Samsung Galaxy Camera ed i nuovi archivi fotografici

Samsung Galaxy Camera

Samsung Galaxy Camera

L’arrivo sugli scaffali dei principali negozi di informatica italiani della Samsung Galaxy Camera mi offre l’occasione per una veloce riflessione sullo stato degli archivi fotografici in questo cruciale momento di trapasso al digitale.
Prima però è opportuno presentare la nuova fotocamera digitale prodotta dallo chaebol sudcoreano dal momento che essa segna probabilmente un punto di rottura rispetto alle “macchinette fotografiche”, reflex o compatte che siano, sin qui realizzate. La Galaxy Camera infatti affianca ad un’ottica di tutto rispetto un altrettanto ricco lato software: attraverso lo schermo touch da 4,8 pollici è possibile interagire con il sistema operativo Android 4.1 Jelly Bean, ergo con tutte le applicazioni esistenti in questo ricchissimo ecosistema sia per il ritocco delle immagini stesse (cito qui il solo Instagram esclusivamente perché quello tra i più in voga del momento) sia per la loro immediata condivisione attraverso le proprie reti sociali. E quest’ultimo aspetto ci introduce alla vera novità della Galaxy Camera, vale a dire la presenza di connettività Wi-Fi e 3G la quale, si badi, ha un’utilità non solo, per così dire, “ludica” ma ne ha una molto più eminentemente pratica; a riprova del fatto che questa nuova fotocamera è fatta per restare sempre connessa (entrando a far parte a pieno titolo dell’Internet delle cose di cui tanto si parla), buona parte della memoria è allocata sulla cloud. A fronte di una memoria interna da 8 Giga (espandibile a 32 con scheda MicroSD / MicroSDHC) Samsung, che ha stretto un apposito accordo con Dropbox, ne mette a disposizione gratuitamente ben 50 sulla nuvola!
Il salto in avanti a mio modesto parere è netto e spiace che i puristi della fotografia abbiano perso di vista le novità di fondo fermandosi invece a rimarcare come, numeri alla mano, con i 549 euro necessari per aggiudicarsela si può comprare una reflex dalle caratteristiche tecniche (per quanto riguarda la sola ottica) decisamente superiori ed in definitiva bollando la Galaxy Camera come un costoso giocattolo che un “vero fotografo” mai si sognerebbe di usare.
Purtroppo mi pare che a costoro sfugga il non trascurabile dettaglio che oramai esiste un cospicuo numero di figure professionali (penso in special modo – ma non sono le uniche – a quelle legate al new journalism come blogger, live twitterer, storifyer senza dimenticare i più tradizionali giornalisti e fotoreporter free-lance!) che svolgono la loro attività attraverso l’uso di strumenti quali smartphone, tablet e per l’appunto foto/videocamere ai quali essi richiedono non tanto (o, per essere più precisi, non solo) le massime prestazioni possibili ma anche semplicità d’uso, affidabilità, poco ingombro… e naturalmente connettività.
Ma al di là dei risvolti di mercato la comparsa di device così concepiti ha naturalmente un impatto profondo sul modo in cui vengono a formarsi gli archivi fotografici digitali; cerchiamo di enucleare alcuni tra gli aspetti più rilevanti:
1) le foto digitali, prese come singularitas, divengono (paradossalmente) allo stesso tempo più instabili e “cangianti” rispetto alle parenti analogiche così come assai più “circostanziate” e ricche di informazioni. Alcuni semplici esempi presi dall’esperienza quotidiana rendono meglio l’uno e l’altro aspetto: mentre nel mondo analogico, trovandoci in presenza di un negativo e di un positivo fissati rispettivamente alla carta fotografica ed alla pellicola del rullino, le possibilità di “ritocchini” erano limitate ed opera perlopiù di esperti oggigiorno potenzialmente chiunque, attraverso appositi programmi (che partono dal livello amatoriale, dove consistono nell’applicazione di qualche filtro, ed arrivano ai programmi professionali per veri esperti), può alterarle. A fronte di questa possibilità praticamente universale di alterare la foto “originale”, si constata l’aumento della mole di dati che la corredano contribuendo a collocarla spazialmente e temporalmente: oramai di ogni foto scattata possiamo sapere in automatico non solo l’ora / data dello scatto e quale macchinetta abbiamo utilizzato ma persino il luogo in cui l’abbiamo fatta (georeferenziazione; per la Galaxy Camera tale dato verosimilmente deriva dall’incrocio dei segnali forniti dal Wi-Fi e dalla connessione cellualre) e chi abbiamo immortalato (in questo caso l’operazione di tagging avviene ancora in modo manuale). Insomma, una miniera di dati che, per inciso, qualora venissero resi anonimi e raggruppati in dataset e descritti con linguaggio RDF diventerebbero sicuramente utilissimi nell’ottica di un riuso all’insegna dei big (open) data! Del tutto opposta, ma purtroppo parimenti possibile, l’evenienza che di essi si faccia un uso “spavaldo” con palesi violazioni della privacy
2) l’instabilità è un tratto che caratterizza le fotografie digitali anche quando prese nel loro complesso, ossia nel loro essere “archivio”: questi ultimi infatti stanno seguendo, di supporto in supporto (CD-ROM, DVD, hard-disk, drive a stato solido, etc.), la stessa peregrinazione toccata in sorte a tutti gli altri tipi di file digitali ed ora stanno chiaramente prendendo la via della Nuvola, che come risaputo anche dal punto di vista tecnologico non è sicuramente infallibile (come provato, da ultimo, dall’uragano Sandy) né si può dire che una foto digitale sia molto più stabile delle ostiche pellicole in nitrato di cellulosa e meno bisognosa, negli anni, di pazienti cure! Insomma, la preservazione degli oggetti digitali e soprattutto la loro conservazione nel lungo periodo rimane un’incognita.
3) non lascia trascorrere sonni tranquilli neppure l’altro grande punto debole del modello cloud, ovvero quello attinente alla sfera legale e a quello, accennato poco sopra, della tutela della privacy; anzi, considerando l’elevata (ed immediata) sfruttabilità delle immagini, i rischi paiono essere persino superiori rispetto a quelli incombenti su altre tipologie di oggetti digitali! Instagram ad esempio, è notizia di questi giorni, dopo essere stata acquistata a suon di miliardi da Facebook ha annunciato la modifica unilaterale dei Termini di Servizio facendo paventare la possibilità di vendere a terzi le foto presenti nella piattaforma (peraltro senza assicurare alcun “ristoro” a chi quella foto l’ha caricata!) inclusa la possibilità di usarle all’interno di campagne pubblicitarie. Come prevedibile la notizia ha scatenato un putiferio tra gli utenti di Instagram, molti dei quali hanno annunciato di passare ad altri servizi come Flickr (qui in molti casi si tratterebbe di un ritorno…), Photobucket, Pinterest, Snapchat ed altri. Tra gli scontenti, a testimonianza dell’importanza che assumono questi archivi fotografici, pure National Geographic (la qualità dei cui reportage fotografici è universalmente riconosciuta), che conta sul network la bellezza di 660mila follower. Ovviamente Instagram è corsa ai ripari, ritrattando su tutta la linea ma oramai il danno era fatto, tanto più che molti utenti erano già indispettiti dalla cessazione del supporto a Twitter (fatto che risale invece alla settimana scorsa…). Insomma, la posta in palio attorno agli archivi fotografici del futuro prossimo venturo è elevata, come comprovato dal fatto che Twitter stesso ha reagito alla mossa di Instagram avviando il proprio servizio di hosting fotografico, dopo essersi appoggiato a lungo al citato Photobucket; se aggiungiamo che pure Flickr ha (ri)lanciato il guanto di sfida, mettendo a disposizione degli utenti (contestualmente al rilascio della sua nuova applicazione mobile) vari tool per ritoccare / modificare le foto, appare manifesto come sia in corso un autentico big game e spiace che anche in questo caso non esistano alternative pubbliche (o, perlomeno, frutto della collaborazione pubblico – privato) per chi vuole archiviare in modo sicuro le proprie foto.
Pare dunque, per concludere, segnato il destino degli archivi fotografici digitali: complice la proliferazione sul mercato di dispositivi connessi alla Rete capaci di scattare immagini (con la Galaxy Camera a rappresentare il punto più alto di questa “evoluzione”) e la presenza di operatori valutati milioni di dollari che realizzano applicazioni sulla nuvola per utenti sempre connessi e per organizzazioni che parimenti orientano sempre più il loro marketing (e talvolta il loro intero business) sulle nuove tecnologie, la loro destinazione finale è l’impalpabile cloud. Con tutto ciò che ne consegue, nel bene e nel male.

