore dei consumatori e lo stesso sistema operativo rischia di rimanere schiacciato dal consolidamento in atto e che vede, in assenza di concorrenti, Android ed iOS recitare la parte del leone (avendo HP di fatto cestinato WebOS ed essendo Windows Mobile ancora sulla rampa di lancio).
Se la maggior parte degli osservatori focalizzano l’attenzione su questa sfida, dal mio punto di vista però è ancor più interessante notare come in profondità stiano avvenendo radicali mutamenti in player che, nati come “mediatori / venditori di contenuti” (leggasi Amazon e Google), stanno gradualmente ampliando i propri interessi non solo (ed è in fondo nell’ordine delle cose) all’infrastruttura che veicola tali contenuti (che diviene base per nuovi servizi e talvolta rendendola disponibile a terzi) così come agli strumenti attraverso i quali essi vengono fruiti. Il rimescolamento dei ruoli è così profondo che oramai non suona più strano porsi domande quali: “a quando lo smartphone di Amazon”? “a quando il tablet di Google (per inciso, si parla dell’estate prossima…)”?
Riassumendo è in atto un riposizionamento strategico di questi big player, riposizionamento che vede il settore editoriale ricoprire un ruolo di primo piano, a riprova di come lo tsunami digitale stia per travolgere questo settore trasformandolo radicalmente. Le mosse sopra descritte suggeriscono che in un futuro sempre più vicino qualsiasi fruizione di contenuti digitali sarà accompagnata dalla relativa capacità di archiviazione online, motivo per cui la nostra diverrà sempre più una esistenza digitale. Se le prospettive sono queste superfluo aggiungere che a godere di una sorta di “vantaggio competitivo” sono quelle aziende dotate di una imponente infrastruttura cloud: Amazon, Google, Apple.

PEC & co.

e-mail symbol di Micky.!

e-mail symbol di Micky.!

Mentre in Italia ci balocchiamo con la PEC, Gartner “sdogana” GMail come valido strumento enterprise; per quanto questa cloud mail patisca ancora di alcune zone d’ombra in fatto di continuità, trasparenza e conformità alla legge, la crescita numerica degli utilizzatori testimonia la capacità di penetrare il mercato da parte dell’azienda di Mountain View. Ovviamente la messa in circolazione dei vari dispositivi mobili è la premessa indispensabile per far sì che il sistema di posta elettronica di Google possa decollare del tutto, ma gli elementi a disposizione lasciano presupporre che sia solo una questione di tempo.
Quanto avviene Oltreoceano stride nettamente con quanto stiamo facendo in Italia con la PEC (Posta Elettronica Certificata): quest’ultima ha certamente alcuni pregi, ma presenta innegabilmente pure molti difetti che a mio avviso potrebbero sancirne il declino nel giro di breve tempo. In primo luogo è riconosciuta solo nel nostro paese e finora nessun’altro mi risulta abbia dimostrato interesse ad “entrare nel club” (si parla di REM, ok, ma mi sembra stia stagnando all’ETSI da un po’ troppo tempo); in secondo luogo non è immediatamente leggibile da parte dei principali smartphone e tablet (tanto gli iPhone quanto i BlackBerry, e quindi pure iPad e PlayBook che ne condividono il sistema operativo, non riescono neppure ad aprire i file tipo .eml) a meno che non si utilizzi Outlook Mobile; peccato che Microsoft non vada esattamente per la maggiore nel settore dei sistemi operativi mobili (stiamo a vedere con Windows Phone 7)! Ve lo vedete il manager a dover fare ottomila passaggi per mandare una mail certificata? Il punto, e questo è il terzo aspetto, è che la PEC è vista da quasi tutti come una grande seccatura, l’ennesimo obbligo (con relativo esborso) imposto da uno Stato che dal canto suo non si adegua completamente e nemmeno riesce a sfruttarne appieno le potenzialità (anche per le indubbie criticità incontrate nella sua applicazione all’interno della PA e per le varie interpretazioni legislative che hanno ulteriormente complicato l’argomento). Insomma, se non proprio gli aspetti tecnico-giuridici, potrebbe essere il mancato feeling con gli utilizzatori a decretarne la precoce fine.

PS La versione storyfizzata di questo post è disponibile al seguente indirizzo: http://storify.com/memoriadigitale/pec-e-dintorni.

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