La valenza “archivistica” dei social network. Alcune considerazioni

From Facebook: December 17, 2011 at 07:50AM

From Facebook: December 17, 2011 at 07:50AM di djwudi, su Flickr

Che gli italiani stravedano per i social network è cosa arcinota, ma che i social network stiano acquisendo ogni giorno di più una valenza “archivistica” (il termine rischia di essere fuorviante ma rende l’idea) è decisamente meno risaputo.
All’argomento mi ero avvicinato, con mille cautele e precauzionale uso del condizionale, già in Archivi e biblioteche tra le nuvole: in esso sostenevo che a) sotto alcune condizioni (in particolare facevo presente come fosse necessario effettuare una sorta di lavoro di “esegesi delle fonti”), alcuni social network erano per certi versi considerabili come i moderni archivi di persona b) per molti enti ed organizzazioni, tanto pubblici quanto privati, essi venivano a ricoprire un ruolo strumentale (nel senso proprio del termine) tale da renderli contemporaneamente mezzi e fonti di informazioni, notizie e documenti.
Ebbene, a distanza di nemmeno un anno queste mie affermazioni sembrano essere state persino troppo moderate!
Facciamo una rapida carrellata della situazione attuale per trarre in un secondo momento alcune necessariamente provvisorie conclusioni.
Alcuni social network mantengono la loro rilevanza in quanto “meri contenitori” di informazioni: è il caso di LinkedIn, rete sociale nella quale gli iscritti pubblicano i loro curriculum vitae (studi, esperienze lavorative, posizioni e ruoli ricoperti, etc.) e ricreano la propria rete di contatti in ambito lavorativo. Se lo scopo immediato è quello di relazionarsi con potenziali datori di lavoro o colleghi per intraprendere assieme un business, inutile dire che tali e tanti sono i profili accessibili (la registrazione è gratuita, ma sottoscrivendo l’account premium si possono sfruttare alcune funzionalità addizionali) che si possono ricostruire intere carriere di milioni di persone così come, per i più volenterosi, gli organigrammi passati e presenti di centinaia di migliaia di aziende.
Se LinkedIn “batte” sulle persone, Mendeley invece punta moltissimo sulla qualità dei documenti e sul target elevato dei suoi utilizzatori, moltissimi dei quali appartengono alla comunità accademica; Mendeley infatti consente all’utente di caricare i propri documenti in pdf (poniamo una ricerca sul diabete), effettuare sottolineature ed annotazioni che possono essere condivise con altre persone (ipotizziamo gli appartenenti ad un gruppo di ricerca ristretto su questa malattia oppure un gruppo tematico esistente su Mendeley), sottoporre il proprio lavoro ad una sorta di peer review, generare citazioni e bibliografie a partire dalla ricca base di dati a disposizione ed ovviamente salvare la propria attività in locale con backup automatico sulla nuvola (il che lo rende disponibile sempre e su qualsiasi dispositivo). Sebbene ad oggi la stragrande maggioranza dei documenti presenti sia di carattere scientifico, non è da escludere che in futuro questo servizio, sorta di ibrido tra archivio / biblioteca personale e gruppo di lavoro online, venga usato per creare documenti di rilevanza pubblica (mi vien in mente, giusto per fare un esempio, la prassi sempre più diffusa di sottoporre ad una “revisione” pubblica disegni di legge, bozze di regolamenti, etc.).
Affianco a questo uso dei social network in quanto “giacimenti di informazioni” permane quello che li considera (non a torto) strumenti propedeutici all’attività istituzionale: da manuale il caso di Twitter, il quale annovera tra i suoi tweeter non solo privati cittadini ma anche politici, enti pubblici ed aziende. I cinguettii di questi ultimi si affiancano in tutto e per tutto ai tradizionali comunicati stampa “unidirezionali” ed in quanto tali andrebbero conservati così come conserviamo i corrispettivi cartacei (conscia dell’importanza di alcuni tweet da quasi due anni la Library of Congress conserva tutti i cinguettii lanciati nel mondo; se sul merito sono d’accordo, sul metodo – conservazione indiscriminata dell’intero archivio – nutro più di un dubbio). Per inciso l’uso di Twitter da parte di personalità pubbliche crea casi ibridi decisamente interessanti (e problematici): l’attuale Ministro degli Affari Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha un suo profilo personale (non legato dunque alla carica che ricopre) dal quale però lancia tweet inerenti al suo incarico i quali di norma anticipano nel contenuto un successivo comunicato stampa od una nota ufficiale rilasciata dalla Farnesina ma che talvolta non sono seguiti da alcuna comunicazione ministeriale e pertanto devono essere considerati come opinioni personali dello stesso.
