Conservazione digitale: la soluzione sta nella cloud?

Digital vellum

Digital vellum

A stupire, più che la notizia in sé, è la statura del personaggio che solleva la questione: stiamo infatti parlando di Vint Cerf, padre del protocollo TCP/IP (insieme a Bob Kahn) ed attualmente “Chief Internet Evangelist” presso Google.
In alcune sue recenti esternazioni, l’informatico statunitense ha infatti sollevato alcuni problemi che archivisti e bibliotecari (e non solo) si stanno ponendo da tempo ovvero: come conservare la nostra memoria digitale, anche partendo dalla constatazione che non sono solo i supporti a rischio di obsolescenza ma pure i software?
Anche la risposta, manco a dirlo, non suona nuova: difatti, al di là dell’immaginifico obiettivo di arrivare a realizzare un “digital vellum” (ovvero una “pergamena digitale” che rappresenti l’equivalente, per robustezza e capacità di veicolare per secoli i messaggi in essa impressi, della pergamena “animale” usata fin dal Basso Impero / Alto Medioevo), Cerf constata come sia di fondamentale importanza conservare i metadati che ci descrivano il dato / oggetto digitale conservato e, soprattutto, l’ambiente (informatico) nel quale esso viveva.
Così facendo è possibile far rivivere, anche a distanza di anni (secoli?), un determinato file: Cerf, in buona sostanza, afferma che l’emulazione è la soluzione dei nostri problemi.
Come noto quest’ultima via è stata a lungo presa in considerazione anche dagli archivisti salvo venire accantonata in quanto ritenuta tecnologicamente di difficile implementazione ed economicamente dispendiosa.
Ed è qui che sta la novità: secondo Cerf infatti non è da escludere che il cloud computing possa venire in soccorso consentendo di emulare vecchi hardware in cui far girare altrettanto vecchi sistemi operativi ed applicativi.
E’ proprio su questo aspetto che voglio appuntare la mia attenzione: come risaputo molte start-up (soprattutto quelle tecnologiche) sfruttano le infrastrutture della nuvola (potenti quanto bisogna e scalabili) per testare i propri nuovi programmi / applicativi prima di mettersi sul mercato. In essa queste aziende, in altri termini, trovano il giusto compromesso tra potenza di elaborazione e costi (non serve infatti acquisire una infrastruttura ma si può attendere, prima di compiere questo eventuale passo, il responso del mercato nei confronti dei prodotti / servizi proposti).
Analogamente non è inverosimile che si possano sfruttare queste caratteristiche del cloud computing per realizzare, ad un costo accettabile, ambienti di emulazione che, peraltro, avrebbero il pregio di poter essere messi online e di essere dunque raggiungibili da una vasta platea di utilizzatori.
In altri termini il comunque incomprimibile costo di sviluppo dell’ambiente di emulazione potrebbe essere ammortizzato o perlomeno trovare una sua giustificazione economica (ma anche di utilità sociale) in virtù del fatto che esso si rivolge ad una platea tendenzialmente identificabile come l’intera cittadinanza: come non pensare, corro un po’ con la fantasia, alla realizzazione di una sorta di “servizio di emulazione” online al quale gli utenti accedono caricandovi (se del caso anche a fronte del pagamento di un modico prezzo) i propri vecchi file non più supportati dalle combinazioni HW / SW presenti nei nuovi device?
Paradossalmente il cloud computing, spesso accusato di essere archivisticamente inadeguato (e questo a dispetto delle sue indubbie capacità di salvare, da una qualche parte, i dati / documenti caricati e di farli in qualche modo “sopravvivere” ai mille accidenti cui essi possono andare incontro), potrebbe offrire, seguendo vie completamente diverse rispetto a quelle sinora contemplate, anche una soluzione al problema della conservazione nel lungo periodo.

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4 responses to this post.

  1. Molto interessante! Grazie Simone. Possiamo ipotizzare, in tempi brevi, se possibile, una versione di questo articolo, magari con qualche integrazione, da pubblicare sul Mondo degli Archivi, dato che si rivolge proprio agli archivisti? grazie in ogni caso…

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