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Pirateria informatica, ebook e gli archivi di persona del (prossimo) futuro

Copy the pirates

Copy the pirates di Will Lion, su Flickr

L’AIE (Associazione Itaiana Editori) ha ieri diffuso interessanti dati, frutto di ricerche condotte dal proprio Ufficio Antipirateria, relativi alla diffusione di versioni piratate degli ebook: le cifre non lasciano spazio a dubbi interpretativi, dal momento che a fronte di circa 19mila titoli di libri digitali presenti a catalogo (pari al 36% di quelli complessivamente pubblicati nel corso del 2011) in ben 15mila casi è possibile reperire la corrispettiva versione pirata.
Nulla da eccepire nemmeno sull’individuazione di quelli che sono gli attuali canali attraverso cui avviene lo scambio (o meglio, la condivisione) dei file piratati: non più e non tanto sistemi peer to peer ma piuttosto cyberlocker su modello del celeberrimo Megaupload.
Fin qui tutto bene, dunque; non sono d’accordo però su molti altri punti della posizione AIE: in primo luogo, nel report, si fa intendere che la pirateria potrebbe affossare il settore dell’editoria digitale ancor prima che questa si sviluppi appieno. Sarebbe veramente il caso che i responsabili dell’AIE entrassero in qualche sito dedicato all’ebook e si leggessero un po’ di commenti di quelli che potrebbero essere potenziali lettori / clienti ma che rebus sic stantibus difficilmente lo diventeranno; la maggior parte di essi si dice interessata all’ebook ma non abbandonerà la carta finché a) i prezzi non caleranno (complice anche l’IVA al 21% – colpa da non attribuire agli editori – non vi è una sensibile differenza nei prezzi delle corrispettive versioni analogiche e digitali) b) non verranno eliminate le eccessive rigidità, con i vari lucchetti digitali visti come altrettanti elementi che contribuiscono ad “ingessare” il sistema (in particolare l’impossibilità o le complicazioni che si devono affrontare per prestare un libro sono percepite come limitanti se non vessatorie).
Peraltro pare di leggere tra le righe che la crisi dell’editoria sia imputabile anche alla pirateria, cosa che solo in minima parte può essere dal momento che l’editoria digitale pesa solo per lo 0,3% del canale trade (dati del medesimo studio): le ragioni della crisi vanno dunque cercate altrove.
In secondo luogo trovo che la soluzione proposta per arginare il fenomeno pirateria sia destinata a risolversi in un grande buco nell’acqua: va dato atto che l’AIE è relativamemente moderata (non si chiede censura preventiva, come vorrebbero alcuni soggetti “più realisti del re”), dal momento che mira semplicemente ad ottenere la pronta rimozione da parte dei vari provider di quei materiali lesivi di diritti indebitamente pubblicati / resi pubblici. Purtroppo una tale impostazione parte dall’assunto che gli utenti carichino le proprie risorse digitali (testi, audio, video) su infrastrutture di terzi e che questi terzi, su input dei titolari dei diritti, provvederanno a cancellare quei materiali indicati come piratati. Si tratta di una pia speranza e non solo perché i materiali cancellati da una parte ricompariranno il giorno dopo dall’altra (la riproduzione teoricamente infinita delle risorse digitali è cosa nota) ma soprattutto perché a breve i singoli individui potranno bypassare i circuiti di hosting sulla nuvola gestiti da società terze ed agire in prima persona. Infatti con qualche centinaio di euro è possibile acquistare presso qualsiasi negozio d’informatica soluzioni tecnologiche che: offrono un paio di TB di spazio di storage, effettuano il backup automatico dei dati, consentono di creare una personal cloud alla quale si può accedere (ma anche far accedere!) da qualsiasi parte del mondo. Tali soluzioni, si badi, non nascono con lo scopo di favorire la pirateria informatica ma dalla concreta esigenza delle persone di aver a disposizione i propri dati e documenti ovunque esse si trovino (altrimenti è inutile dotarsi di dispositivi mobili dotati di connettività!). Esse inoltre rispondono ad esigenze di semplificazione: in queste personal cloud trovano posto tanto i film che verranno “richiamati” e riprodotti dalla Smart-TV mentre si sta in poltrona così come dal tablet mentre si è in viaggio, tanto gli ebook che verranno letti dall’ereader quanto le tracce MP3 per l’iPod o lo smartphone, senza dimenticare i giochi per la Playstation, le foto di famiglia, i vari software e documenti di lavoro per il PC!
(La questione assume un’interessante rilevanza archivistica giacché saranno questi i luoghi fisici nei quali si “condenseranno” gli archivi di persona e/o di famiglia, seppur con il rischio intrinseco che essi vengano dispersi, vadano incontro ad obsolescenza, siano completamente privi di affidabilità ed autenticità, etc.; mi fermo qui, ma l’argomento sarà sicuramente oggetto di un mio prossimo post).
Chiusa parentesi, torniamo al discorso pirateria: se gli ebook (ma il discorso vale per qualsiasi risorsa digitale soggetta a copyright) iniziano ad essere condivisi attraverso milioni (se non miliardi) di nuvole personali, come pensano di opporsi gli editori? Controllando uno ad uno gli utenti? Impedendo loro di crearsi una nuvola (sacrosanto diritto)? Mettendo lucchetti ancor più rigidi?
Ritengo che prima gli editori ammettono che l’evoluzione tecnologica sarà sempre un passo avanti a loro e meglio è; anzi li invito ad optare per il male minore, vale a dire aprirsi alle (non) regole del web e soprattutto rinunciare all’idea di replicare modelli di business che mal si addicono alla Rete.
Forse, a voler essere provocatori, la cosa migliore è far proprio il motto di Matt Mason (vedi immagine all’inizio) che nel suo Punk Capitalismo (per chi è interessato è edito in Italia da Feltrinelli su carta; è un paradosso, lo so!) suggerisce ai rappresentanti della old economy che il miglior modo per fronteggiare la pirateria, traendone magari un vantaggio, sia copiarla.