Frutto del medesimo approccio “strumentale” è quanto fatto dalla Direzione Generale per gli Archivi (DGA) con il suo canale YouTube, nel quale sono caricati VHS digitalizzati provenienti da diversi archivi italiani: se da un lato con ciò si ribadisce la volontà della pubblica amministrazione di andare dai cittadini là dove questi trascorrono gran parte del loro tempo, dall’altro c’è da interrogarsi sulla natura di quell’archivio “parallelo” (peraltro frutto di una operazione di selezione che archivisticamente parlando può sollevare qualche perplessità) che viene a crearsi su YouTube e soprattutto sulla natura di YouTube stesso, che allontanandosi dal suo motto Broadcast Yourself sembra tornare alle origini allorquando la parola d’ordine era “L’archivio digitale dei tuoi video”: ed è innegabile che in esso, seppur in modo accidentale, venga a formarsi un formidabile “archivio” di video alla portata di click di ciascun cittadino.
Una funzione analoga a YouTube è svolta, per quanto riguarda la foto, da Flickr e dall’astro nascente Pinterest, nei quali fotografi professionisti, architetti, designer, etc. caricano, condividono e conservano le proprie creazioni: anche in questo caso c’è da chiedersi (provocatoriamente) se questi servizi possano rappresentare gli Archivi Alinari del futuro.
Finisco questa carrellata con quello che è universalmente riconosciuto come il principe dei social network, Facebook: nato come servizio che consente alle persone di rimanere in contatto con i propri amici ha successivamente aperto le porte, per motivi di business, anche alle aziende ed alle organizzazioni. Di particolare rilevanza ai fini del discorso che sto qui facendo la nuova funzionalità Timeline: in pratica chiunque abbia un profilo può inserire, lungo una linea del tempo digitale, foto, eventi, video, etc. relativi a fatti accaduti in quel determinato momento. In tal modo un’intera vita può essere ricostruita e “postata”; se per la maggior parte degli utenti si tratterebbe di un’operazione ex post, per un’azienda fondata oggi o per un neonato (in tal caso il profilo ovviamente sarebbe gestito da un genitore; cercate, su FB ci sono già i primi esempi) è tecnicamente possibile riempire questa linea del tempo praticamente in real time al punto che, tra venti o trent’anni, potremmo essere in grado di ripercorrere un’intera esistenza giorno per giorno. Insomma, ci avviciniamo passo dopo passo al concetto una volta fantascientifico di vita digitale!
Ma tornando più sul concreto, le applicazioni pratiche di Facebook Timeline sono particolarmente interessanti per quanto riguarda il versante delle aziende / organizzazioni: sui principali quotidiani è ad esempio circolato il caso di Coca Cola Company la quale ha postato la foto del suo fondatore ed immagini delle prime bottiglie di questa famosa bibita recuperate dal proprio archivio d’impresa. Ancor più ricca di contenuti, a mio avviso, la pagina dell’US Army (per accedervi bisogna essere registrati a FB): dal 1775, anno della Dichiarazione d’Indipendenza ai giorni nostri, la storia dell’esercito è ricostruita attraverso foto, documenti e video molti dei quali provenienti dai National Archives. Una caratteristica molto affascinante è che man mano che ci si avvicina ai giorni nostri i contributi sono sempre più abbondanti e “fitti” fino a diventare pressoché minuto per minuto, con post da ogni parte del mondo e riferimenti ai più svariati reparti, da quelli impiegati in teatri operativi a quelli della Guardia Nazionale!
Giunti al termine di questa giocoforza rapida carrellata, mi sembra che si possa affermare che il rapporto archivi / social network, nella duplice funzione di “utile strumento” e “deposito di documenti digitali”, sia più vivo che mai e proprio per questo non vada affatto trascurato ma anzi seguito con attenzione nella sua evoluzione futura.

