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Conservazione digitale e miniere

Dagli archivi tradizionali alla conservazione sostitutiva

Fonte: BUCAP

Sul notiziario Parer è stato ampiamente ripreso una sorta di reportage, pubblicato sul Washington Post, sul quale ritengo sia utile spendere quattro parole non fosse altro perché mi consente di ritornare su tematiche, come la conservazione digitale (ed, al suo interno, la conservazione sostitutiva), particolarmente care al sottoscritto.
Ma partiamo dalla notizia (qui ne faccio un brevissimo compendio; per un riassunto più completo rimando all’ironico articolo apparso, per l’appunto, su Parer oltre che, per chi volesse cimentarsi nella lettura integrale in inglese, al Washington Post): in una ex miniera di calcare, decine di metri nel sottosuolo, centinaia di dipendenti federali lavorano alacremente su centinaia di migliaia di documenti, in gran parte su supporto cartaceo, al fine di assicurare la corresponsione della pensione ad altrettanti colleghi. E’ infatti proprio in questa miniera nelle vicinanze di Pittsburgh che a partire dal 1960 il Governo federale ha deciso di collocare l’Office of Personnel Management. Quali le motivazioni che hanno spinto ad una simile scelta?
Fondamentalmente il posto ricercato doveva essere sicuro, sufficientemente ampio e soprattutto non troppo costoso, tutti requisiti, si noti, tuttora validi. Ma le analogie con il presente e le lezioni che si possono trarre da questa storia veramente emblematica non si fermano qui: la prima, in parziale contraddizione con l’impostazione data dal giornalista del Washington Post (il quale giudica assurdo che l’amministrazione federale sia ancora ferma alla carta quando gli stati della California, della Florida e del Texas sono riusciti ad abbattere tempi e costi grazie ad un’adozione spinta del digitale), dovremmo oramai averla metabolizzata un po’ tutti, ovverosia che la tecnologia non è, da sola, risolutiva se non è accompagnata da adeguati cambiamenti di ordine legislativo, organizzativo e, fino a certi punti, persino “culturale” (intendendo con quest’ultima voce quegli interventi capaci di fornire al personale, piuttosto che un’infarinatura di questo o quel software, una nuova forma mentis, maggiormente sensibile e capace di affrontare le ineliminabili problematiche di natura “tecnica”).
In questo senso la storia resa pubblica dal WP è ricca di aneddoti: programmi che “impazziscono” non essendo sufficientemente potenti per tenere conto delle mille casistiche poste in decenni di confusa legislazione in materia pensionistica, personale incapace di sfruttare al meglio gli strumenti informatici che, almeno dagli anni Ottanta dello scorso secolo, si è tentato di fornir loro per migliorare la situazione, dirigenti non in grado di valutare per tempo (= prima di averci investito fior di quattrini) l’effettiva corrispondenza delle soluzioni informatiche proposte – ed in taluni casi malauguratamente adottate – allo scopo prefisso.
Il risultato è che dal 1977 ad oggi non si è assistito ad alcun apprezzabile miglioramento nei tempi di evasione delle pratiche, fermi a 61 giorni (in verità un miglioramento c’è stato… ma solo aumentando il numero di impiegati!), ed anzi ora il “procedimento tipo” consiste in un’illogica serie di operazioni quali ricerca di cartelle personali, scansioni, stampe, inserimento dati, ristampe, etc.
