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La nuova app Android per Dropbox, alcuni commenti

Dropbox en Android

Dropbox en Android di Dekuwa, su Flickr

Chiudo quest’anno con un post più “leggero” del solito ma di alto livello simbolico; parlerò infatti della nuova applicazione (la 2.0) rilasciata da Dropbox per dispositivi Android, che a mio vedere riassume in un certo senso gran parte dei discorsi fatti nel corso del 2011 sul fenomeno del cloud computing, sul numero crescente di individui ed organizzazioni che “archiviano” i propri file sulla nuvola, sul ruolo sempre maggiore svolto nelle nostre vite digitali / “sociali” dalla diffusione dei dispositivi mobili, etc.
In effetti usando la nuova release alcune feature, completamente nuove o la miglioria di già esistenti, balzano immediatamente agli occhi: 1) l’aspetto di condivisione risulta ulteriormente accresciuto (mail, social network, etc.): se Dropbox è nato per essere un “punto di accumulo neutro” di documenti e risorse che per loro natura possono essere usati su molteplici dispositivi (=> per evitare di dover tenere tali “documenti” su tutti quanti i possibili dispositivi, con evidente spreco di tempo, energie… e memoria!), il fatto che ora tali risorse possano venir fatte circolare e “proliferare” potrebbe apparire un controsenso. In realtà oggigiorno la condivisione di alcune risorse è considerata favorevolmente da molti guru essendo questa una via importante per sprigionare creatività altrimenti inespressa. Ovviamente per dati “delicati” l’esigenza principale è quella della riservatezza ed in tal caso tutto torna come prima. 2) Non c’è praticamente più alcuna distinzione tra dispositivi, nel senso che il PC non ha dal punto di vista logico dell’architettura del sistema alcuna centralità (ovviamente poi solo il PC avrà la potenza di calcolo e le capacità di elaborazione per effettuare sui documenti “archiviati” determinate operazioni ma questa, per l’appunto, è una limitazione di ordine tecnico / tecnologico…) 3) Tale perdita di centralità, alla quale fa da contraltare l’ascesa dei vari device collegati a Dropbox, è testimoniata dalla possibilità di modificare i titoli delle cartelle e dei file uploadati così come da una capacità basica di editing (brevi testi in formato .txt) 4) Oltre ovviamente a caricare su Dropbox è possibile ora anche scaricare i propri file sul dispositivo in uso (per la precisione sulla sua scheda SD).
Riassumendo questa nuova versione risulta decisamente più flessibile e versatile della precedente e pertanto credo risulterà gradita ai numerosissimi utilizzatori di Drobox, il cui successo è testimoniato anche finanziariamente dalla facilità con la quale il fondo Sequoia Capital ha raccolto fondi presso gli investitori istituzionali per garantirne l’ulteriore crescita. Pur avendo già rilevato come quelli sulla nuvola non possano essere considerati archivi nel senso pieno del termine è inutile dire che in futuro le strategie di “conservazione” dei propri documenti digitali da parte di individui ovviamente ma anche di organizzazioni passeranno sempre più per la nuvola. Vi è semmai da sperare che gli ingenti capitali raccolti vengano anche utilizzati per realizzare future versioni di Dropbox maggiormente in grado di aderire a quelli che sono gli standard archivistici.

Conservazione della memoria digitale & dintorni

Data destruction

Dvd (foto di Samantha Celera)