PS Per chi vuole approfondire rimando alla versione su Storify.

Fenomeno cyberlocker, alcune considerazioni

ReacTable no FILE 2007

ReacTable no FILE 2007 di Rodrigo_Terra, su Flickr

Il recente caso di cronaca giudiziaria che ha riguardato la “galassia Megaupload” ha portato alla ribalta il fenomeno, forse a molti sconosciuto ma in realtà assai diffuso, del cyberlocking. Dal momento che la vicenda nel suo complesso induce ad alcune riflessioni che a mio vedere sono, per così dire, di “pertinenza archivistica”, vediamo un po’ in cosa consiste questo “cyberlocking” e perché Megaupload è stato chiuso.
In estrema sintesi si tratta di servizi (Megaupload non è che uno, e forse nemmeno il più famoso; altri sono RapidShare, HotFile, FilesTube, DepositFile) che mettono a disposizione dell’utente uno spazio di archiviazione in genere di considerevoli dimensioni al quale si può accedere, in linea con il paradigma proprio del cloud computing, a partire da qualsiasi dispositivo. Fin qui si potrebbe pensare che i cyberlocker siano del tutto assimilabili a quei siti di online storage (come Dropbox, aDrive, etc.) dei quali ho più volte parlato; in realtà essi si differenziano perché la dimensione di sharing prevale nettamente su quella di archiviazione: infatti ogni file uploadato può diventare accessibile tecnicamente a chiunque, basta rendere pubblico il relativo URL, ed i gestori hanno tutto l’interesse ad aumentare il traffico chiudendo un occhio (e pure l’altro!) qualora in presenza di quel materiale “piratato” che ovviamente risulta maggiormente appetibile. Non a caso l’FBI, tra le motivazioni addotte per giustificare la chiusura di Megaupload, l’arresto dei suoi amministratori ed il sequestro dei loro beni, ha espressamente chiarito come il “sistema” non fosse congeniato per l’archiviazione personale e/o di medio – lungo periodo al punto che i file poco “attivi” (= quelli che non venivano scaricati un sufficiente numero di volte) venivano sistematicamente cancellati. Al contrario, sempre stando all’FBI, gli amministratori del sito non erano così solerti nel cancellare quei file, guarda caso quelli maggiormente scaricati, lesivi di diritti intellettuali e di proprietà (film, ebook, software, etc.). E per quella quota minoritaria di utenti (alcuni anche premium, ovvero a pagamento) che usavano legalmente Megaupload oltre al danno di trovarsi da un giorno all’altro impossibilitati di accedere ai propri dati ora si profila anche la beffa: essendo tutti i beni di Megaupload sequestrati, la società non è in grado di pagare quelle aziende subappaltatrici fornitrici dell’indispensabile spazio di hosting, come Cogent Communications e Carpathia Hosting. Morale della favola: se entro giovedì non vedranno saldate le “bollette”, queste ultime procederanno con l’eliminazione definitiva dei dati detenuti per conto di Megaupload (in questo senso mi permetto di dire che l’operazione dell’FBI avrebbe potuto essere più selettiva, colpendo coloro che oggettivamente hanno infranto la legge e tutelando invece gli utilizzatori onesti).
Alla luce di tutto ciò la vicenda assume un valore emblematico di quel che è attualmente l’ “archiviazione” sulla nuvola: una scelta talvolta obbligata (si pensi a tutti coloro che lavorano a distanza e su moli di dati cospicue) ma ancora rischiosa, non tanto per la scarsa affidabilità tecnologica (non che l’evenienza di un crash dei server sia scongiurata, si badi) ma soprattutto per la pratica diffusa del subappalto a terzi dei “concreti” servizi di hosting, il che finisce per trasformare il sistema in un complesso “gioco” di scatole cinesi, in cui più che l’opportuna localizzazione geografica delle server farm conta la legislazione più favorevole ed il regime fiscale vigente (da quel che ho potuto ricostruire – in Rete ho letto differenti versioni – Megaupload era una società gestita da cittadini olandesi e tedeschi con sede legale in Nuova Zelanda e server ad Hong Kong).
Per concludere, una storia che mette in luce una volta di più come gli archivi di persona siano tra quelli più a rischio nell’era digitale e come si renda necessario “instillare” nei singoli cittadini / utenti una particolare sensibilità per la “sopravvivenza” dei propri dati e documenti, cosa che a mio avviso (nell’attesa che gli archivi “pubblici” – non oso dire di Stato – fiutino l’affare e si riposizionino sul settore) al momento può avvenire solamente attraverso la moltiplicazione delle copie, in locale e sulla nuvola. In quest’ultimo caso ovviamente discriminando tra provider buoni e cattivi!

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