Conservazione della memoria digitale & dintorni

Data destruction

Dvd (foto di Samantha Celera)

Lo spunto di questo post mi è stato offerto dalla recente discussione, a dire il vero nemmeno tanto appassionata ed alla quale io stesso ho partecipato, che si è svolta sulla lista Archivi 23 sull’annoso ed intricato tema della conservazione della memoria digitale e sulle sue modalità di “implementazione” presenti e future.
L’input al dibattito è stata la richiesta di pareri su un “nuovo” tipo di disco ottico (chiamato M-Disk) prodotto da Millenniata e che, come suggerisce il nome, dovrebbe durare 1000 anni senza deteriorarsi in virtù dei materiali usati (nel sito non viene spiegato chiaramente come siano costruiti, si dice solo che l’uso di materiali inorganici ed altri metalloidi li rendono “non deperibili” come i “mortali” DVD). L’altro motivo che consenti(rebbe) ai dati / documenti memorizzati su tali DVD di rimanere leggibili in perpetuum è il fatto che l’incisione della superficie del disco avviene molto più a fondo, in quanto si fa ricorso ad un laser assai più potente rispetto ai consueti. Proprio per quest’ultimo motivo occorre usare un apposito “masterizzatore” prodotto da LG e che a seconda del modello (= del prezzo) può scrivere anche su CD, DVD “normali” e Blu-Ray.
Ora, sorvolando il fatto che tali decantate qualità siano più o meno vere (Millenniata porta a supporto test condotti presso il Naval Air Warfare Center di China Lake), nella Lista è stato fatto notare che: 1) la presenza di dischi ottici indistruttibili non risolve il problema dell’obsolescenza dell’hardware e del software 2) che la tendenza in fatto di archiviazione / storage, pur con tutti i noti problemi, va inesorabilmente nella direzione della cloud; quest’ultimo richiamo al cloud computing ha comportato una levata di scudi da parte di alcuni membri della Lista (significativamente si trattava di addetti nel settore informatico; tentativo di difesa di business consolidati o competente presa di posizione?) i quali in sostanza considerano il cloud una montatura o quanto meno uno specchietto delle allodole grazie al quale si spacciano per nuovi concetti vecchi, in ogni caso negando la possibilità che esso comporti concreti vantaggi. Per contro veniva salutato positivamente il “passo in avanti” compiuto con la comparsa dell’M-Disk in quanto, è stato sostenuto, almeno il problema dell’affidabilità / durabilità dei supporti di memorizzazione trovava una soluzione.
D’accordo, la speranza è l’ultima a morire, ma dovendo ragionare e soprattutto agire hic et nunc credo che l’idea di ricorrere a supporti di memorizzazione simili a quelli proposti da Millenniata non abbia molto senso e questo perché: 1) si è vincolati, in fase di scrittura, al prodotto di LG il quale, come tutti gli altri prodotti hardware, nel giro di 5 – 10 anni sarà, per l’appunto, obsoleto; bisognerà dunque sperare che LG (se esistente, cosa tutt’altro che garantita considerando i processi di merge & acquisition in atto) assicuri nel tempo la produzione dei nuovi “masterizzatori” 2) fatti quattro rapidi conti non è conveniente spendere per M-Disk che costano (al dettaglio) mediamente due dollari e mezzo in più l’uno a parità di capacità di memorizzazione (4,7 GB) se poi non potrò usarli per la predetta obsolescenza HW e SW! Che me ne faccio di dati / documenti se poi non li posso leggere / usare?! 3) Interpares ha ormai accettato il fatto che i documenti siano (relativamente) “cangianti” e che il loro “habitat” sia un sistema documentale; a mio parere che tale sistema documentale “lavori” in una server farm situata presso la sede principale dell’organizzazione (e presumibilmente altra sede decentrata) o che al contrario stia, sfruttando la nuvola, a migliaia di kilometri di distanza poco importa! Essenziale è che questa nuvola (private, common o hybrid che sia) risponda a requisiti di sicurezza (fisica e legale), tutela dei dati, integrità, affidabilità, etc. In altri termini non vedo una contraddizione tra i principali risultati teorici di Interpares (quale il concetto della permanenza all’interno del sistema, che a sua volta riprende l’istituto anglo-sassone dell’ininterrotta custodia) ed il passaggio alla nuvola, garantendo quest’ultima (se fatta bene) la medesima permanenza all’interno del sistema che può essere assicurata da una server farm tradizionale, con tutto ciò che ne consegue, vale a dire, per l’oggetto specifico di questo post, la progressiva scomparsa delle memorie di tipo ottico.

PS Sono conscio che le prassi operative di molte server house prevedono che i dati / documenti “correnti” vengano memorizzati su nastri magnetici dall’ottimo rapporto prezzo / Gb mentre quelli “storici” in tradizionali dischi ottici di norma “impilati” in juke-box o secondo altre più complesse architetture, ma nondimeno ritengo che questa soluzione, in linea con la tendenza generale verso la “dematerializzazione”, svolgerà un ruolo progressivamente residuale.

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