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Facebook si candida a diventare l’archivio per eccellenza delle nostre esistenze digitali

Outside Facebook Data Center di IntelFreePress, su Flickr

Outside Facebook Data Center di IntelFreePress, su Flickr

La notizia non ha ricevuto la giusta attenzione da parte dei media ma è in verità indicativa della direzione verso cui sta andando il social network per antonomasia: il gigante (almeno in termini di utenti) di Menlo Park ha infatti annunciato pochi giorni orsono il lancio del nuovo servizio Photo Sync per tutti coloro che vi accedono attraverso device mobili. In estrema sintesi Facebook d’ora innanzi permetterà agli utenti di caricare sui server aziendali non solo quelle foto che si intende pubblicare e condividere con i propri amici ma anche quelle foto scattate ma che, al contrario, non si pensa di pubblicare o almeno di farlo, eventualmente, in una fase successiva; in altri termini con Photo Sync FB si trasforma lentamente ma inesorabilmente in un cyberlocker, vale a dire un armadietto nella nuvola, nel quale riporre tutti i contenuti digitali da noi prodotti o comunque detenuti e non più solo un luogo di condivisione con gli amici.
Se per ora l’upload (intelligente peraltro: l’applicazione caricherà le foto di dimensioni maggiori solo quando connessi ad una Rete WiFi ed eviterà al contrario di farlo quando si è connessi tramite la rete 3G o 4G – a pagamento – così come quando il livello della batteria tende al rosso!) riguarda solo foto ed è limitato a 2 GB, è altamente probabile che nel prossimo futuro lo spazio di archiviazione a disposizione sulla cloud sarà espandibile e riguarderà tutte le tipologie di materiali: audio, video, documenti di testo e via dicendo.
Del resto che questa fosse la direzione lo si era già intuito a settembre quando Facebook aveva stipulato un accordo con Dropbox, colosso dell’archiviazione online di file personali, che prevedeva l’integrazione spinta (in termini di facilità di condivisione ed aggiornamento automatico) tra quanto caricato sui server di Dropbox e quanto condiviso sui propri gruppi Facebook. Ora Facebook porta in house anche i contenuti non pubblicati ed il perché è presto detto: secondo Techcrunch gli ingegneri Zuckerberg sono al lavoro per scrivere algoritmi capaci di estrarre dalla mole di foto detenute (ricordo che nel momento in cui si caricano foto Facebook ne diventa automaticamente proprietario) informazioni in qualche modo monetizzabili (se in una foto indosso una t-shirt Abercrombie la concorrenza potrebbe essere interessata, con inserzioni pubblicitarie mirate, a farmi preferire i loro prodotti…).
Insomma, ritorna prepotente il mai risolto problema della difficile coesistenza tra sostenibilità del business da una parte e rispetto della privacy / dei dati personali dall’altra: personalmente ho sempre sostenuto la necessità che i cittadini digitali, così come nella realtà, si costruiscano le proprie “nuvole personali” (personal cloud) sulle quali essi hanno controllo pressoché totale. Purtroppo tutto ciò ha un costo e c’è da scommettere che il richiamo del “tutto gratis” farà cadere qualsiasi remora o considerazione contraria…

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Fenomeno cyberlocker, alcune considerazioni

