Società dell’immagine ed archivi fotografici digitali di persona

Who says archives are boring? (di Remco van Gastel, su Flickr)

Who says archives are boring?


INTRO

Nel corso degli ultimi decenni stuoli di studiosi hanno tentato di descrivere la società in cui viviamo etichettandola con aggettivi o formule ad effetto facilmente memorizzabili; se la maggior parte di queste definizioni si sono rivelate poco felici e sono ben presto finite nel dimenticatoio, è incontrovertibile che due di esse hanno resistito all’usura del tempo e si sono anzi progressivamente arricchite di ulteriori connotazioni. Mi riferisco in particolare all’idea di società dell’immagine e a quella, ad essa sempre più correlata, di società della comunicazione: infatti se nella prima l’apparire conta più dell’essere, è evidente che quest’apparire “reificato” in migliaia di foto, video, etc. non è fine a sé stesso ma trova un senso quando “comunicato” agli altri. In altri termini le odierne tecnologie di comunicazione ci mettono a disposizione strumenti (facilmente utilizzabili e che danno un “output” dal costo praticamente nullo per l’utente finale) che servono non tanto a tenere memoria di uno specifico fatto od evento (la vera ragione per cui macchine fotografiche, cineprese, etc. sono state in origine pensate e costruite) ma soprattutto a veicolare a terzi la nostra immagine, vera o costruita che sia.
Oltre ad assecondare il nostro naturale narcisismo vi è un ulteriore, decisivo aspetto che occorre evidenziare: nel momento in cui comunichiamo ad altri la nostra immagine, trasmettiamo anche il nostro stile di vita, i nostri gusti, le nostre preferenze di consumo (come vestiamo, cosa mangiamo, dove andiamo in vacanza, etc.): in altre parole nel momento stesso in cui facciamo vedere chi siamo = come appariamo facciamo anche vedere come spendiamo.
Non deve pertanto sorprendere il fatto che le principali società hi-tech d’oltreoceano, fiutando il business, possiedano o perlomeno controllino servizi di archiviazione e condivisione di foto e video (cito qui i vari Facebook / Instagram, Yahoo! / Flickr, Google / Picasa, Twitter ed entro certi termini HP / Snapfish, Photobucket, Dropbox, etc.), servizi attraverso i quali essi si contendono in una dura battaglia le immagini dei navigatori / clienti, le cui foto, parimenti agli altri dati digitali, finiscono nell’impalpabile (benché realissima) nuvola.

UN INTERESSANTE CASE HISTORY

L’ineluttabilità ed ampiezza di questo processo è confermato dal susseguirsi di operazioni di M&A (mergers & acquisitions) che talvolta finiscono in prima pagina (il caso più noto ha visto protagonista Facebook, la quale ha acquistato Instagram con un’operazione dal controvalore complessivo di quasi un miliardo di dollari) e tal’altre passano decisamente in sordina; è proprio un’operazione di questo secondo tipo, vale a dire la prospettata acquisizione (almeno dando credito a rumor d’oltreoceano, n.d.r.) di ThisLife, start-up per l’archiviazione e la condivisione di foto, da parte di Shutterfly, azienda che a sua volta fornisce servizi di stampa foto e creazione album, calendari, etc. a fornirmi un case history funzionale ad approfondire ulteriormente l’argomento rispetto a quanto già fatto nell’ultimo post pubblicato.
Le caratteristiche che rendono ThisLife così appetibile sono le seguenti:
1) in primo luogo con questo servizio è possibile importare, in automatico o in manuale, tutte le foto scattate e sparpagliate sui vari servizi (essenzialmente di photo sharing) ai quali siamo registrati / abbonati: Flickr, Picasa, Instagram, SmugMug e naturalmente gli immancabili Facebook e Twitter. Oltre che il “riversamento” dai vari servizi online è ovviamente consentito effettuare pure l’upload dal proprio PC: in questo modo è possibile creare sulla nuvola dei veri e propri album fotografici (ThisLife, come suggerisce il nome e la grafica del sito, punta decisamente su quelli di famiglia ma all’atto pratico possiamo caricarci di tutto)
2) una volta caricate, le foto vengono disposte lungo una timeline che si scorre orizzontalmente e che, di fatto, tende a ricostruire, scatto dopo scatto, avvenimento dopo avvenimento, un’intera vita; a rendere ancor più “circostanziata” la foto nello spazio e nel tempo è la possibilità di taggare luoghi ed eventuali persone immortalate (per gli utenti Pro è disponibile persino il riconoscimento facciale automatico)
3) condivisione (in tal modo rispondendo al succitato desiderio di “apparire” di gran parte delle persone) “controllata” delle proprie foto; infatti, diversamente da altri servizi analoghi, tanto la privacy policy quanto i Terms of Service appaiono da subito più equilibrati: in particolare non viene messa in discussione la titolarità sulle foto da parte del proprietario (ovvero colui che le carica, il quale nel momento in cui effettua l’upload dichiara esplicitamente di possederne anche i diritti) così come si dimostra un particolare riguardo per le foto ritraenti minori
4) corollario a questa impostazione è la chiara attenzione posta al tema della sicurezza; pur non assumendosi alcuna responsabilità in caso di perdita delle foto caricate (sic!) si promette di adottare (per quanto ragionevolmente possibile) le migliori soluzioni tecnologiche disponibili così come di far proprie le disposizioni di legge in materia. Non è dunque un caso se agli occhi dei creatori, i coniugi Matt ed Andrea Johnson, ThisLife rappresenta pure un valido modo per creare sulla nuvola una copia di sicurezza delle proprie foto preferite (a riguardo è da segnalare che proprio per considerazioni di “ridondanza” si può decidere di caricare più versioni della stessa foto, tanto un apposito algoritmo darà la preferenza, nella visualizzazione, a quella con la migliore risoluzione grafica).

