Wearable computing, privacy e futuro dell’archivistica

Sony Smartwatch 2

Sony Smartwatch 2 (fonte: Sony Picasa official account)

La notizia della prossima presentazione (4 settembre?) da parte di Samsung del suo smartwatch Galaxy Gear riporta al centro dell’attenzione tutte quelle tecnologie indossabili, comunemente definite wearable technologies, che hanno riempito le pagine di blog e riviste specializzate negli ultimi mesi.
Naturalmente la chiave di lettura che viene data in questo post differisce sostanzialmente da quella, che va per la maggiore, che tende a sottolineare soprattutto lo smacco patito dalla Apple, battuta sul tempo dalla sua diretta rivale nonostante l’accelerazione impressa al programma per il suo iWatch (dimenticando peraltro che Samsung era stata preceduta poche settimane fa da Sony e che quest’ultima era a sua volta stata anticipata da Pebble, progetto a sua volta chiacchieratissimo per l’essere stato finanziato in crowdfunding, etc.).
Piuttosto preferisco soffermarmi sull’ennesima conferma della tendenza, che evidentemente va proiettata sul lungo periodo, ad una diffusione sempre più capillare di dispositivi tecnologici (giusto per fare un esempio oltre ai “superorologi” sono in commercio da qualche mese i Google Glasses, occhiali che fanno dell’augmented reality il loro punto di forza) i quali, a differenza di quelli che li hanno preceduti, si caratterizzano per il diventare estremamente simbiotici con il suo utilizzatore / possessore e, di conseguenza, per l’avere a che fare con dati sempre più sensibili anzi, per usare la terminologia giuridica italiana in voga fino a qualche anno fa, supersensibili!
Difatti, se la panoplia di dispositivi sin qui utilizzati poteva al massimo (si fa per dire, e comunque escludendo qui eventuali intromissioni / furti da parte di malintenzionati) rivelare i nostri amici e colleghi di lavoro, alcune nostre preferenze, eventualmente la nostra posizione (funzione di geotagging) con la nuova generazione di device assumono dati vitali nel senso letterale del termine. Giusto per rendere l’idea un notevole input allo sviluppo degli smartwatch è derivata dall’esigenza, oltre che di restare sempre connessi e tenere sotto controllo la propria rete di contatti, di tracciare le proprie prestazioni fisiche (mentre si fa jogging, in palestra, etc.) attraverso le numerosissime applicazioni ad hoc disponibili: kilometri fatti, calorie consumate, battito cardiaco, etc. Pure gli “occhiali intelligenti” nascondono insidie alla privacy: di recente è stata trasmessa in diretta “live” attraverso i Google Glass un’intera operazione chirurgica. Al di là degli accorgimenti presi per tutelare l’identità del paziente, è superfluo sottolineare come il rischio di oltrepassare il limite sia tutt’altro che remoto: banalmente, finché indossiamo i Google Glass e camminiamo per la strada potremmo filmare tutti i passanti, mettendoli in rete a loro insaputa, magari cogliendoli in situazioni imbarazzanti…
I timori evidentemente sono acuiti dal fatto che, al di là dei distinguo terminologici (si parla ad esempio di wearable computing) l’infrastruttura tecnologica che immagazzina, rielabora e rende costantemente disponibili i dati raccolti da questi sensori / terminali che andremo ad indossare è la medesima del cloud computing, sulla quale ho già espresso diffusamente le mie perplessità.
Per finire (e qui mi concedo una divagazione agostana che alcuni potrebbero ritenere essere cauata dal solleone!) bisogna pure sottolineare che, come tutte le cose di questo mondo, il wearable computing non rappresenta il Male assoluto; va al contrario riconosciuto che esso sollecita l’archivista di aperte vedute in più di una maniera.
A ben guardare infatti le wearable technologies si pongono in un punto di intersezione tra diversi filoni di ricerca: quelle che mirano a produrre strumenti atti a catturare e a digitalizzare un’intera esistenza da una parte (a riguardo, come non fare un paragone tra i nuovi gadget che a breve invaderanno il mercato di massa e le stravaganti apparecchiature che Gordon Bell ha indossato per anni nel suo serissimo progetto di ricerca MyLifeBits?) e dall’altra quelle che al contrario tendono a realizzare apparecchi capaci di integrarsi fisicamente al corpo umano, supplendo a sue carenze o addirittura sostituendolo del tutto (vedi l’occhio bionico, già sperimentato negli Stati Uniti; in tal caso come non pensare alle spesso inverosimili teorie transumaniste e superomiste di un Ray Kurzweil oppure a quelle, decisamente più accademiche, di un Luciano Floridi con la sua e-mmortality?).
In altri termini in un futuro nemmeno troppo lontano (dando per buona la Legge dei ritorni accelerati proposta dal citato Ray Kurzweil e che rappresenta, a ben guardare, un’estensione di quella, ben più famosa, di Moore) le capacità di memorizzazione dell’essere umano potrebbero crescere a dismisura, facendo venire meno l’ancestrale esigenza del genere umana di registrare le informazioni / i dati ritenuti più importanti su supporti diversi dal proprio cervello (purché idonei ad un successivo recupero!), esigenza che come risaputo è stata alla base dell’archivistica. Frontiere impensabili si aprono: resta da vedere se ciò rappresenterà, come suggerito da qualcuno, la fine della nostra disciplina o piuttosto un nuovo inizio.

One response to this post.

  1. […] di agenti umani ma anche di oggetti (e non solo quella serie di dispositivi indossabili tipici del wearable computing ma anche e soprattutto automobili, impianti semaforici, elettrodomestici, sensori vari sparsi per […]

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