Open data a Milano, ma gli archivi dove sono?

Open Data

Open Data di DevelopmentSeed, su Flickr

L’altro ieri il Comune di Milano ha presentato con una certa enfasi il progetto Open Data, con il quale si rendono disponibili (lo evidenzio perché pubblici lo sono già) e soprattutto liberamente usabili quei dati raccolti dal Comune stesso, il tutto con la speranza che i cittadini creino app capaci di migliorare la vita della città dando ad esempio informazioni in tempo reale sul traffico, sui parcheggi liberi, sui tombini intasati, sulle buche presenti sul manto stradale, etc.
Naturalmente l’iniziativa va accolta con il massimo favore, anche se voglio fare un po’ il guastafeste sottolineando un paio di note dolenti / aspetti critici, i primi due dei quali sono di natura “archivistica”, i rimanenti due di ordine più generale: 1) nell’iniziativa milanese sono, in questa fase iniziale, coinvolti la direzione informatica ed il settore statistica con i rispettivi dati; anche se è già stato anticipato che progressivamente verranno resi disponibili tutti i dati di tutte le aree organizzative, mi aspettavo quanto meno un cenno di riguardo per gli archivi (correnti in primis, ma anche quelli di deposito potrebbero fornire serie storiche più che utili!) dal momento che dai documenti in essi contenuti si possono estrapolare dati a volontà! In altri termini rappresentano delle autentiche miniere! 2) i dati sono “pubblici” nel senso pieno del termine, ovvero in quanto provenienti (anche) dai cittadini e non esclusivamente da enti od organizzazioni pubbliche / a rilevanza pubblica; questo punto merita due ulteriori riflessioni: a) se da un lato quei dati provenienti dai cittadini contribuiscono a far funzionare il sistema nel suo complesso, dall’altro va riconosciuto che la loro veridicità (non parlo nemmeno di autenticità, affidabilità, etc.) non può essere paragonabile a quella dei dati provenienti, per stare in tema, dagli archivi b) tutti questi dati confluiscono in una struttura informatica che si rifà al paradigma del cloud computing e vengono aggregati a seconda delle esigenze (avvicinandosi pertanto al modello di vista documentale) 3) prendendo il modello statunitense, che è sicuramente avanti di un paio d’anni rispetto a noi, come punto di riferimento, è evidente come gli open data necessitino, come presupposto, di una tensione civica che non si crea dal nulla! Insomma, non basta “liberare i dati”, ma occorre che muti l’atteggiamento dei cittadini, cosa che non avviene da un giorno all’altro! Che si tratti di una conditio sine qua non ne ho avuto la prova guardando la diretta streaming dell’SXSW in corso ad Austin, nel corso del quale Jennifer Pahlka, fondatrice dell’organizzazione Code for America, ha espressamente sostenuto la tesi che government is what we do together, richiedendo in questo senso una attiva mobilitazione della cittadinanza la quale finisce quasi per “soppiantare” i governi locali 4) ora, ovviamente mi auguro che un simile slancio attraversi l’italica penisola ma anche se ciò avvenisse potrebbe non bastare: la Pubblica Amministrazione italiana, purtroppo, è notoriamente caratterizzata da burocratizzazione, eccesso di formalità e di formalismi, impersonalità (nonostante la 241/1990), opacità e scarsa trasparenza (anche qui alla faccia della 241). Tutte caratteristiche, ahimè, che stridono (tornando oltre Atlantico), con l’obiettivo dichiarato di Code for America, ovvero a) collaborare gomito a gomito con gli amministratori cittadini b) realizzando soluzioni web based capaci di migliorare la città. La collaborazione di cui al punto a) è ottenibile, secondo Code for America, a patto che vengano rimossi gli ostacoli burocratici e ci sia voglia di trasparenza; così facendo si arriverebbe ad un cambio del paradigma stesso con cui si governa la città, sintetizzato dall’efficace slogan “government as a platform“.
Sfide, si intuisce, difficili anche per gli Stati Uniti e che se venissero realizzate in Italia anche solo per la metà rappresenterebbero niente meno che una rivoluzione copernicana per come viene intesa la gestione della cosa pubblica e per il nuovo rapporto che si verrebbe ad instaurare tra amministratori ed amministrati; rapporto, per concludere, assai delicato e che vedrebbe, nel futuro così come nel passato, gli archivi in un ruolo chiave.

One response to this post.

  1. […] l’intento dichiarato è favorire la nascita di start-up (non che sia un reato, anzi!) senza dunque coinvolgere gli archivi, i quali a mio avviso potrebbero al contrario dare un buon contributo alla causa. Share […]

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