Sulla trascendenza della memoria digitale (e sulla necessità di instillarvi un po’ di immanenza)

Cimitero militare di Magura Małastowska

Cimitero militare di Magura Małastowska [original foto credits: Wuhazet – Henryk Żychowski (Own work) – GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/3.0), via Wikimedia Commons]

E’ molto tempo, ormai, che non cerco più la Storia nei libri e nei monumenti. La memoria è nei ciottoli di un fiume, nel bosco di Pollicino, nel folto del regno vegetale, nel gusto dei mirtilli color del sangue

E’ questo uno dei passaggi a mio avviso più densi ed intriganti dell’ultimo libro di Paolo Rumiz, “Come cavalli che dormono in piedi” (Feltrinelli, 2014); un libro che nelle intenzioni iniziali dell’autore doveva essere incentrato sulla figura del nonno, combattente nel corso della Prima Guerra Mondiale nelle fila dell’esercito austro-ungarico sul dimenticato fronte galiziano, ma che finisce per trasformarsi in un viaggio per l’intera Europa Orientale alla ricerca degli “altri” soldati italiani: triestini, trentini, istriani e dalmati che – da sudditi dell’Imperatore quali erano – combattono la guerra per Francesco Giuseppe cadendo a migliaia.

Italiani, sostiene Rumiz, volutamente dimenticati – in quanto scomodi – dai burocrati della memoria che nel primo dopoguerra, non solo in Italia – ma qui da noi con modalità particolarmente evidenti -, si fecero promotori della realizzazione di freddi ed impersonali sacrari nei quali i caduti, dei quali sovente non vengono indicati né il luogo né la data della morte, vengono in certo senso “tolti dalla Storia” e resi eterni con il risultato, a detta dell’autore, di impedire ai caduti il meritato riposo, ricongiungendosi alla Terra, ma al contrario di obbligarli ad una perenne mobilitazione (si pensi al “PRESENTE” sistematicamente ripetuto sui gradoni di Redipuglia) con il rischio che, anche quando ispirati dai migliori propositi, tutto si esaurisca in un mare di sterile retorica.

Si tratta di un giudizio indubbiamente severo ma in linea con una concezione sostanzialmente immanente della Storia ed, in ultima analisi, della memoria stessa, come ben traspare da questo ulteriore passaggio del libro di Rumiz:

La memoria è un lavoro da contadini, non da scrittori. La si coltiva come si coltiva la terra. La si rivolta, la si concima. E’ una campagna che dà frutti boni de rosigar coi denti, un sostrato nel quale il gesto di piantare non a caso somiglia al gesto di seppellire […]. Quando, per annunciarmi la morte di suo padre contadino, un’amica mi ha scritto che lui era andato “a zappare in cielo”, mi sono ribellato: ma che cielo e cielo, ho risposto, lui era nella terra e basta, sprofondato nelle braccia di sua madre, felice nelle zolle negre che aveva amato e curato per una vita

Si tratta a mio vedere di uno snodo fondamentale del libro al punto che, per quanto vada sicuramente riconosciuto a “Come cavalli che dormono in piedi” il merito di avere portato alla luce una pagina praticamente sconosciuta della nostra Storia così come di aver mosso una critica tanto severa quanto giustificata circa le modalità complessive con le quali, nell’Italia fascista prima ma pure in quella repubblicana poi, si è tenuta viva da un lato la memoria dei caduti (nello specifico attraverso l’erezione e la costruzione di monumenti, cippi, lapidi, ossari, sacrari, cimiteri, etc.) e dall’altro quella, correlata, dei fatti storici che li videro protagonisti, sono assolutamente convinto che il suo più importante “lascito” consista proprio nella particolare concezione della Storia / della memoria che vi viene proposta e, di riflesso, nel profilo e nel ruolo dello storico che quest’ultima sottende nonché delle fonti, spesso decisamente sui generis, da utilizzare.

