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Firma grafometrica: alcune perplessità archivistiche

Olipad Graphos

Olipad Graphos (fonte: http://www.olipad.it)

Quando si parla di “informatica negli uffici” si tende, complice anche l’inserimento della questione nel programma del partito politico risultato poi vincente alle ultime elezioni, a pensare soprattutto alla “dematerializzazione”, vale a dire all’abbandono dei vari supporti analogici (carta su tutti), ritenuti ingombranti e costosi, per lasciar posto a quello digitale, per contro ritenuto conveniente e flessibile.
In realtà tutti sanno che non è sufficiente sostituire una macchina da scrivere con un PC per poter dire di aver veramente “informatizzato” un ufficio se poi l’uso che si fa del PC è equivalente a quello di una macchina da scrivere: intendiamoci, già l’uso di un programma di videoscrittura rappresenta un buon passo in avanti, ma è altresì superfluo sottolineare che il vero “cambio di passo” lo si può ottenere modificando (con termine tecnico “reingegnerizzando”) le modalità di lavoro ed adattandole ai nuovi strumenti a disposizione.
Purtroppo quest’opera di “reingegnerizzazione” è tanto più difficile quando si tratta di uffici della Pubblica Amministrazione, dove bisogna attenersi a normative che più che al raggiungimento spedito dei risultati mirano a garantire la correttezza dell’operato sotto il profilo giuridico-formale e dove è difficile diffondere una “cultura informatica”, la quale sottintende un aggiornamento continuo delle competenze professionali ed altrettanti mutamenti nel modo di lavorare, abbandonando consolidate e tranquillizzanti prassi operative.
In un simile contesto mi chiedo quale potrà essere l’impatto di uno strumento come il nuovissimo Olipad Graphos, tablet della Olivetti esplicitamente destinato ad un’utenza business oltre che, appunto, alla Pubblica Amministrazione, la cui peculiarità è la possibilità di firma grafometrica con pieno valore legale. Come si appone ed in cosa consiste questa firma? In pratica attraverso una speciale penna in dotazione assieme alla tavoletta il sottoscrittore firma così come farebbe con un qualsiasi documento cartaceo; il dispositivo acquisisce in automatico sia l’immagine della firma che i parametri salienti del sottoscrittore quali pressione esercitata, ritmo, movimento, velocità, accelerazione.
Si tratta di un sistema per il quale, vista la sua facilità d’utilizzo, è prevedibile un impiego generalizzato (al momento Olivetti si limita ad indicare come possibili settori d’utilizzo “l’emissione di verbali di sopralluoghi ed interventi tecnici, rivolte sia al mercato delle Utilities sia alla Pubblica Amministrazione” ed in generale “soluzioni di automazione e dematerializzazione del libro firma delle aziende e della PA”) e che potrebbe far piazza pulita di tutti quei molteplici tipi di firma (elettronica e digitale, più o meno qualificata) normati dal legislatore e che a mio avviso hanno ottenuto l’unico risultato di generare ulteriore confusione oltre che di creare ex novo problemi di non facile soluzione (come la durata delle marche temporali e la loro conservazione).
Se di primo acchito l’arrivo della firma grafometrica è dunque da salutare con favore, alcune semplici valutazioni di tipo archivistico consentono di individuare alcune criticità che dovrebbero indurre, specie nella Pubblica Amministrazione, ad abbracciare con le dovute cautele questo per il resto interessante dispositivo (e gli altri con le medesime caratteristiche che sicuramente verranno).
Il primo aspetto da considerare è ovviamente quello della sicurezza: su quella intrinseca di questa modalità di firma non ho modo di esprimere giudizi (in genere è communis opinio che i metodi di autenticazione basati su dati biometrici siano praticamente inviolabili ma la storia dell’informatica è piena di sistemi considerati insuperabili e poi puntualmente aggirati, motivo per cui non è da escludere che il ritornello si ripeta; diciamo dunque che la firma biometrica offre standard di sicurezza elevatissimi ma è, come tutti i sistemi umani, fallibile), nutro invece qualche dubbio sul “sistema tablet” nel suo complesso. Il fatto che l’accesso al dispositivo avvenga attraverso la lettura delle impronte digitali del legittimo proprietario a mio avviso non è sufficiente: si impedisce, quello sì, che persone non autorizzate utilizzino il dispositivo ma d’altro canto un dispositivo mobile come una tavoletta è per sua natura maggiormente a rischio di perdita o furto e con esso di tutti i documenti firmati in esso contenuti. Per fare un parallelo è come se un ladro, introdottosi negli uffici di una Pubblica Amministrazione, rubasse non solo gli appetibili PC ma anche i faldoni (cartacei) che, nonostante la sbandierata dematerializzazione, continuano ad affollarne armadi e scrivanie. Insomma, un doppio danno!
Questa considerazione ci porta al secondo punto: nel momento in cui si inizia ad operare in mobilità la necessità di opportune operazioni di back-up / storage diviene un imperativo se possibile ancor più categorico. Ed in mobilità come vorrai mai effettuare queste operazioni? Con il cloud computing ovviamente (già, perché non vorrai mica metterti ogni sera con il cavetto a scaricare i dati? vuoi mettere la comodità di un sistema che ti fa l’upload su server sicuri e ti sincronizza in automatico i dati mettendoli immediatamente a disposizione dell’organizzazione?)! E qui ritorniamo ai soliti problemi: o la Pubblica Amministrazione si rivolge a servizi di privati (a proposito Olivetti non lo scrive esplicitamente ma è più che verosimile che la soluzione cloud di riferimento sia quella in-house di Nuvola Italiana di Telecom Italia) oppure, scelta lungimirante, si decide una volta per tutte a realizzare queste infrastrutture strategiche.
Del resto, ultimo aspetto da valutare, nel momento in cui si realizzano queste strutture informatiche, imprescindibili per l’attività ordinaria e straordinaria dell’organizzazione, è necessario considerare aspetti di compatibilità ed interoperabilità; in particolare l’introduzione dei dispositivi mobili sta creando grattacapi non indifferenti ai responsabili IT dal momento che questi device hanno applicazioni basate su sistemi operativi (iOS ed Android) che mal si adattano con i software prevalentemente in ambiente Microsoft già presenti negli uffici. In questo senso Android, SO libero ed open source, è assolutamente preferibile ad iOS non avendo del resto a mio avviso senso attendere i futuri dispositivi con Windows 8. A ben vedere l’avvento del mobile nei pubblici uffici, pur con tutti i nodi irrisolti e le difficoltà che esso rappresenta, potrebbe costituire l’occasione giusta per abbandonare i prodotti dell’onerosa Microsoft (non si parla sempre di ridurre i costi?) ed abbracciare finalmente l’universo open source così come per cambiare davvero il modo di lavorare nella PA (con evidenti impatti sui flussi documentali) e realizzare qualcosa che si avvicini a quegli “uffici senza carta” finora utilizzati come uno slogan propagandistico o poco più.
Ma soprattutto, e chiudo, il passaggio al mobile può contribuire al riallineamento tra prassi amministrativa e corretta tenuta archivistica dei dati e dei documenti all’interno di una aggiornata cornice informatica.