Al di là della facile indignazione, specie a fronte dei soldi pubblici inutilmente spesi, risulta nel contempo evidente che una soluzione non sia poi così agevole ed immediata: come rileva l’estensore dell’articolo, il grosso problema consiste infatti nel fatto che, nell’arco di una vita lavorativa lunga decenni, i documenti relativi al medesimo dipendente si sono “sedimentati” in lungo ed in largo per gli Stati Uniti e, cosa forse ancora peggiore, che ciò è avvenuto su diversi supporti (taluni analogici, tal’altri digitali).
E’ questo che (al netto di chiare distorsioni nell’iter delle carte) obbliga gli addetti dell’Office of Personnel Management a lunghe attese di questo o quel documento e, una volta ricevutolo, alcune volte a digitalizzarlo mediante scansione ed altre a stamparlo!
La presenza di archivi ibridi, tipica di questa fase di transizione, pone in altri termini importanti sfide in ordine alla “speditezza” ed alla “razionalità” di tutti quei procedimenti amministrativi che richiedono il recupero di documenti che, per motivi “anagrafici”, sono stati formati in ambiente analogico e che non sono ancora stati oggetto di digitalizzazione mediante conservazione sostitutiva.
A tal proposito ritengo sia utile formulare alcune ulteriori, conclusive, osservazioni. In particolare mi permetto di rilevare come, stante le perduranti incertezze (in verità più pratiche che teoriche, n.d.r.) circa la conservazione nel lungo periodo del digitale, forse sarebbe opportuno che alcune categorie di documenti (e quelli relativi alla pensione potrebbero proprio essere inclusi nel novero!) continuassero, onde evitare brutte sorprese tra cinquant’anni, ad essere prodotti e conservati su carta. Dopo questa nota vagamente pessimistica, va anche aggiunto che si intravvedono, nell’attuale panorama tecnologico, pure interessanti spiragli di luce: in particolare man mano che la quota di documenti in circolazione sarà costituita in misura preponderante da documenti digitali (come esito combinato della crescente produzione in ambiente digitale da una parte e del “recupero” di documenti analogici mediante digitalizzazione dall’altra) i problemi evidenziati nell’articolo che ha dato spunto a questo post verranno gradualmente meno; parallelamente l’adozione di soluzioni cloud consentirà di far dialogare tra di loro (scambiandosi dati e documenti) archivi digitali distinti ed appartenenti a soggetti produttori diversi. Il che dovrebbe in ultima analisi snellire e semplificare il percorso delle carte, riducendo i tempi ed i costi ed offrendo perciò al cittadino / utente / cliente un servizio migliore.
Ribadisco infine che affinché le opportunità poste dall’attuale momento di digital shifting vengano colte appieno è fondamentale non limitarsi al solo aspetto tecnologico ma è necessario, al contrario, agire su altre leve come il personale, l’organizzazione nonché affidarsi (in caso di esternalizzazione) a provider strutturati e con soluzioni affidabili, robuste e magari pure interoperabili (e necessariamente basate su standard internazionali).
Certo, ciò farà sorgere a sua volta nuove problematiche (conservazione di lungo periodo, privacy, cornice giuridica, etc.) ma nondimeno sono convinto che il momento sia propizio, come recita una famosa pubblicità, per cercare di “guidare il cambiamento”.