I RISVOLTI ARCHIVISTICI

Se queste sono le principali caratteristiche “di funzionamento” di ThisLife, dal punto di vista archivistico questo servizio, che pure non è immune da gran parte dei difetti che notoriamente affliggono i servizi in cloud computing (assenza di controllo sui server che ospitano i dati => sulla loro localizzazione, sul tipo di soluzioni tecnologiche adottate e sulle procedure operative messe in atto; assenza di adeguato ristoro in caso di perdita dei dati; assenza di garanzie sulla continuità del servizio e via di questo passo), presenta delle innegabili novità:
1) nel momento in cui esso consente di recuperare (in automatico o meno) le foto sparpagliate tra i vari servizi presenti sulla nuvola esso finisce per ridare unitarietà ai nostri archivi fotografici (in opposizione alla frammentazione prima vigente); in altri termini ThisLife agisce come un “metacloud” specifico per le nostre foto (mentre ZeroPC, per chi si ricorda il mio post di qualche tempo fa, è più generalista)
2) la presenza di una timeline assicura (tendenzialmente) la presenza di un ordine cronologico alle foto caricate; alla sensazione di ordine contribuisce anche il contatore in basso a sinistra che aumenta di volta in volta che un “momento di vita” viene aggiunto (parlare di numero di protocollo è ovviamente una forzatura ma rende bene l’idea!)
3) la vocazione “familiare” del servizio è comprovata dal fatto che è possibile creare account condivisi (tra marito e moglie, fidanzato e fidanzata, etc.) in modo da far apparire assieme i rispettivi archivi fotografici; anche in questo caso il pensiero corre veloce, pur con i debiti distinguo, al caso degli archivi di famiglia ed alle loro tipiche peripezie (confluiti in archivi di altre famiglie od enti vuoi per matrimonio, vuoi per estinzione di un ramo della “casata”, vuoi per donazione, vuoi per qualsiasi altro accidente della Storia!)
4) il riconoscimento automatico dei volti (con “apposizione” del relativo tag) rappresenta un salto qualitativo nella modalità di creazione dei dati a corredo delle nostre foto che presenta rischi ed opportunità: a) tra i primi, come al solito, quelli inerenti alla tutela della privacy (in definitiva se una macchina è in grado di riconoscere il nostro volto significa che essa è in possesso dei relativi dati biometrici, con tutto ciò che ne consegue!) b) tra i secondi invece si potrebbero segnalare i possibili usi per finalità storiche: non solo gli storici del futuro (ammesso naturalmente che i dati siano leggibili…) potrebbero associare con maggior facilità nomi e cognomi ai volti presenti in una foto, ma anche quelli dei nostri giorni trarrebbero giovamento, nel momento in cui si procede alla digitalizzazione del patrimonio fotografico analogico e vi si inseriscono in automatico i dati identificativi delle persone fotografate, dalla possibilità di lavorare con foto di più facile “lettura”.

CONCLUSIONI

In questo post abbiamo visto come molteplici sono i motivi che ci spingono a “catturare immagini”: la volontà di tenere memoria di un fatto, il desiderio di apparire, la semplice disponibilità di device in grado di farlo ad un costo praticamente nullo… Abbiamo anche visto come le nostre immagini digitali prendono sempre più la via delle nuvole: gli archivi in the cloud infatti eccellono per flessibilità (permettono infatti al contempo di conservare e di condividere le proprie foto), accessibilità (teoricamente h24) e costi ragionevoli (fino alla completa gratuità); gli indubbi vantaggi non possono però far passare in secondo piano gli altrettanto evidenti svantaggi derivanti essenzialmente dal “mancato controllo” (privacy, proprietà, etc.).
Tenendo bene a mente questi poli opposti il case history presentato è dunque importante in quanto dimostra: 1) che alcuni servizi si stanno muovendo nella giusta direzione grazie all’applicazione, fosse anche involontaria, di principi riconducibili alla buona prassi archivistica b) l’importanza di avviare un dialogo (o perlomeno uno scambio) tra iniziative private e pubbliche: le prime ad esempio primeggiano per l’usabilità e piacevolezza della grafica ma peccano sotto il lato archivistico, le seconde al contrario sono dal punto di vista tecnico e della compliance legislativa ineccepibili ma perdono di vista il singolo cittadino, al quale spesso risultano troppo tecniche o ancor peggio non sono nemmeno destinate.
E’ quest’ultimo aspetto, e concludo, quello sul quale occorre velocemente agire: spesso gli archivi digitali di persona (fotografici e non) finiscono in posti “sbagliati” per il semplice motivo che mancano valide alternative. Se vogliamo garantire anche a questi archivi un futuro (nell’attesa che un domani venga valutata la loro rilevanza), dobbiamo fornire, attraverso un fecondo scambio di esperienze e, perché no, una vera e propria collaborazione “operativa” tra pubblico e privato, a tutti i cittadini (e non solo a poche fortunate istituzioni ed enti!) soluzioni di archiviazione adeguate.

2 responses to this post.

  1. […] altro perché mi ero già soffermato sugli archivi fotografici ai tempi del cloud computing in un post di qualche tempo fa. Premesso che il restyling di Flickr si inserisce nel più amplio tentativo di risollevare le sorti […]

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  2. […] anche a voler rifuggire dalla sociologia spiccia e dai facili slogan, è un dato di fatto (e ne ho già scritto) che nella nostra società l’immagine conti e che scattare foto o, al contrario, farsi […]

    Rispondi

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