ReacTable no FILE 2007

ReacTable no FILE 2007 di Rodrigo_Terra, su Flickr

Il recente caso di cronaca giudiziaria che ha riguardato la “galassia Megaupload” ha portato alla ribalta il fenomeno, forse a molti sconosciuto ma in realtà assai diffuso, del cyberlocking. Dal momento che la vicenda nel suo complesso induce ad alcune riflessioni che a mio vedere sono, per così dire, di “pertinenza archivistica”, vediamo un po’ in cosa consiste questo “cyberlocking” e perché Megaupload è stato chiuso.
In estrema sintesi si tratta di servizi (Megaupload non è che uno, e forse nemmeno il più famoso; altri sono RapidShare, HotFile, FilesTube, DepositFile) che mettono a disposizione dell’utente uno spazio di archiviazione in genere di considerevoli dimensioni al quale si può accedere, in linea con il paradigma proprio del cloud computing, a partire da qualsiasi dispositivo. Fin qui si potrebbe pensare che i cyberlocker siano del tutto assimilabili a quei siti di online storage (come Dropbox, aDrive, etc.) dei quali ho più volte parlato; in realtà essi si differenziano perché la dimensione di sharing prevale nettamente su quella di archiviazione: infatti ogni file uploadato può diventare accessibile tecnicamente a chiunque, basta rendere pubblico il relativo URL, ed i gestori hanno tutto l’interesse ad aumentare il traffico chiudendo un occhio (e pure l’altro!) qualora in presenza di quel materiale “piratato” che ovviamente risulta maggiormente appetibile. Non a caso l’FBI, tra le motivazioni addotte per giustificare la chiusura di Megaupload, l’arresto dei suoi amministratori ed il sequestro dei loro beni, ha espressamente chiarito come il “sistema” non fosse congeniato per l’archiviazione personale e/o di medio – lungo periodo al punto che i file poco “attivi” (= quelli che non venivano scaricati un sufficiente numero di volte) venivano sistematicamente cancellati. Al contrario, sempre stando all’FBI, gli amministratori del sito non erano così solerti nel cancellare quei file, guarda caso quelli maggiormente scaricati, lesivi di diritti intellettuali e di proprietà (film, ebook, software, etc.). E per quella quota minoritaria di utenti (alcuni anche premium, ovvero a pagamento) che usavano legalmente Megaupload oltre al danno di trovarsi da un giorno all’altro impossibilitati di accedere ai propri dati ora si profila anche la beffa: essendo tutti i beni di Megaupload sequestrati, la società non è in grado di pagare quelle aziende subappaltatrici fornitrici dell’indispensabile spazio di hosting, come Cogent Communications e Carpathia Hosting. Morale della favola: se entro giovedì non vedranno saldate le “bollette”, queste ultime procederanno con l’eliminazione definitiva dei dati detenuti per conto di Megaupload (in questo senso mi permetto di dire che l’operazione dell’FBI avrebbe potuto essere più selettiva, colpendo coloro che oggettivamente hanno infranto la legge e tutelando invece gli utilizzatori onesti).
Alla luce di tutto ciò la vicenda assume un valore emblematico di quel che è attualmente l’ “archiviazione” sulla nuvola: una scelta talvolta obbligata (si pensi a tutti coloro che lavorano a distanza e su moli di dati cospicue) ma ancora rischiosa, non tanto per la scarsa affidabilità tecnologica (non che l’evenienza di un crash dei server sia scongiurata, si badi) ma soprattutto per la pratica diffusa del subappalto a terzi dei “concreti” servizi di hosting, il che finisce per trasformare il sistema in un complesso “gioco” di scatole cinesi, in cui più che l’opportuna localizzazione geografica delle server farm conta la legislazione più favorevole ed il regime fiscale vigente (da quel che ho potuto ricostruire – in Rete ho letto differenti versioni – Megaupload era una società gestita da cittadini olandesi e tedeschi con sede legale in Nuova Zelanda e server ad Hong Kong).
Per concludere, una storia che mette in luce una volta di più come gli archivi di persona siano tra quelli più a rischio nell’era digitale e come si renda necessario “instillare” nei singoli cittadini / utenti una particolare sensibilità per la “sopravvivenza” dei propri dati e documenti, cosa che a mio avviso (nell’attesa che gli archivi “pubblici” – non oso dire di Stato – fiutino l’affare e si riposizionino sul settore) al momento può avvenire solamente attraverso la moltiplicazione delle copie, in locale e sulla nuvola. In quest’ultimo caso ovviamente discriminando tra provider buoni e cattivi!

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