Infatti, dal punto di vista della produzione storiografica, il libro di Rumiz (che, va ribadito, nel momento in cui devia dalle intenzioni iniziali non pretende più di possedere i crismi della scientificità), si inserisce a pieno titolo in quella più vasta corrente di ricerca che, abbandonando la classica impostazione incentrata sull’histoire de battaille, preferisce indagare su argomenti minori o comunque finora lasciati in secondo piano da parte della storiografia ufficiale (e per lungo tempo pure da quella accademica): è il caso, giusto per fare alcuni esempi, dell’operato dei tribunali militari (con la spinosa questione della riabilitazione dei decimati), dei cosiddetti “scemi di guerra”, dell’uso sciagurato delle armi chimiche e via di questo passo.
Ciò premesso, l’estrema originalità (dell’impostazione) di Rumiz affiora nella sua pienezza – come anticipato – quando passiamo ad analizzare il ruolo dello “storico” e la particolare tipologia di “fonti” che quest’ultimo dovrebbe adoperare nel suo “mestiere”; se, come visto sopra, la memoria è questione da contadini, similmente quando si ha a che fare con la Storia (che con la memoria è intimamente connessa) bisogna possedere una sorta di “fiuto”, di istinto naturale per saper riconoscere e comprendere nella loro pienezza gli accadimenti, vale a dire inserendoli all’interno della complessa catena di cause ed effetto che li ha provocati e le loro ripercussioni (e Rumiz dimostra di averne da vendere allorquando, ripercorrendo i campi di battaglia in Serbia oppure in Ucraina, individua le linee di frattura tra popoli e nazioni, oggi come ieri foriere di conflitti!).
Ecco quindi che il viaggio dell’autore si trasforma in un “andar per boschi” nel corso del quale, tra un cimitero di guerra e l’altro, mangiare mirtilli, rossi come il sangue di quei soldati che, impregnandone il terreno, ne fornisce ora sostentamento, diventa un modo per entrare in contatto diretto con loro e di dare un significato profondo al loro sacrificio.
Questa immagine, oltre ad essere emblematica di quella concezione immanentistica della Storia e della memoria cui ho più volte fatto riferimento, ci aiuta ad individuare un’altra peculiarità del metodo d’indagine dell’autore: la ricerca di un dialogo (nella fattispecie con i morti), atteggiamento che trova un riscontro nella tipologia di fonti storiche utilizzate, le quali sono il più possibile “vive”. In particolare l’autore fa ricorso alle fonti orali, necessariamente di “seconda generazione” (essendo i testimoni diretti di quei fatti lontani un secolo oramai tutti morti), ed anche quando si affida a fonti scritte predilige materiali quali diari, canzoni, lettere, etc. che siano capaci di trasmettergli sentimenti, emozioni, impressioni…

Un aspetto che fa riflettere è che Rumiz, in tutta questa complessa operazione di riscoperta e di rievocazione, non cita praticamente mai gli archivi (ai nostri occhi “luoghi della memoria” per antonomasia) né tantomeno le biblioteche; i materiali ai quali egli fa ricorso, quand’anche rientranti tra le fonti scritte, non li reperisce infatti in questi istituti bensì spesso gli vengono consegnati spontanemanete da lettori, amici, etc. che, dopo averli conservati per decenni in cantina, in soffitta, nei sottoscala, desiderano che queste storie e questa Storia vedano finalmente la luce.
La constatazione di questo fenomeno testimonia una grave crisi di credibilità, perlomeno in quelle terre di confine, del complesso sistema di istituti approntati per preservare e trasmettere la memoria: i triestini, i trentini, etc. trovano più spontaneo affidarsi ad un giornalista, giacché negli archivi, nelle biblioteche e nei musei semplicemente quei fatti non esistono.
Rumiz, ad esempio, lamenta che dei caduti triestini non si conosca esattamente né numero né nomi: gli archivi italiani non li hanno considerati perché quei soldati avevano combattuto dalla parte sbagliata, quelli austriaci – complice l’implosione dell’Impero a seguito della sconfitta – nemmeno.

Preso dunque atto che delle lacune ci sono e che esse purtroppo talvolta sono imputabili a scelte tanto deliberate quanto censurabili, bisogna anche ammettere che qualcosa nel complesso si è mosso e che, del desiderio da parte dei cittadini di far riaffiorare le vicende famigliari, stanno beneficiando un po’ tutti, archivi, biblioteche e musei compresi.
Riprova ne sia il proliferare, non a caso proprio in occasione del centenario dello scoppio della I Guerra Mondiale, di iniziative che fanno leva sul coinvolgimento dei cittadini, i quali vengono invitati a condividere il materiale da essi custodito nella realizzazione di mostre e/o portali web nei quali detti materiali, digitalizzati, vengono messi a disposizione dell’intera collettività (tra i tanti, il progetto più noto e più ambizioso è senz’ombra di dubbio Europeana 1914-18, nel quale confluiscono tanto storie ufficiali quanto private).
Purtroppo, questo così come altri progetti analoghi, per quanto ispirati da nobili intenti e realizzati adottando i più recenti standard descrittivi e le migliori tecnologie, si dimostrano per molti versi inadeguati. Come giudicare ad esempio il fatto che, posti di fronte ad Europeana, polacchi, rumeni, sloveni, croati ed in generale tutti i popoli dell’Europa Orientale (tranne gli ungheresi), assocerebbero ai materiali lì pubblicati il ricordo di un evento positivo, avendo essi raggiunto con il disfacimento dell’Austria – Ungheria l’agognata indipendenza? Analogamente come non ammettere che un tedesco vi vedrebbe il simbolo della sconfitta e l’inizio di un incubo che sarebbe terminato solo nel 1945 mentre un francese il più fulgido esempio di vittoria e di rivincita nazionale?