Conservare le app?

Uno degli shot tratti da Polyfauna

Uno degli shot tratti da Polyfauna

In questo blog mi sono spesso occupato di argomenti, per così dire, “borderline” ma quello affrontato in questo post, anticipo subito, lo è sotto molteplici aspetti; del resto, allo stadio attuale, è già qualcosa porsi le giuste domande, figuriamoci fornire risposte.
Ma partiamo dall’antefatto, ovvero il lancio, da parte del gruppo musicale Radiohead, di una app per iOS ed Android chiamata Polyfauna. In cosa consiste Polyfauna? Si tratta, riprendendo le parole usate dal cantante ed anima del gruppo Thom Yorke, di “an experimental collaboration between us (Radiohead) & Universal Everything, born out of The King of Limbs sessions and using the imagery and the sounds from the song Bloom. It comes from an interest in early computer life-experiments and the imagined creatures of our subconscious”.
In sostanza, una volta scaricata l’applicazione, si viene proiettati dentro un mondo virtuale diverso per ogni visitatore (unico punto in comune la canzone Bloom a fungere da colonna sonora) da esplorare muovendo il proprio smartphone o tablet ma con il quale si può anche interagire: toccando lo schermo, infatti, si possono “disegnare” bizzarre figure che dopo pochi secondi si decompongono. Lo scopo “ludico” è comunque un altro: trovare ed inseguire un punto rosso lampeggiante scontrandosi con il quale si viene catapultati in un nuovo ambiente (anche se non vi è alcuna progressione nel livello di difficoltà né si acquisisce alcun punteggio).
Degli scenari visitati, alcuni veramente suggestivi, si possono pure scattare foto che vengono inviate al sito ufficiale dei Radiohead dove vanno ad alimentare, in una sorta di feed, una apposita gallery.
Le reazioni al lancio di Polyfauna sono state assai variegate: alcuni si sono spinti a parlare di “opera pop formato app” nella quale arti visive e musica si compenetrano, altri l’hanno criticata per monotonia ed assenza di ritmo, altri ancora per l’estrema semplicità grafica (e non a torto: non aspettatevi infatti chissà quali “effetti speciali”!).
A prescindere ora dalle diverse valutazioni che si possono dare ad un’applicazione come questa (ed alle numerose altre di simili che già esistono), quel che mi preme è porre l’attenzione sugli aspetti conservativi.
Ammettiamo infatti per un momento che Polyfauna sia veramente un’opera d’arte contemporanea: in tal caso essa andrebbe evidentemente conservata così come facciamo con un Fontana od un Haring. Le difficoltà tecniche, in tal caso, sarebbero però decisamente notevoli: in primo luogo sarebbe da capire a quale figura professionale (ammesso che esista) spetti tale arduo compito. La presenza di musica ed immagini potrebbero far propendere per un “conservatore museale” o tuttalpiù per un “conservatore di musica elettronica”; il fatto però che le foto scattate finiscano nel sito web, e che dell’archiviazione di Internet si occupino a vario titolo anche archivisti e bibliotecari, potrebbe suggerire l’idea che anche queste due categorie vengano chiamate in causa. Anzi, verosimilmente, la conservazione di un’app come Polyfauna andrebbe affidata ad un team di esperti provenienti da tutti questi campi.
Non meno problematica la scelta di cosa conservare: conservare la sola applicazione (di fatto, un programma informatico) non è infatti risolutivo. Essenziale infatti è disporre di device con accelerometro, senza i quali l’esplorazione virtuale (e la connessa esperienza sensoriale) non sarebbe possibile; analogamente è indispensabile conservare il sito web dei Radiohead, che come abbiamo visto è intimamente collegato alle funzionalità di condivisione inserite in Polyfauna e che viene modificato dinamicamente man mano che vengono pubblicate le foto scattate dagli utilizzatori.
Come sia possibile conservare tutto ciò in modo integrato, poi, è un autentico dilemma; mi limito qui ad osservare solo come, singolarmente, vengono ad essere evocate un po’ tutte le modalità dibattute in questi anni: museo dell’informatica (= necessità di uno smartphone o di un tablet funzionante), emulazione di sistemi operativi defunti (in questo caso il “proprietario” e restrittivo iOS potrebbe dare, anche legalmente, parecchie grane), archiviazione di Internet, etc.
La nota positiva, a volerne trovare una, è che Polyfauna rappresenta un caso estremo: nella realtà le applicazioni veramente da conservare non sono poi così numerose e nemmeno così complesse. Ciò non deve comunque indurre ad un colpevole “rilassamento”: la tendenza, inequivocabile, va proprio verso la realizzazione di app sempre più multimediali e che “vivono” all’interno di un ecosistema complesso e pertanto difficile da riprodurre / conservare.
La spinta, manco a dirlo, proviene dalla diffusione capillare di dispositivi mobili sempre più potenti e che consentono un’interazione uomo – macchina senza precedenti; in altri termini credo che l’attuale divergenza tra fisso e mobile (emblematica nel caso di Snapchat o del famosissimo Istagram, con il suo sterminato “archivio fotografico”, applicazioni cioè nate e crescite “mobili” senza evolvere attraverso i consueti stadi, ovvero da sito statico a dinamico ad applicazione per smartphone e tablet) a breve verrà ricomposta e tutto sarà “mobile”; ciò significherà il trionfo di app talmente “ricche” da chiamare in causa tutti i sensi. Conservare, a questo punto, sarà un’operazione altamente complessa perché non sarà più sufficiente “archiviare” un pezzo di codice sorgente e questo o quel dispositivo; una buona conservazione, per essere veramente tale, dovrà essere in grado di replicare in modo il più possibile fedele pure l’interazione uomo / macchina con tutti quelli che sono i risvolti sensoriali ed “emotivi” (un po’ come fanno i sistemi di emulazione dei giochi arcade, che oltre al programma tentano di rendere realistico anche il sistema di puntamento / joystick)
Considerazioni forse eccessivamente allarmistiche ma che non fanno che rafforzare ulteriormente la mia personale convinzione che sulla conservazione delle app sia ora di iniziare a ragionare in modo sistematico.