Lo spunto di questo post mi è stato offerto dalla recente discussione, a dire il vero nemmeno tanto appassionata ed alla quale io stesso ho partecipato, che si è svolta sulla lista Archivi 23 sull’annoso ed intricato tema della conservazione della memoria digitale e sulle sue modalità di “implementazione” presenti e future.
L’input al dibattito è stata la richiesta di pareri su un “nuovo” tipo di disco ottico (chiamato M-Disk) prodotto da Millenniata e che, come suggerisce il nome, dovrebbe durare 1000 anni senza deteriorarsi in virtù dei materiali usati (nel sito non viene spiegato chiaramente come siano costruiti, si dice solo che l’uso di materiali inorganici ed altri metalloidi li rendono “non deperibili” come i “mortali” DVD). L’altro motivo che consenti(rebbe) ai dati / documenti memorizzati su tali DVD di rimanere leggibili in perpetuum è il fatto che l’incisione della superficie del disco avviene molto più a fondo, in quanto si fa ricorso ad un laser assai più potente rispetto ai consueti. Proprio per quest’ultimo motivo occorre usare un apposito “masterizzatore” prodotto da LG e che a seconda del modello (= del prezzo) può scrivere anche su CD, DVD “normali” e Blu-Ray.
Ora, sorvolando il fatto che tali decantate qualità siano più o meno vere (Millenniata porta a supporto test condotti presso il Naval Air Warfare Center di China Lake), nella Lista è stato fatto notare che: 1) la presenza di dischi ottici indistruttibili non risolve il problema dell’obsolescenza dell’hardware e del software 2) che la tendenza in fatto di archiviazione / storage, pur con tutti i noti problemi, va inesorabilmente nella direzione della cloud; quest’ultimo richiamo al cloud computing ha comportato una levata di scudi da parte di alcuni membri della Lista (significativamente si trattava di addetti nel settore informatico; tentativo di difesa di business consolidati o competente presa di posizione?) i quali in sostanza considerano il cloud una montatura o quanto meno uno specchietto delle allodole grazie al quale si spacciano per nuovi concetti vecchi, in ogni caso negando la possibilità che esso comporti concreti vantaggi. Per contro veniva salutato positivamente il “passo in avanti” compiuto con la comparsa dell’M-Disk in quanto, è stato sostenuto, almeno il problema dell’affidabilità / durabilità dei supporti di memorizzazione trovava una soluzione.
D’accordo, la speranza è l’ultima a morire, ma dovendo ragionare e soprattutto agire hic et nunc credo che l’idea di ricorrere a supporti di memorizzazione simili a quelli proposti da Millenniata non abbia molto senso e questo perché: 1) si è vincolati, in fase di scrittura, al prodotto di LG il quale, come tutti gli altri prodotti hardware, nel giro di 5 – 10 anni sarà, per l’appunto, obsoleto; bisognerà dunque sperare che LG (se esistente, cosa tutt’altro che garantita considerando i processi di merge & acquisition in atto) assicuri nel tempo la produzione dei nuovi “masterizzatori” 2) fatti quattro rapidi conti non è conveniente spendere per M-Disk che costano (al dettaglio) mediamente due dollari e mezzo in più l’uno a parità di capacità di memorizzazione (4,7 GB) se poi non potrò usarli per la predetta obsolescenza HW e SW! Che me ne faccio di dati / documenti se poi non li posso leggere / usare?! 3) Interpares ha ormai accettato il fatto che i documenti siano (relativamente) “cangianti” e che il loro “habitat” sia un sistema documentale; a mio parere che tale sistema documentale “lavori” in una server farm situata presso la sede principale dell’organizzazione (e presumibilmente altra sede decentrata) o che al contrario stia, sfruttando la nuvola, a migliaia di kilometri di distanza poco importa! Essenziale è che questa nuvola (private, common o hybrid che sia) risponda a requisiti di sicurezza (fisica e legale), tutela dei dati, integrità, affidabilità, etc. In altri termini non vedo una contraddizione tra i principali risultati teorici di Interpares (quale il concetto della permanenza all’interno del sistema, che a sua volta riprende l’istituto anglo-sassone dell’ininterrotta custodia) ed il passaggio alla nuvola, garantendo quest’ultima (se fatta bene) la medesima permanenza all’interno del sistema che può essere assicurata da una server farm tradizionale, con tutto ciò che ne consegue, vale a dire, per l’oggetto specifico di questo post, la progressiva scomparsa delle memorie di tipo ottico.

PS Sono conscio che le prassi operative di molte server house prevedono che i dati / documenti “correnti” vengano memorizzati su nastri magnetici dall’ottimo rapporto prezzo / Gb mentre quelli “storici” in tradizionali dischi ottici di norma “impilati” in juke-box o secondo altre più complesse architetture, ma nondimeno ritengo che questa soluzione, in linea con la tendenza generale verso la “dematerializzazione”, svolgerà un ruolo progressivamente residuale.

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