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Nuovo CAD e massimi sistemi

Seminario sul nuovo CAD

Seminario sul nuovo CAD

Tornato da un convegno / seminario sul nuovo CAD, nel corso del quale Gianni Penzo Doria ha come sempre saputo tenere attento e partecipe il numeroso pubblico, mi sono messo come spesso mi capita a fare considerazione sui massimi sistemi.

Infatti sarà stata la semplicemente fantastica “equazione del disordine”:

D*I = C2 (ovvero: Disorganizzazione * Informatica = Casino al quadrato)

la quale può a buon diritto essere riportata nei libri di fisica a fianco della legge dell’entropia oppure sarà stato il senso di smarrimento mistico in cui getta l’operato di un legislatore tanto iperattivo quanto confuso e pasticcione o ancora sarà stata la mia naturale repulsione per tutto ciò che sa anche solo lontanamente di legislativo… insomma sarà stato per tutto un insieme di fattori ma ho ritenuto che non ci fosse nulla di più tranquillizzante che rifugiarsi nei lenti (ma non per questo meno dirompenti) cambiamenti che agendo sottotraccia modificano la vita di tutti noi in modo impercettibile.
In particolare sono partito per la tangente con le mie speculazioni altamente filosofiche nel momento in cui si è parlato di firma elettronica / digitale; difatti, al di là del proliferare di specie e sottospecie, mi ha fatto riflettere il fatto che mentre il documento è attualmente conservabile per un discreto numero di anni, ciò non vale per l’eventuale firma ad esso apposta, essendo quest’ultima, per semplificare, “a scadenza”. Questo problema non da poco è aggirabile se l’utente si accredita ed interagisce (si vedano gli artt. 65 e 47 rispettivamente dei decreti legislativi 82/2005 e 235/2010) all’interno di un sito di una Pubblica Amministrazione: in tal caso infatti tutte le istanze e dichiarazioni vanno considerate per l’appunto come validamente sottoscritte.
In sostanza anche in questo caso, così come in quello parimenti complesso della conservazione digitale, una soluzione efficace pare essere il ricorso ad un “sistema”, visto alla stregua di luogo sicuro nel quale i documenti e gli atti si formano in base alle volontà degli attori chiamati in causa, vengono da essi “usati” ed infine conservati.
Rapito da questo turbinio di pensieri ho ampliato ancor più i miei orizzonti e mi sono soffermato sul fatto che la residenza di questi “sistemi” sarà in un tempo molto prossimo l’eterea “nuvola”, con tutto ciò che ne consegue. Infatti dopo tre decenni di atomizzazione della potenza di calcolo, degli applicativi e delle unità di memoria presso ciascun singolo individuo, il futuro del computing sembra andare inesorabilmente nella direzione dei grossi data center di proprietà anche degli Stati nazionali ma soprattutto dei colossi dell’informatica; data center cui delegheremo parte della capacità di calcolo e sui quali faremo girare i nostri programmi e “archivieremo” i nostri dati e documenti.
Una spinta centripeta che cozza con quella centrifuga alla quale ci eravamo oramai abituati; sarà la rivincita degli eredi dei grandi computer mainstream ed il tramonto dell’era del personal computer e con esso di tutte le promesse di liberazione dell’individuo.

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