Conservazione digitale: la soluzione sta nella cloud?

Digital vellum

Digital vellum

A stupire, più che la notizia in sé, è la statura del personaggio che solleva la questione: stiamo infatti parlando di Vint Cerf, padre del protocollo TCP/IP (insieme a Bob Kahn) ed attualmente “Chief Internet Evangelist” presso Google.
In alcune sue recenti esternazioni, l’informatico statunitense ha infatti sollevato alcuni problemi che archivisti e bibliotecari (e non solo) si stanno ponendo da tempo ovvero: come conservare la nostra memoria digitale, anche partendo dalla constatazione che non sono solo i supporti a rischio di obsolescenza ma pure i software?
Anche la risposta, manco a dirlo, non suona nuova: difatti, al di là dell’immaginifico obiettivo di arrivare a realizzare un “digital vellum” (ovvero una “pergamena digitale” che rappresenti l’equivalente, per robustezza e capacità di veicolare per secoli i messaggi in essa impressi, della pergamena “animale” usata fin dal Basso Impero / Alto Medioevo), Cerf constata come sia di fondamentale importanza conservare i metadati che ci descrivano il dato / oggetto digitale conservato e, soprattutto, l’ambiente (informatico) nel quale esso viveva.
Così facendo è possibile far rivivere, anche a distanza di anni (secoli?), un determinato file: Cerf, in buona sostanza, afferma che l’emulazione è la soluzione dei nostri problemi.
Come noto quest’ultima via è stata a lungo presa in considerazione anche dagli archivisti salvo venire accantonata in quanto ritenuta tecnologicamente di difficile implementazione ed economicamente dispendiosa.
Ed è qui che sta la novità: secondo Cerf infatti non è da escludere che il cloud computing possa venire in soccorso consentendo di emulare vecchi hardware in cui far girare altrettanto vecchi sistemi operativi ed applicativi.
E’ proprio su questo aspetto che voglio appuntare la mia attenzione: come risaputo molte start-up (soprattutto quelle tecnologiche) sfruttano le infrastrutture della nuvola (potenti quanto bisogna e scalabili) per testare i propri nuovi programmi / applicativi prima di mettersi sul mercato. In essa queste aziende, in altri termini, trovano il giusto compromesso tra potenza di elaborazione e costi (non serve infatti acquisire una infrastruttura ma si può attendere, prima di compiere questo eventuale passo, il responso del mercato nei confronti dei prodotti / servizi proposti).
Analogamente non è inverosimile che si possano sfruttare queste caratteristiche del cloud computing per realizzare, ad un costo accettabile, ambienti di emulazione che, peraltro, avrebbero il pregio di poter essere messi online e di essere dunque raggiungibili da una vasta platea di utilizzatori.
In altri termini il comunque incomprimibile costo di sviluppo dell’ambiente di emulazione potrebbe essere ammortizzato o perlomeno trovare una sua giustificazione economica (ma anche di utilità sociale) in virtù del fatto che esso si rivolge ad una platea tendenzialmente identificabile come l’intera cittadinanza: come non pensare, corro un po’ con la fantasia, alla realizzazione di una sorta di “servizio di emulazione” online al quale gli utenti accedono caricandovi (se del caso anche a fronte del pagamento di un modico prezzo) i propri vecchi file non più supportati dalle combinazioni HW / SW presenti nei nuovi device?
Paradossalmente il cloud computing, spesso accusato di essere archivisticamente inadeguato (e questo a dispetto delle sue indubbie capacità di salvare, da una qualche parte, i dati / documenti caricati e di farli in qualche modo “sopravvivere” ai mille accidenti cui essi possono andare incontro), potrebbe offrire, seguendo vie completamente diverse rispetto a quelle sinora contemplate, anche una soluzione al problema della conservazione nel lungo periodo.

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