2 responses to this post.

  1. Complimenti per il blog, molto molto interessante. In questo post citi il progetto library of congress-twitter riguardo alla scelta di archiviare tutti i tweet. Anche io stavo ragionando sulla cosa (sto facendo una piccola ricerca a riguardo nell’ambito di un master in archivi digitali), mi piacerebbe sapere nel dettaglio cosa ne pensi. Io personalmente per il momento sono affascinato dall’idea della conservazione integrale (pur immaginando i problemi) perchè solo cos’ si potranno fare ricerche quantitative (es. ricercatore che volesse cercare quanti tweet sono stati prodotti durante finale mondiale brasile 2014) e perchè una selezione in base alla presunta rilevanza di un tweet o meno andrebbe contro la natura di questo mezzo, ove il messaggio scritto da uno sconosciuto può avere successo e valore archivistico più di un tweet di un personaggio pubblico e ove è centrale la dimensione corale. Inoltre l’operazione di scarto (mai neutra ma in questo caso particolarmente non tale) non sarebbe affatto semplice. Penso quindi che siano i social curator a dover fare preziosi lavori di cura e selezione per combattere l’overload informativo e che se una istituzione ricca di risorse e competenze come LOG ha la forza di provare l’impresa dell’archiviazione totale faccia a bene a provarci. Central naturalmente sarà come riusciranno a ottimizzare l’accesso.
    Fammi sapere che ne pensi, di sicuro citerò nella mia ricerca il tuo blog per un paio di articoli🙂

    Rispondi

    • Posted by Simone Vettore on dicembre 19, 2013 at 4:09 pm

      Ciao!

      Come principio generale sono dell’idea che una selezione / scarto vada effettuata: lo si è sempre fatto con il materiale analogico, non vedo perché non lo si debba fare con quello digitale, tanto più che la conservazione di quest’ultimo è tutto fuorché semplice (dal punto di vista tecnico) e poco costosa. Oltre che per motivazioni economiche lo scarto credo trovi giustificazione in quello che Luciano Floridi, filosofo dell’informazione, definisce “principio ecologico” (spiegato in termini discorsivi: viviamo immersi in un’ambiente dominato dall’informazione – l’infosfera – che dobbiamo preservare così come facciamo con l’ambiente naturale; pertanto, per analogia, così come abbattiamo selettivamente alcuni alberi per salvare l’equilibrio complessivo del bosco, dobbiamo “sfoltire” l’informazione che rischia di soffocarci – infoglut).
      Applicando questi principi a Twitter cosa viene fuori? Che alcuni tweet andrebbero eliminati, operazione discrezionale non meno di tutte le operazioni di scarto (nonostante la neutralità che si cerca di mantenere ricorrendo a massimari, etc.). Ad esempio, più di tutti i singoli cinguettii, potrebbe essere sufficiente conservare gli hashtag + alcuni tweet a campione, anche se mi rendo conto che così facendo analisi di tipo quantitativo come quelle che proponi risulterebbero impossibili da effettuare a distanza di anni.
      Il punto centrale, a mio avviso, è pertanto quello delle tempistiche: poiché la conservazione in ambiente digitale inizia sin dal momento della creazione, saremmo ugualmente obbligati a conservare tutto in vista di un eventuale scarto che, per essere effettuato con cognizione di causa, non può che essere fatto ex post (diversamente da una bolletta telefonica, non sappiamo infatti a priori se un tweet sarà meritevole di conservazione).
      Per un tot di anni sarebbe pertanto possibile, a prescindere dalla destinazione finale dei tweet (conservazione illimitata / eliminazione) effettuare analisi quantitative.
      Mi permetto un ulteriore spunto di riflessione sulla dicotomia quantitativo/qualitativo: concordo che la rilevanza di un tweet non dipenda in maniera esclusiva da chi twitta ma nemmeno penso che “conservare tutto” sia sufficiente (specie se tale decisione deriva dal semplice fatto che abbiamo le possibilità, in particolare in termini di di storage, di farlo). Avere a disposizione tutti i tweet ma avulsi dal contesto in cui sono stati lanciati e, soprattutto, “irrigiditi” in un sistema di conservazione che non tenga conto del numero e soprattutto della qualità delle connessioni e dei link attivati da quel cinguettio, potrebbe significare effettuare analisi sotto molti punti di vista incomplete, carenti e povere. Esempio banale: quante volte un tweet ha fornito lo spunto per una lettura e questa lettura a, sua volta, quella per un post od una ricerca? Un’analisi dell’archivio di Twitter che tenga conto dei “meri” numeri e non di queste interconnessioni (e degli ulteriori risvolti “creativi”) può dirsi completa? Direi proprio di no.
      Insomma, per concludere, credo che la conservazione dei tweet per essere ottimale dovrebbe permettere l’effettuazione di un’analisi tanto qualitativa quanto quantitativa, le quali anzi sarebbe meglio che procedessero di pari passo.

      Spero la conversazione sia stata di stimolo per la tua ricerca (a proposito, se non sono troppi indiscreto, che master frequenti?) e scusami per la lunghezza della risposta, ma la carne al fuoco era tanta e molto si potrebbe ancora scrivere.

      Simone

      Rispondi

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: