Da Ranganathan ai social network

Anobii: libreria in legno di Luca Mondini, su Flickr

Anobii: libreria in legno di Luca Mondini, su Flickr

Un paio di giorni orsono mi sono imbattuto, a distanza di qualche annetto dall’ultima volta, nelle famose 5 leggi di Ranganathan; mentre le rileggevo la mia attenzione si è soffermata, cosa che non mi era mai capitata in precedenza, su un preciso passaggio della prima legge, ovvero quello in cui si afferma che:

[Le autorità bibliotecarie] dovrebbero distruggere in germe anche la più leggera intromissione dello spirito di burocrazia in ogni questione connessa con l’uso della biblioteca. Dovrebbero sempre tenere in mente che la biblioteca socializza l’uso dei libri.

Subito il mio pensiero è corso al caso italiano, quello del quale ho maggior esperienza, come utente prima e da bibliotecario poi, e le conclusioni cui sono giunto non sono state affatto positive: se è vero che le biblioteche ed i bibliotecari si sono impegnati e tuttora si impegnano nella “socializzazione” del libro (in senso stretto ed in senso lato) attraverso iniziative di vario tenore quali presentazioni di libri, gruppi di lettura, letture ad alta voce, discussioni e dibattiti ispirati da questo o quel libro e via dicendo, è altrettanto vero che la burocratizzazione nelle biblioteche di ogni ordine e grado (ma massimamente in quelle statali) è una brutta bestia che ha pesantemente ingessato l’attività di questi istituti facendo perdere tempo ed energie non solo a chi ci lavora ma anche al lettore. D’altro canto è innegabile che una certa dose di burocratizzazione non è stata semplicemente imposta dall’alto, ma sovente è stata in un certo qual modo favorita dai bibliotecari in linea con una concezione “patrimonialista” del libro stesso che indubbiamente deriva, e questo va a loro parziale discolpa, dalla tipologia dei libri posseduti, spesso antichi e di pregio.
In ogni caso, al netto di queste specificità tutte italiche, la sensazione è che la prima regola di Ranganathan (o perlomeno il preciso passaggio alla base di questo post) sia stata fortemente disattesa nel nostro Paese.
Queste considerazioni, seppur interessanti, però nulla dicono su quelle che sono le prospettive prossimo-future ed in particolare alla luce dell’impatto notevole che dovrebbe avere la diffusione dell’ebook. Riguardo a quest’ultimo affascinante argomento è possibile sin da ora formulare qualche previsione: ad esempio è verosimile ipotizzare che, in linea con l’ambiente (latu sensu) nel quale il libro elettronico si troverà a vivere, ovvero quello dei bit e della Rete, il tasso di burocratizzazione sia giocoforza destinato a calare. Parimenti, in considerazione del successo riscontrato da tutti quei siti di social networking che hanno basato il loro successo su aspetti quali la condivisione e la collaborazione, non si può non pensare che anche la seconda raccomandazione di Ranganathan (= la “socializzazione” del libro) possa felicemente realizzarsi.
Tutto bene dunque? Non esattamente, o almeno, bene ma non proprio così come sperato dall’illustre bibliotecario (e matematico) indiano! Infatti non sfugge anche ai più distratti osservatori come il compito della biblioteca (e dei bibliotecari) di favorire la socializzazione dell’uso dei libri stia gradualmente sfuggendo loro di mano; basta fare un rapido giro nei principali social network destinati al libro / servizi di social reading per rendersi conto di come questi ultimi semplicemente snobbino queste istituzioni che, inutile dirlo, faticano a tenere il passo dell’innovazione. Gran parte di questi siti infatti sono destinati a “lettori per lettori” e le biblioteche, qualora sia prevista la loro presenza, hanno un ruolo puramente accessorio; i bibliotecari poi possono ovviamente parteciparvi ma in genere a titolo personale e non “a nome dell’istituzione” biblioteca. Certo, c’è sempre l’escamotage di inserire i propri dati personali ma di far vedere pubblicamente come “nome utente” quello dell’istituto di appartenenza ma dal punto di vista legale la soluzione mi sembra non esente da rischi e comunque la sostanza non cambia: sui siti di social network / social reading non si gode di alcuna preminenza e l’eventuale “reputazione” presso gli altri utenti deve essere guadagnata sul campo!
La domanda da un milione di dollari è pertanto la seguente: come possono essi recuperare le posizioni perdute, soprattutto in considerazione del fatto che è lo stesso luogo di “socializzazione”, ovvero la biblioteca, a venir meno? Per rispondere a questo quesito bisogna chiarire preliminarmente cosa sarà, in futuro, una biblioteca; a mio parere essa sarà, dal punto di vista dell’utente (= quello che ora ci interessa di più), l’interfaccia grafica con la quale quest’ultimo interagirà (che poi dietro a questa ci sia un duro lavoro di selezione, descrizione, etc. delle risorse non è ora motivo del contendere). Partendo da queste premesse l’obiettivo di “socializzare l’uso del libro” è raggiungibile attraverso due vie complementari: 1) completando l’evoluzione degli attuali OPAC in SOPAC (Social Online Public Access Catalogue), ovvero inserendo quelle funzioni tipiche del web 2.0 (commenti, condivisioni, like, tweet, sottolineature, rielaborazioni originali, etc.) che consentono di trasporre sulla Rete quei dibattiti, riflessioni, etc. che tradizionalmente si svolgono nel luogo fisico “biblioteca” 2) integrando ove possibile questi SOPAC con quei siti di social network / social reading che, inutile dire, attraggono molta più gente di quella che normalmente frequenta le biblioteche “tradizionali”. E’ questo dunque, aspetto tutt’altro che da sottovalutare, anche un ottimo modo per raggiungere fasce di popolazione con le quali in precedenza non si era mai entrati in contatto.
Il conseguimento di questi obiettivi, si badi, non si raggiunge però attraverso la “mera tecnica” ma serve bensì un cambiamento culturale da parte dei bibliotecari; detta in soldoni non è sufficiente realizzare una interfaccia user friendly con tanti bei bottoncini colorati ma occorre che essi “vadano dagli utenti” là dove questi ultimi discutono e “parlano” di libri. Si tratta dunque di un cambiamento di prospettiva radicale, specie se si pensa a quei bibliotecari (non tutti, per carità, ma ce ne sono!) abituati ad aspettare che siano i lettori a varcare la soglia della biblioteca ed a chiedere di uno specifico libro mentre dovrebbero essere loro ad andare attivamente alla ricerca degli utenti stimolandone i bisogni informativi!
Nel web, dove una biblioteca non dista chilometri da un’altra ma al contrario tutto è a portata di click, il permanere di questo atteggiamento attendista equivale semplicemente ad un suicidio ed occorre pertanto avviare una efficace politica “attiva”. Certo, a giudicare da quelle che sono le principali iniziative online dei bibliotecari (che giusto per fare un paio di esempi si riuniscono in liste di discussione di norma precluse ai “non iniziati” e quando dialogano con gli utenti lo fanno spesso in modo unidirezionale) la strada da fare è molta ma bisogna avere la consapevolezza che solo così facendo la raccomandazione / l’auspicio di Ranganathan citato all’inizio potrà veramente essere fatto proprio e trovare concreta attuazione.

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