9 responses to this post.

    • Posted by Simone Vettore on gennaio 6, 2013 at 2:03 pm

      Volentieri, grazie! PS Peraltro ho in preparazione un altro post di argomento analogo (guarda il destino!)

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      • Posted by Letizia Cortini - Archivista/artista appassionata di fonti filmiche, fotografiche e didattica on gennaio 6, 2013 at 5:05 pm

        Pubblicato con un titolo nuovo che spero approverai:
        http://www.ilmondodegliarchivi.org/index.php/nel-web/item/74-i-nuovi-archivi-fotografici-nellimpalpabile-cloud
        inoltre lanciato nella pagina FB del Mondo degli Archivi (vuoi diventare fan?) … Aspettiamo il prossimo allora (e magari lo pubblichiamo prima sul Notiziario e poi sul tuo blog? se possibile…). Grazie ancora!

      • Posted by Simone Vettore on gennaio 6, 2013 at 11:19 pm

        Sul titolo nulla da eccepire.
        Su FB… spiacente ma, incredibile dictu, sono da oltre un anno felicemente cancellato dal servizio (che comunque continuo a seguire da esterno per scopi, diciamo, “professionali”).
        Circa il prossimo articolo si tratterebbe di girarti il testo in anteprima? Per me si può fare, magari ci mettiamo d’accordo sulle modalità…

  1. What digital camera / video camera should i buy?

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  2. […] funzionale ad approfondire ulteriormente l’argomento rispetto a quanto già fatto nell’ultimo post pubblicato. Le caratteristiche che rendono ThisLife così appetibile sono le seguenti: 1) in primo […]

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  3. Bellissima analisi. Il mio contibuto sull’argomento “IL FUTURO DELLA FOTOGRAFIA” qui: http://www.rossoverdeblu.it/fotografia/blog/futuro-fotografia/

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    • Posted by Simone Vettore on novembre 14, 2013 at 1:11 pm

      Ho letto il tuo post: pieno di spunti interessanti, mi piace il concetto di “democratizzazione della fotografia”. Aggiungerei, come ulteriore argomentazione in favore del futuro successo che arriderà agli smartphone / fotocamera, la commercializzazione (ha iniziato Sony, ma c’è da scommetterci che in molti la imiteranno) di obiettivi appositi da installare sul proprio telefonino intelligente.

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  4. […] Ma le novità introdotte da Dropbox sono importanti soprattutto perché emblematiche di alcune dinamiche che, a mio parere, nei mesi e negli anni a venire si faranno sempre più nitide. La prima, testimoniata appieno dall’acquisizione di Loom, è che i video rappresenteranno, nel prossimo futuro, l’oggetto della disfida. La seconda, molto più interessante da analizzare anche perché dalle maggiori implicazioni “archivistiche”, è la progressiva divergenza (o, se si preferisce, specializzazione) che si sta verificando tra i vari servizi che consentono l’archiviazione di foto sulla cloud: se da una parte vi sono quelli dedicati ad un uso principalmente personale e dall’altra quelli con una vocazione più spiccatamente pubblica, nel mezzo vi stanno una molteplicità di servizi che, pur facendo altro, non disdegnano di sfruttare l’appeal delle foto. Tra questi ultimi come non citare Twitter il quale, nato come servizio per l’invio di sms, ha poi virato verso il microblogging ed ha infine aperto alle foto, trovando nei celeberrimi selfie (vero e proprio simbolo di quel desiderio di apparire di cui parlavo sopra) uno dei suoi punti di forza? Specializzato nei selfie è anche Instagram, applicazione che diversamente da Twitter ruota completamente attorno alle foto ed alla possibilità di ritoccarle applicandovi filtri (feature che ne ha decretato il successo planetario, n.d.r.) e che rappresenta il degno campione del primo gruppo. In Instagram però, diversamente dal neonato Carousel, la dimensione pubblica delle foto (“public by default) è spiccata e con essa, ovvia conseguenza, l’anima social laddove in Carousel, come già sottolineato, la condivisione è più controllata e ristretta. Al di là delle ovvie differenze è indiscutibile che questi servizi sono accomunati dall’essere stati concepiti e realizzati per un uso personale (in termini archivistici potremmo parlare di “archivio fotografico digitale di persona”), in contrasto cioè con l’altro gruppo di servizi cui si accennava sopra e che, a partire da basi simili, sta probabilmente seguendo un percorso opposto. Il modello è rappresentato da Flickr il quale, nato come servizio per pubblicare online le proprie foto, solo in un secondo momento (con un ritardo che peraltro si stava per rivelare fatale, n.d.r.) si è dotato di un’applicazione per dispositivi mobili; questo passo si è reso necessario per reggere il passo della concorrenza e delle nuove modalità di scattare fotografie, operazione che avviene sempre meno con fotocamere professionali e sempre più con dispositivi quali smartphone, tablet od al più con macchine ibride come la Samsung Galaxy Camera. […]

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