Credo, in altri termini, che i numerosi progetti di recupero della nostra Storia, la maggior parte dei quali prevede oramai almeno la presenza di un'”appendice” digitale, abbiano un limite che risiede paradossalmente proprio nella loro perfezione tecnica; una foto di un soldato o il frammento di una lettera a casa, pubblicata in Internet con la miglior risoluzione possibile e corredata di tutti i dati e metadati desiderabili, sicuramente ci trasmetterà una bella mole di informazioni ma difficilmente riuscirà a trasmetterci quell’insieme di sensazioni che Rumiz è riuscito a cogliere e rievocare in manieria mirabile solo “andando per cimiteri e campi di battaglia”.
La memoria digitale, in ultima analisi, pur ricca di pregi e vantaggi, paga in questo specifico ambito un limite tanto noto quanto intrinseco alla sua natura: è “fredda” e, per riprendere la terminologia adoperata per descrivere il libro di Rumiz, è “trascendente” laddove sarebbe necessario, affinché possa essere veramente “umana” e condivisa / condivisibile, che essa si facesse un po’ più immanente.

6 responses to this post.

  1. Posted by Simone Vettore on giugno 21, 2015 at 5:43 pm

    L’ha ribloggato su Strategia e difesa.

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  2. Ciao Simone. Molto lucido e bello. Ma sulla conclusione, che assomiglia a una sentenza, sarei più cauta. Dipende sempre da chi e da come si crea e si fa uso della memoria digitale… le fonti iconografiche, fotografiche, le immagini in movimento forse a secondo di come si propongano, trattino, e a seconda di chi lo faccia possono contribuire a renderla meno fredda. Ma certamente andare per boschi e stare a contatto con lo spirito dei luoghi, di alcuni in particolare, è un’altra cosa🙂, sempre e comunque. Grazie per gli spunti di riflessione sempre interessanti!

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    • Posted by Simone Vettore on giugno 21, 2015 at 10:28 pm

      Ciao Letizia, di sicuro c’è fonte e fonte e c’è modo e modo di trattarla e presentarla!
      Diciamo che in questo post, che affronta un argomento assai scivoloso (confesso che ero alquanto restio a scriverne!), seppur non in modo acritico, ho voluto fare mia la posizione di Rumiz portandone sino alle estreme conseguenze le tesi. Pertanto assumere una posizione forte era necessario per far capire appieno l’importanza di avere una “memoria digitale più umana” (scusami il gioco di parole, ma il senso alla fin fine è quello). Ovviamente, per chi come il sottoscritto sulla memoria digitale ha sempre creduto, si tratta di un obiettivo al raggiungimento del quale tutti noi dobbiamo contribuire!

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  3. salve Simone, tempo fa segnalammo sul sito di ParER questa riflessione, per certi versi analoga, del decano della conservazione digitale americano Bill LeFurgy.
    magari può essere utile per arricchire e ampliare questo interessante ragionamento

    http://parer.ibc.regione.emilia-romagna.it/notizie/conservazione-digitale-il-futuro-passa-anche-dalle-emozioni

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    • Posted by Simone Vettore on giugno 22, 2015 at 2:53 pm

      Ciao Roberto e grazie per l’utile “riferimento bibliografico”. Nell’occasione non mi trovo pienamente d’accordo con LeFurgy e nello specifico la sua soluzione di puntare sul marketing per creare “emozioni” non mi convince per i seguenti motivi: 1) perché mi pare troppo “americana” (cieca fiducia che a tot pubblicità equivalga tot ritorno) 2) perché si fa affidamento, per assurdo, ad una scienza “tecnica” (qual è il marketing) per far fronte ad un eccesso di tecnica / tecnologia digitale.
      Personalmente ritengo che in questa fase di transizione una strategia felice per “riscaldare i cuori” potrebbe essere la contaminazione, ovvero mixare / miscelare analogico e digitale (come ha fatto ad es. la British Library; vedi quest’altro mio post di qualche mese fa: https://memoriadigitale.me/2015/01/19/creativita-digitale-in-archivi-e-biblioteche-possibilita-infinite )… Ma ovviamente non è che una delle strade!

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  4. Posted by Roberto Zarro on giugno 22, 2015 at 6:32 pm

    Grazie per la risposta e la preziosa precisazione/integrazione: in effetti quel post me lo ero perso ed è davvero molto interessante!
    Roberto

    Rispondi

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