Fog computing, l’archivio dell’Internet delle Cose

THETA Notes di petahopkins

Photo credits: THETA Notes di petahopkins, su Flickr

In questo blog mi sono occupato più volte di cloud computing: troppe infatti le ripercussioni sulle modalità di creazione, sedimentazione e conservazione degli archivi digitali (tanto di persona quanto di organizzazioni pubbliche e private) per non parlarne!
Proprio per questo motivo è il caso di presentare, a chi non ne avesse già sentito parlare, quella che potrebbe essere la nuova buzzword del mercato IT per i prossimi anni.
Mi sto riferendo al concetto di fog computing il quale, si badi, non ha al momento avuto implementazioni pratiche né alcuna definizione standard da parte di organizzazioni internazionali quali ad esempio il NISO.
Il fog computing infatti è un paradigma sviluppato, in analogia a quello di cloud computing, un paio d’anni fa da un gruppo di ricercatori di Cisco ma che è diventato oggetto di discussione da parte di un pubblico più amplio rispetto a quello degli addetti ai lavori solo in tempi recenti.
Ma cosa si intende, più precisamente, con fog computing? La stessa terminologia è di aiuto a comprendere per bene: se la nuvola (cloud) si staglia in alto nel cielo, la nebbia (fog) si colloca ad un livello intermedio tra questa e la Terra, anzi… assai aderente al suolo! Detto fuor di metafora il fog computing si prefigge di creare un’infrastruttura (con le canoniche risorse di calcolo, storage e rete) capace di rispondere in misura migliore rispetto alla Nuvola a quelle che saranno le probabili esigenze del prossimo futuro, futuro che sarà caratterizzato dall’exploit del cosiddetto Internet delle cose (in inglese Internet of Things o, più brevemente, IoT), ovvero dalla massiccia ed attiva presenza in Rete non solo di agenti umani ma anche di oggetti (e non solo quella serie di dispositivi indossabili tipici del wearable computing ma anche e soprattutto automobili, impianti semaforici, elettrodomestici, sensori vari sparsi per la città e lungo le vie di comunicazione con la funzione precisa di catturare dati relativi all’ambiente, alle condizioni del traffico, etc.).
Secondo gli esperti di Cisco, in altri termini, per far sì che l’IoT funzioni adeguatamente bisogna disporre di una infrastruttura ad hoc (la “nebbia”, per l’appunto) che sia complementare rispetto a quella fornita dalla cloud, ritenuta troppo centralizzata e “distante” (e di conseguenza con tempi di latenza troppo elevati rispetto a quelli richiesti allorquando in ballo ci sono i dati relativi, ad esempio, al traffico stradale ed il semaforo deve calcolare in frazioni di secondo, in base al numero di autovetture, bici e pedoni in procinto di attraversamento, come regolarlo nel modo più efficiente); le caratteristiche del fog computing sono dunque la bassa latenza, l’elevata distribuzione geografica, la connettività mobile (tramite punti di accesso Wi-Fi o reti LTE, ma in ogni caso con netta predominanza del wireless), la forte presenza di applicazioni in streaming o, ancora più probabile, in real time (come ben esemplificato dal caso del semaforo presentato poc’anzi).
Dal punto di vista fisico tutto ciò si traduce, come sempre, nella creazione di data center; come ricordato all’inizio la realizzazione di questi ultimi non è ancora stata avviata ma, considerando il requisito dell’elevata distribuzione geografica, verosimilmente essi saranno di dimensioni più contenute e più “agili”; in particolare le risorse di storage non saranno pensate per l’archiviazione di medio lungo periodo bensì per quella di breve e contraddistinte pertanto da alte prestazioni ed alti costi (non so quali soluzioni abbiano in mente quelli di Cisco, diciamo che trovo improbabile l’utilizzo di tape library!); i dati che necessitano di un più approfondito esame o semplicemente di una conservazione più lunga verranno invece avviati alla cloud dove, stipati assieme ai dati provenienti dalle altre fog geograficamente distribuite sulla superficie terrestre, andranno a creare la moltitudine di big data destinati ad un’analisi altrettanto “big” (big analytics).
Ciò che credo vada qui sottolineato è in primo luogo che il fog computing risponde all’esigenza, avvertita da più parti, di maggior “concretezza” e solidità rispetto al cloud computing (indicativo di questa tendenza, anche nel nome, il servizio Metal as a Service); in secondo luogo va rimarcato come i dati trattati dal nuovo modello proposto da Cisco, pur essendo provenienti dall’IoT, non sono per questo meno importanti e, soprattutto, sensibili rispetto a quelli che finiscono nella cloud per la conservazione di lungo periodo: infatti accanto ai dati relativi all’umidità relativa ed alla percentuale di polveri sottili nell’aria potrebbero pure figurare, man mano che l’e-health prenderà piede, quelli relativi al nostro livello di glucosio nel sangue trasmessi al nostro medico oppure quelli, più banali ma non meno invasivi, inviati dall’auto durante i nostri viaggi (georeferenziazione). La definizione di Internet delle cose è infatti per certi versi ingannevole; quest’ultima infatti non è solo smart city o smart grid o altri termini tanto accattivanti quanto vaghi; al contrario essa è, andando oltre agli slogan, composta di moltitudini di dati che riguardano le persone: finiscano essi nella nebbia o nella nuvola, vanno adeguatamente trattati.
Insomma, altro lavoro in vista non solo per i responsabili IT, per i sistemisti ed i data analyst ma anche per gli archivisti.

Per ulteriori materiali di approfondimento consiglio la lettura dello Storify appositamente realizzato.

One response to this post.

  1. […] se ne parla da qualche anno e Simone Vettore aveva già introdotto l’argomento sul suo blog https://memoriadigitale.me/2013/09/30/fog-computing-larchivio-dellinternet-delle-cose/ Cisco e Ibm si stanno muovendo in questa direzione che prevede di cambiare lo scenario che vede i […]

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